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Sanremo, il riassunto (musicale) della terza serata

Si sono esibiti tutti i 25 artisti in gara. Ecco un resoconto delle loro performance

Sanremo, il riassunto (musicale) della terza serata
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4 Febbraio 2022 - 01.50


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di Lucia Mora

Giovedì 3 febbraio. Siamo alla terza serata del Festival di Sanremo, la più impegnativa (soprattutto per chi guarda): ben venticinque artisti e artiste in un colpo solo che, questa volta, potranno contare anche sul supporto del televoto. 

Di seguito un resoconto delle performance andate in onda su Rai1.

Si parte con l’omaggio a Mattarella. Non poteva mancare il saluto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel pomeriggio aveva giurato fedeltà alla Costituzione dando il via al suo secondo mandato. Con l’occasione, l’orchestra dedica al Presidente un omaggio musicale: “Grande grande grande” di Mina. Mattarella era infatti presente nel 1978, alla Bussola di Viareggio, all’ultimo leggendario concerto della Tigre di Cremona. Un bel momento.

Ciò che segue è un inizio perfetto in ottica kermesse: quattro esibizioni (Giusy Ferreri, Highsnob e Hu, Fabrizio Moro e Aka 7even) che più classiche non si può. Soprattutto quella di Moro, che pare volersi talmente bene da ritenere superfluo ogni cenno di miglioramento, con la solita canzone a metà tra una cover di “Che sia benedetta” di Fiorella Mannoia e uno sbadiglio. Contento lui. Noi un po’ meno.

La monotonia è interrotta da Drusilla Foer, la cui ironica spigliatezza risveglia un po’ gli animi. La ventata di aria fresca sembra destinata a durare poco, visto l’annuncio del prossimo cantante in gara, Massimo Ranieri. Eppure mi devo ricredere: Ranieri pare più in forma della prima serata, anche se in effetti ci voleva poco. La canzone fila via liscia come l’olio. Ma i problemi sono alla porta.

Il problema porta il nome di Dargen D’Amico. Simpatico, per carità: lo scambio di battute con Amadeus, l’orchestra che segue il suo stile con gli occhiali da sole, l’interazione con il pubblico (finora poco coinvolto). Ribadisco, simpatico eh, sono sicura che con Lo Stato Sociale e con i Pinguini Tattici Nucleari si faccia delle grandi risate. Però almeno quei due gruppi lì con la musica se la cavano. Il buon vecchio Dargen non prende una nota. Cosa che al Festival della canzone italiana un po’ si nota. Un pochino. Al contrario, Irama conferma le proprie doti canore senza difficoltà, pur trattandosi di una ballad complessa da interpretare. La canzone è dedicata a una persona a lui cara e l’intento poetico si sente molto. Uno dei pezzi che si fanno ascoltare più volentieri.

A proposito di intento poetico. Amadeus definisce “poeta” l’ospite che sta per salire sul palco dell’Ariston. Ora. Io quando sento il termine “poeta” associato a un cantautore penso a Fabrizio De André. A Francesco Guccini. A Francesco De Gregori. Amadeus invece pensa a Cesare Cremonini. Son gusti. Però secondo me lo sanno pure loro che con Cremonini la palpebra crolla, a maggior ragione dopo un’esibizione terribilmente infinita come la sua. Ecco perché l’entrata di Ditonellapiaga e di Donatella Rettore è strategica: la loro “Chimica” disco music è la sveglia di cui ho, abbiamo un disperato bisogno. Grazie.

Si torna alla tradizione sanremese con Michele Bravi, come sempre posato e impeccabile. Una bella voce, un bel brano, un bel portamento sul palco. Qui sono del tutto in disaccordo con la sala stampa: relegare Bravi al quattordicesimo posto è assurdo e ingiusto, soprattutto se poi al quarto ci mettete Dargen D’Amico. Abbiamo sentito le stesse canzoni, vero?

Dopo un anonimo Rkomi, è il turno della coppia che con ogni probabilità salirà i gradini più alti del podio finale. Mahmood e Blanco ricevono l’ovazione del pubblico ancor prima di salire sul palco. Abbastanza meritata. Voci che si incastrano bene su un pezzo che per Sanremo funziona benissimo. Per assurdo, la tradizione sanremese arriva più da due giovanissimi che da uno storico Gianni Morandi, il cui brano ricorda da vicino (forse un po’ troppo, ma glielo si perdona) “Felicità tà tà” di Raffaella Carrà.

