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Cosa ha ancora da dirci Pasolini a cent’anni dalla sua nascita

Per commemorare l'anniversario, l’Università di Siena ha promosso una giornata di studi in suo onore. "La morte è nel non poter più essere compresi": il suo profetico parlare di argomenti che tuttora travagliano la società

Cosa ha ancora da dirci Pasolini a cent’anni dalla sua nascita
in foto Pier Paolo Pasolini

redazione

9 Maggio 2022 - 15.37


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di Elia Jamal Frollà

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“Pasolini è morto 46 anni fa. I giovani non hanno idea di chi sia stato e del perché valga la pena conoscerlo, hanno sentito parlare dei suoi scandali, delle sue polemiche, del giallo del suo omicidio. È stato raffigurato in giganteschi murales, è diventato un’icona pop. Pasolini è stato eccessivo, approssimativo, laico, mistico, moralista, trasgressivo, rivoluzionario, conservatore, impegnato, disperato. Soprattutto è stato coraggioso, sempre disposto a ributtare sul piatto la propria reputazione. Da vivo si è fatto molti nemici. Da morto è diventato un mito, ma lo leggono in pochi”. Sono le parole che Walter Siti, curatore dei Meridiani consacrati a Pasolini, utilizza nel podcast Perché Pasolini?, solo una delle tante iniziative di quest’anno per celebrare il centenario della nascita del poeta.

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E sono parole che mi sono risuonate familiari quando ho ascoltato i numerosi interventi con i quali l’Università di Siena ha ricordato il centenario della sua nascita , lo scorso 5 maggio, con una giornata di studi in suo onore. Riflessione, quella che si è svolta nell’Aula magna, che ha toccato molti dei tanti temi dell’opera e del pensiero civile di un protagonista de l’Italia del Novecento. L’evento “Questa disperata passione di essere nel mondo: Pasolini next generation”, non a caso,  è stato curato da un comitato scientifico e rientra negli eventi patrocinati dal Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini.

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In particolare il filo rosso che ha dato senso all’intera giornata è nell’impronta che il professor  Guido Mazzoni ha dato al suo intervento che ha indagato il pensiero e le  tematiche a partire dagli Scritti Corsari, dove sono raccolte le riflessioni sulla nascita della classe piccolo borghese e sulla mutazione antropologica, che coinvolge in nostro paese nei decenni Sessanta e Settanta. Rileggendo in maniera critica e appassionata i passi più famosi dell’opera; riflettendo sulle sue provocazioni – chi non ricorda gli slogan blasfemi dei Jesus Jeans?- ha ripercorso il clima di quegli anni e le posizioni  di Pasolini che apparvero  provocatoriamente contradditorie sull’aborto e sul divorzio.

Non era solo la nostalgia a dettare i suoi scritti – avverte Guido Mazzoni- a suggerire i suoi atteggiamenti nostalgici per il mondo premoderno: sollevava, in realtà, questioni che poi sono apparse nella loro portata solo nei decenni successivi. Come, ad esempio, la dissonanza che la modernità ha creato tra sviluppo, inteso come trasformazione industriale e tecnologica che vedeva sganciato dal progresso come lui lo intendeva, cioè intrinsecamente legato a quello civile, politico e umano. Poi i suoi strali contro l’omologazione e l’appiattimento delle differenze; la polemiche sul  fatto che la liberazione dei costumi non si estendeva alla condizione omosessuale. Non ci sono risposte certe ai suoi molteplici interrogativi che sono ancora oggetto di discussioni sia culturali sia politiche ma la rilettura di quegli scritti permette di approcciarsi alla contemporaneità con uno sguardo più consapevole.

Pasolini è stato, allo stesso tempo-lo ha ampiamente mostrato la giornata di studi- tante cose insieme: poeta, regista, drammaturgo, attore, scrittore, romanziere. Non percepiva confini tra le varie dimensioni artistiche, che erano considerate strumenti, diversamente adatti, a garantire l’esposizione del suo pensiero. Per questo, l’evento non ha trattato dell’intellettuale da un solo punto di vista, lo ha fatto piuttosto, per mostrarne poliedricità e profondità del pensiero, attraverso un dialogo interdisciplinare. I vari relatori e relatrici, infatti, incontrano l’arte, il pensiero, le grandi tematiche pasoliniane da diversi itinerari. Sui film e sulle arti figurative hanno spaziato gli interventi di Margherita Giabelli e Fabio Alcantara. La prima ha messo in luce l’influenza della pittura nella poetica cinematografica di Pasolini, facendo riferimento a La ricotta, film del 1963, e al Decameron, del 1971. Il secondo invece, attraverso l’analisi del cortometraggio La sequenza del fiore di carta, ha riflettuto sulla perdita di specificità culturale appiattita su un sistema di valori piccolo borghesi, dell’egemonia culturale americana che si appropria delle culture trasformandole radicalmente, su come il potere, in questo senso crei un unico e drammatico circuito mortifero. Daniele Ferrari ha affrontato, invece, la questione del sacro, di come questo tema sia elaborato con una profonda contraddittorietà e mostrando come ancora oggi la questione della libertà religiosa sia di scottante attualità.  

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Nichi Vendola, invece, ha sollevato una “provocazione alla Pasolini”, cioè quella di “restituire Pasolini a Pasolini”, per evitare il pericolo di quell’atteggiamento presente soprattutto nei media che lo vogliono trasformare in una sorta di “gadget politico-ideologico”; tendenza che si manifesta sia nella sinistra sia nella destra. Pasolini va letto criticamente nelle sue contraddizioni e va collocato nel suo tempo. Non è un mito da celebrare ma un intellettuale e un artista da conoscere per ciò che realmente è stato.

A titolo di cronaca: l’evento, che è stato moderato da Katia Di Rienzo, si era aperto con i saluti di Emanuele Fidora, Direttore generale dell’Ateneo; di Stefania Cresti, presidente dell’associazione Futura, di Giovanna Giorgetti, in rappresentanza del circolo ANPI. Pietro Folena, presidente dell’Associazione Metamorfosi e dell’Università dell’Uguaglianza, non potendo essere fisicamente presente, ha voluto inviare i suoi saluti attraverso un video.

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