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In mostra i Pupi e la storia di come sono tornati a Palermo

Ultimi giorni per visitare, gratis, la mostra "Pupi dispersi, pupi ritrovati". Nel laboratorio di Mimmo Cuticchio, i 56 protagonisti di epiche imprese e il racconto di come sono stati riportati da Parigi in Sicilia

In mostra i Pupi e la storia di come sono tornati a Palermo

redazione

28 Dicembre 2021 - 14.04


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di Manuela Ballo

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I coraggiosi turisti che si aggirano per la Sicilia, nonostante i disagi di questa stagione del malcontento, e i palermitani che restano in città in questi ultimi sprazzi di vacanze natalizie, ne approfittino: ancora per due giorni, cioè fino alla fine dell’anno, 31 dicembre, potranno ammirare gratuitamente la grande meraviglia dei pupi, dispersi e poi ritrovati. Una mostra rara, come rari sono ormai i pupi che un tempo regnavano nelle piazze e nei palazzi della Conca del Sole. E’ una mostra miracolo, una fiaba, o “meglio un cunto a lieto fine” come ha scritto Mario Di Caro.

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C’è voluto mezzo secolo perché i 56 Pupi dell’Ottocento tornassero a casa, nel Laboratorio di Mimmo Cuticchio, in via Bara all’Olivella. Ora, dopo un attento restauro, sono di nuovo visibili nella mostra “Pupi dispersi. Pupi ritrovati”, che è stata inaugurata a metà dicembre. Una mostra da guardare; una storia da leggere e da ascoltare, come quelle che si raccontavano un tempo nelle veglie di Natale.

Era il 1967. Giacomo Cuticchio è invitato dall’ambasciata italiana a fare uno spettacolo a Parigi. Sui pupi e con i pupi, naturalmente. Lo accompagna Mimmo, figlio, apprendista e braccio destro. Parigi conquista Mimmo che proprio lì, in quei tumultuosi anni, capisce la rilevanza teatrale delle abituali gesta dei suoi eroi creati dalle portentose mani dei pupari siciliani e la forza narrativa del metterli in scena, fondendo fisicità e oralità, gestualità e linguaggio. Lì cresce e si addestra quel Mimmo Cuticchio che sarà ammirato sui palcoscenici italiani ed europei.

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Proprio, in quel tempo dei primi trionfi, prende  corpo il lungo addio dai suoi amati pupi.

 

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La storia si complica, diventa la trama di un romanzo d’appendice. A Parigi i Cuticchio – padre, figlio e l’aiutante Giuseppe Arini- familiarizzano con Enrico Panunzio, un intellettuale pugliese che dirigeva la biblioteca dell’ambasciata. Il fatto è che quell’intellettuale si era così tanto appassionato alla loro opera che fece di tutto per rimanere accanto ai pupi. Propose alla famiglia Cuticchio di soggiornare più a lungo e, a Giacomo, di vendergli i pupi con i quali avevano realizzato lo spettacolo parigino. La proposta si rende concreta anche perché nel pacchetto è compresa l’idea di avviare un teatrino nella sede della Librarie 73, al boulevard Sant Michel. Per qualche mese sarà proprio Mimmo a dirigere quel teatrino dove, peraltro, mette in scena il suo primo copione. Poi il rientro in Italia, per il servizio di leva, e il successivo ritorno a Palermo, dove davvero inizia il suo lungo percorso teatrale con la nascita, nel 1971, del gruppo Figli d’Arte Cuticchio. 

 

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Gli anni passano, l’artista cresce ma ha ancora nel cuore quei pupi lasciati a Parigi. Spera di riportarli a casa e, per questo, non interrompe mai i contatti con Panunzio il quale, nel frattempo, è rientrato a Molfetta, città natale dove ha sistemato i suoi amati pupi all’interno di Torre Pulo, un ex convento dei cappuccini di proprietà della sua famiglia.  Quando può farlo Cuticchio va a visitarli e a salutarli come si fa con i parenti stretti. Quando, nel 2015, Enrico Panunzio muore, i pupi restano in Puglia, custoditi dai figli Antoine e Stephanie.  I due, a un certo punto, si rendono conto che il posto dei Pupi è a Palermo. Così i pupi ritornano quasi tutti escluso qualcuno che Antoine e Stephanie tengono in casa, per nostalgia e affetto.  Magari, un giorno, anche loro faranno ritorno a Palermo. 

 

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E’ durante il lockdown del 2020 che i Pupi tornano in Sicilia e per due anni Mimmo Cuticchio, con il prezioso supporto di Tania Giordano, costumista e scenografa del Teatro dei Pupi, li recupera  completamente anche attraverso un pignolo lavoro di restauro. Ora sono in bella mostra e, insieme a tutto il materiale che la compone, rappresentano il corpus del catalogo che è curato da Elisa Puleo.

Sono 56 i restaurati e ora in mostra: Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, Terigi, Gradasso, il Gigante a cui si spacca la faccia, Febore, Salatiello della Libia e lo Spaccato verticale, i tre fratelli Spagnoli, due soldati neri e due soldati bianchi, il conte Rampaldo, un carceriere, un contadino, un brigante, un pellegrino, Gano di Magonza, Orlando e Rinaldo giovani, una Monaca, Aldalabella, il corpo nudo di Ruggiero dell’Aquila Bianca, i maghi Merlino e Malagigi, i diavoli Nacalone e Calcabrino, un satiro a quattro facce, un satiro a tre teste, un drago e un serpente, Vegliandino, il cavallo di Orlando e Baiardo il cavallo di Rinaldo, due angeli.

 

Come ha confidato a Paola Carella, in una lunga intervista, Mimmo Cuticchio, dopo il paziente lavoro di recupero e di restauro, passa molto tempo a mirarli e rimirali e a parlar con loro: “Li guardo – dice Cuticchio nell’intervista– e non riesco a nascondere la felicità di riaverli con me, e anche loro mi sembrano molto compiaciuti di ritrovarsi in teatro, con tanta voglia di raccontarsi. E chissà se la sera, quando chiudo il teatro, loro si riuniscono con i pupi della nuova generazione per raccontarsi cosa è accaduto in questi 50 anni di allontanamento forzato”. Sicuramente lo sussurrano a lui. Ma non lo dicono a nessun altro: né ai visitatori né tantomeno ai giornalisti. I pupi siciliani parlano solo in scena.

 

 

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