Estetiste, mediche, maghe, erboriste. Le nostre antenate tra la cura del corpo e il diritto al piacere

Già il principe longobardo Aregis narrava di donne che «si abbelliscono il viso, s’imbiancano le mani con talco per eccitare coloro che sono sensibili a quegli allettamenti»

Donne longobarde

Donne longobarde

Gabriella Piccinni 13 maggio 2021

L’epidemia allenta la morsa e, incoraggiare da sprazzi di sole, stiamo uscendo dalle nostre tane e dal lungo isolamento sociale. Ci guardiamo allo specchio e qualche volta non ci riconosciamo, con i capelli un po’ incolti e qualche chilo di troppo. Abbiamo dimenticato i tacchi e l’uso della mascherina ci ha privato anche del gusto del rossetto. Gli psicologi ci stanno dicendo che un anno di pandemia ci ha lasciate anche con la libido un po’ bassina, e questo vale anche per gli uomini, per carità, ma ora è con le donne che mi piace recuperare qualche sapere antico, messo insieme quando, proprio come adesso, le nostre antenate si scambiavano ‘saperi segreti’.

Già il principe longobardo Aregis narrava di donne che «si abbelliscono il viso, s’imbiancano le mani con talco per eccitare coloro che sono sensibili a quegli allettamenti». Qualche secolo dopo severi predicatori egualmente si scandalizzavano che le più giovani apprendessero presto a curare il proprio aspetto per «pigliare le anime preziose degli uomini». 

Ma era da stuoli di madri, sorelle, amiche, vicine le ragazze imparavano che appoggiare la gota sulla mano, dormirvi sopra e tirare la fronte col «frenello» «fa vizza la pelle», che il cappuccio «annera i capelli», imbionditi invece dal sole e dalla luna, che portare, sui propri, capelli «altrui» li «rompe e fa cadere» per il «gran peso delle trecce»; che le fave cotte fanno belle le mani. Una regina di Francia si affannava a preparare liscive di capelvenere per rinfoltire gli spelacchiamenti della figlia e «acqua per imbiondire» il ciuffo bianco che le spuntava da una voglia, dato che il re d’Inghilterra per questo la rifiutava.

 

C’è anche un medico parigino che insegna alle sue clienti tecniche di depilazione con calce, pinze, pece e aghi caldi inseriti nel bulbo pilifero e una famiglia napoletana abitante a Roma che «per mestiere preparavano sublimato, lisci, cosmetici e unguenti, depilavano sopracciglia, agghindavano spose, facevano maschere di bellezza con zucchero candito e acqua di giuggiole, e qualche volta preparavano anche astringenti». Esperta nel settore, l’estetista madre napoletana scambia informazioni e tecniche con donne ebree che esercitano lo stesso mestiere («quel che non sapevano se lo facevano insegnare dalle ebree che vivevano anche loro di queste pratiche»). L’andalusa Lozana racconta di aver dimenticato quanto la madre le ha insegnato su come si cuce, si ricama e si fila, ma di tirare avanti benissimo lo stesso perché «io so fare tinture, maschere di bellezza, cosmetici per il viso: ho imparato in Oriente, senza contare quello che mi insegnato mia madre». Un pizzico di esotismo giova all’attività.

Poi c’è un’altra ‘bellezza’ più nascosta e preziosa da recuperare con «polvare per andare pulcella a marito» o «per dimostrarne vergine al marito». Caterina Sforza, alla fine del Quattrocento, conosce una serie di ricette per «fare le mammelle piccole dure alla donne» o per conservarsi giovani, e segreti che fanno «venir strettissima per modo che ogne persona per esperta che sia altamente che vergine non la reputarà quella cosa che tra noi donne cusì ce tenemo nominare id est la natura».

Il bello è che le antenate si sono tramandate anche il principio di aver diritto al sesso e conoscono i mezzi per ottenere l’appagamento. Trotula, nell’XI secolo insegna che l’astinenza determina profondi turbamenti nelle donne, in particolare il «soffocamento dell’utero» che osserva nelle vedove. Anche diversi medici maschi, per la verità, riconoscevano alle donne il diritto al piacere, invitavano gli uomini di cercare di sincronizzarsi con l’orgasmo femminile perché, dicono, è essenziale al concepimento. In verità già Avicenna sapeva che è inevitabile che donne insoddisfatte cerchino altri uomini.

 

E certo, se già non lo sapeva, l’inquisitore della ‘strega’ Gostanza da San Miniato lo avrà appreso bene, lui uomo, dall’anziana donna, che, in preda ad una parlantina delirante, assediata dalle sue domande e impaurita dalla tortura, gli sbatte in faccia il suo diritto a scegliere il diavolo: «il demonio mi faceva più carezze che di mio marito et perciò mi pareva d’havere più presto maggiore piacere ad usare con il demonio che con il mio marito perché mi faceva più carezze e baie intorno ... mi abbracciava, mi baciava et mi maneggiava in tutti li modi, mi toccava il petto … e mi pareva d’havere tanto spazzo et sollazzo che mi pareva essere a una gran festa et cicalava con esso meco et mi diceva “non mi dimenticare”, et che io l’amassi et che io non lo lasciasse». Che diavolo d’uomo, questo demonio! 

Caterina Sforza va al sodo e trasmette alle donne senza tanti giri di parole una serie di recipe a «magnificare membro», «a fare tirare il membro», «a fare stare duro il membro» con un fine esplicitamente di parte femminile: così «la donna potrà fare el fatto suo».