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Dalla 'mano de Dios' dell'Argentina ieri al 'wire of God' dell'Inghilterra oggi

Il rinvio del portiere norvegese Andreas Nyland sembra che incontri il cavo della spidercam cambiando traiettoria. Ci nasce il primo goal della nazionale dei Tre Leoni. Quarant'anni fa Maradona segnò con la mano è allora furono gli inglesi a essere penalizzati.

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Marcello Cecconi Modifica articolo

13 Luglio 2026 - 19.57


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La scena è ormai entrata negli archivi del calcio oltre che nei reel dei social. Sul finire del primo tempo del quarto di finale tra Inghilterra e Norvegia, con quest’ultima in vantaggio per 1-0, il portiere Andreas Nyland rinvia il pallone. La traiettoria è alta, apparentemente innocua, ma la sfera sembra che incontri uno dei cavi della spidercam, la telecamera sospesa che ormai accompagna tutte le grandi competizioni. È il caso. Certo. Ma forse è anche qualcosa di più. Questo è uno di quegli episodi che vanno oltre il risultato di una partita e diventano simboli di un’epoca, raccontano il rapporto che una società ha con la tecnologia, con la giustizia e persino con il destino.

Il contatto tra il pallone e il cavo è lieve tanto che i sistemi tecnologici e le immagini ufficiali continuano a sostenere che non vi sia stata alcuna deviazione. Il ct norvegese Solbakken però ha ribadito le sue convinzioni: “Penso sia abbastanza chiaro che sia successo. Potrei stare qui a piangere ma non lo farò. Siamo stati sfortunati. La palla è caduta dritta dal cielo, cambiando direzione”.  Il pallone cambia comportamento, resta giocabile e da quell’azione nasce il pareggio inglese firmato da Jude Bellingham. Poi sarà ancora lui, nei supplementari, a segnare il gol del definitivo 2-1.

Per capire perché questo episodio colpisca così tanto bisogna tornare indietro di quarant’anni. Mondiale del 1986, quarti di finale tra Argentina e Inghilterra. Diego Armando Maradona salta insieme al portiere Peter Shilton e colpisce il pallone con la mano. L’arbitro non vede, il guardalinee nemmeno. È gol. Maradona parlerà della celebre “Mano di Dio”, metà ironia e metà provocazione, trasformando un gesto irregolare in uno dei simboli più potenti della storia dello sport.

Quella rete apparteneva a un calcio profondamente umano di quando gli arbitri potevano sbagliare e i giocatori potevano essere “furbi”. L’errore faceva parte dello spettacolo e la verità rimaneva affidata ai racconti, alle fotografie e alle infinite discussioni da bar. Oggi viviamo nell’epoca opposta. Il calcio è sorvegliato da decine di telecamere, dal Var, dal fuorigioco semiautomatico, dai sensori nel pallone e da algoritmi che misurano ogni centimetro. L’obiettivo è eliminare il caso e rendere ogni decisione il più possibile oggettiva.

Eppure il caso continua a trovare una strada. Solo che non passa più dalle mani di un fuoriclasse argentino ma attraverso la tecnologia stessa come se fosse una specie di beffa della storia. Se nel 1986 la “Mano di Dio” tolse qualcosa all’Inghilterra grazie all’astuzia di un uomo, oggi una sorta di “Mano della Tecnologia” sembra restituire quel credito, favorendo proprio gli inglesi. Non è una mano, naturalmente, ma un cavo d’acciaio invisibile ai più ma fondamentale per regalare agli spettatori quelle spettacolari immagini dall’alto che ormai consideriamo normali.

È il prezzo dell’innovazione tecnologica introdotta che, per migliorare uno spettacolo, modifica inevitabilmente anche l’ambiente in cui quello spettacolo si svolge. La spidercam è pensata per raccontare meglio il gioco, non per entrarne a far parte, ma nel momento in cui un pallone la sfiora, quella tecnologia smette di essere un semplice osservatore e diventa, suo malgrado, protagonista. Insomma è un po’ come quando il pallone incoccia casualmente nell’arbitro: fischio e si riparte da quel punto con palla a favore della squadra che la gestiva in quel preciso momento. “La ripresa sarebbe avvenuta tramite una “palla a due(rimessa da parte dell’arbitro) nel punto esatto in cui il pallone ha colpito l’oggetto sospeso” – dice il regolamento. E questo fa sorridere pensando a come e dove ripartire quando il pallone si imbatte in un cavo a trenta metri sopra il terreno di gioco.

La vicenda apre, però, una riflessione interessante. Siamo davvero convinti che il calcio moderno sia completamente controllabile? O stiamo semplicemente sostituendo gli imprevisti umani con quelli tecnologici? Il paradosso è evidente. Spendiamo milioni per eliminare ogni possibile errore arbitrale, ma basta il cavo di una telecamera per cambiare il corso di una partita. E il dibattito esplode comunque, perché la tecnologia riesce a misurare il fuorigioco al millimetro, ma fatica a stabilire con assoluta certezza un contatto minimo tra un pallone e un filo sospeso.

Ci sono poi elementi culturali e storici da ricordare. Nel 1986 era ancora caldo lo smacco argentino per la riconquista delle Malvines/Falkland da parte degli inglesi e la furbizia di Maradona fu interpretata da molti come la giusta punizione divina per il neocolonialismo di Margaret Thatcher. Ma fu anche il trionfo dell’ingegno sull’autorità, quasi una rivincita del talento latino contro il rigore britannico. Oggi il protagonista non è un uomo ma un’infrastruttura tecnologica. È come se il destino avesse cambiato mestiere. La “Mano di Dio” non è più quella di Diego ma quella della tecnologia.

La Norvegia non meritava certo di pagare un conto aperto quarant’anni fa proprio come allora l’Inghilterra non meritava di uscire per un gol di mano. Ma il bello del calcio sta anche qui. Cambiano le regole, cambiano le telecamere, cambiano gli algoritmi, cambiano i sensori e perfino l’intelligenza artificiale entra negli stadi. Eppure resta sempre uno spazio, piccolo ma decisivo, in cui il destino si diverte a ricordare che non tutto può essere previsto.

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