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Prima che faccia scuro. I pericoli della notte nei viaggi del Medioevo

"Quando le gambe proprie erano l'unico mezzo di trasporto il viaggio era lento e faticoso: erano necessari, di tanto in tanto, momenti di riposo più lunghi di una notte, e luoghi di ricovero attrezzati a distanze ravvicinate"

Prima che faccia scuro. I pericoli della notte nei viaggi del Medioevo
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

23 Luglio 2021 - 13.33


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di Gabriella Piccinni

 

Potremmo facilmente immaginare che i tempi di un viaggio medievale a piedi siano stati grosso modo simili a quelli di chi oggi faccia altrettanto, anche se c’è da tener presenti il cattivo stato delle strade, i vari fattori di insicurezza, la ricerca di luoghi adatti a passare la notte, che rallentavano o costringevano a lunghi giri. I tempi di percorrenza, certamente, si allungavano in inverno, quando il fango riempiva le buche, il gelo faceva scivolare sui sassi o la neve nascondeva le strade, o quando si doveva superare un valico montano o un guado, anche se, in qualche caso, il freddo intenso poteva consentire di attraversare a piedi un fiume ghiacciato: basti pensare a quanto aveva facilitato la migrazione dei Vandali il fatto di poter transitare a piedi sul Reno gelato, nell’inverno del 406.

 

In primavera le condizioni del viaggio miglioravano di giorno in giorno: il sole era più alto, la giornata più lunga, le strade più asciutte, i valichi bassi di nuovo praticabili (ma non quelli più alti, resi ancora più pericolosi dalle valanghe). Ma era l’estate, quando il viaggiatore aveva a disposizione fino a sei ore di luce e di cammino in più, l’epoca preferita: allora diventavano transitabili anche i valichi dei Pirenei e delle Alpi, e poi si poteva risparmiare sui costi del viaggio dormendo all’aperto e mangiare a prezzi più bassi, perché il cibo era più abbondante;su un terreno pianeggiante si percorrevano fino a 30 o 40 km al giorno, anche se la media tornava ad abbassarsi considerevolmente in un terreno accidentato o in montagna.

 

Quando le gambe proprie erano l’unico mezzo di trasporto, ma anche quando ci sia accompagnava a muli carichi di merci, il viaggio era lento e faticoso: erano necessari, di tanto in tanto, momenti di riposo più lunghi di una notte, e luoghi di ricovero attrezzati a distanze ravvicinate (in media uno ogni 20-35 km).

Era così che, dall’XI secolo,la rete delle strade era stata disseminata di luoghi per l’accoglienza dei viaggiatori,tanto che la loro ubicazione costituisce per noi uno degli strumenti più efficaci per ricostruire,almeno per punti, il tracciato di una strada medievale.

 

Prima erano sorti ospizi (pellegrinai, infermerie, ospedaletti) talvolta anche minuscoli, dove l’accoglienza e la protezione erano elargiti dai religiosi atti della carità. Per il pellegrino, infatti, il viaggio era importante quanto la meta, in un certo senso anche di più, perché testimoniava che il cristiano è straniero in questo mondo. Perciò il suo andare – simbolo della transitorietà della vita terrena, avventura spirituale, cammino dentro e fuori di sé – meritava assistenza contro le grandi insicurezze: il rischio di non incontrare un ricovero prima che faccia scuro, di non trovare pane, di essere derubati di ciò che si porta con sé, il po’ di denaro assottigliato durante il tragitto, che serve per sopravvivere e per comprare le indulgenze.

 

Poi, a poco a poco, si era formata anche la vasta rete delle locande a pagamento, nelle campagne, nelle città o fuori dalle loro porte per chi non volesse attraversare la dogana. Là l’accoglienza veniva esercitata come un mestiere. Naturalmente anche questi alberghi erano di tanti tipi: si andava dagli esercizi di dimensioni poco più che familiari, che adescavano i clienti sulla strada, a quelli di notevole livello, riservati alla clientela più ricca, a quelli ricavati semplicemente da locali annessi ai mulini o ai bagni termali.

L’ospitalità a pagamento fu un grosso affare per molti, ma anche quella dispensata per beneficenza dava un tornaconto perché incentivava elemosine e lasciti testamentari verso le istituzioni che la gestivano.

 

Intorno alle locande, ma anche agli ospizi e ai pellegrinai, finiva per gravitare tutto un mondo variopinto che sconfinava qualche volta nel malaffare: falsi pellegrini, ladruncoli, assassini, furfanti di vario tipo si nascondevano tra i viaggiatori, e anche gli osti sono spesso descritti come dei mascalzoni che non esitano a derubare gli avventori durante la notte. Non a caso si affidano a San Giuliano, protettore dei viandanti, i protagonisti di alcune novelle trecentesce (del lucchese Sercambi e del fiorentino Boccaccio) per avere buon viaggio e buon albergo: perché tanti sono i pericoli nella strada ma anche nella locanda, alla quale si affida l’atto più inerme della giornata, quello del sonno.

 

Di seguito gli articoli precedenti della rubrica “Viaggiando con la storia”

1) Clicca qui per leggere il primo articolo “Tappeti volanti e stivali magici” 

2) Clicca qui per il secondo articolo:”Sul filo della corrente, col favore del               vento, anche le strade muoiono

3) clicca qui per il terzo articolo:”C’ è una strada nel bosco”

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