Dopodiché comincia la salita. Non solo ritorna Cremonini (basta, abbiate pietà); tocca pure a Tananai con “Sesso occasionale”. Di occasionale c’è solo la sua intonatura, ma tant’è. Lo avranno piazzato lì in scaletta per fare una specie di contrasto in chiaroscuro con Elisa, subito dopo di lui. L’intonatura è l’ultimo dei problemi di Elisa. Tuttavia, anche nel suo caso io sento un certo contrasto: il brano con cui è in gara non è neanche lontanamente paragonabile a “Luce”, grazie a cui aveva vinto il Festival nel 2001. Non c’è la stessa ambizione dal punto di vista vocale, né la stessa immediata bellezza. “O forse sei tu” ne è quasi l’ombra. Ciononostante, non essendo necessaria chissà quale dose di audacia per arrivare in cima alla classifica di Sanremo, la sua vittoria è del tutto plausibile.

Altro nome che ai pronostici va forte: La Rappresentante di Lista. Almeno un tormentone al Festival ci deve essere. Colapesce Dimartino, Boomdabash, Gabbani, Lo Stato Sociale, eccetera eccetera eccetera. “Ciao ciao” non fa eccezione e, anzi, è già in onda su tutte le radio e sui social ha spopolato. Molto meno favorita dai pronostici Iva Zanicchi, ma che importa. Il suo pezzo funziona e la voce (a 82 anni!) è ancora invidiabile. Un nome storico della musica italiana, inserito tra due icone delle giovani generazioni: la Rappresentante, appunto, e Achille Lauro.

Oddio, “icona delle giovani generazioni”. Diciamo di una parte di giovani generazioni – da cui io mi discosto allegramente. Il fatto che Achille Lauro sia preso a esempio di “nuovo David Bowie” rivoluzionario mi lascia perplessa. Non mi si fraintenda: io amo alla follia chi sa provocare. Ma se vuoi provocare al Festival della canzone italiana, lo devi fare con la musica, non slacciandoti il bottone dei pantaloni o stando a petto nudo sul palco. Mai sentito parlare della “Terra dei Cachi”, tanto per fare un esempio di provocazione sanremese fatta come si deve?

Matteo Romano è l’esatto opposto di Lauro (grazie al cielo), con una grazia che addosso alla sua età, 19 anni, fa quasi strano. Non c’è neanche il tempo di godersi la sua dolcezza, però, perché Ana Mena arriva puntuale come le zanzare d’estate. E ha anche lo stesso effetto repellente. Non se ne può più.

Non che con Sangiovanni vada meglio. Ennesimo tormentone che sentiremo – cioè, che già sentiamo – fino allo sfinimento. Dovrebbe essere l’ultimo, per oggi. Che fatica.

Per fortuna arriva Emma. Che sia una veterana (nonché una vincitrice) del Festival si vede. Domina sempre il palco con una sicumera invidiabile. “Ogni volta è così” rivela poi un percorso di maturità compiuto dalla cantante, fiera portavoce dei diritti delle donne. La sensibilità del concorrente subito dopo di lei, Yuman, è di altro genere ma ugualmente splendida e io ancora una volta sono parecchio in disaccordo con una sala stampa che lo posiziona al terzultimo posto. Cioè, secondo loro Achille Lauro sarebbe meglio. Vai a capire.

Comincia a vedersi la luce in fondo al tunnel. Ultime tre esibizioni. Le Vibrazioni, Giovanni Truppi e Noemi. Nonostante il piglio aggressivo, i primi continuano a portare poco rock all’Ariston; il secondo cerca di incarnare la parte cantautorale del Festival, ma senza mai convincere del tutto; Noemi chiude il terzetto sulla stessa deludente scia, con un brano che purtroppo non valorizza affatto le sue qualità vocali.

Insomma, non esattamente la migliore delle conclusioni. Nonostante le lacune musicali, a dare una chiosa perfetta alla serata ci pensa Drusilla Foer. A lei ogni merito.

A domani.

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