A Debre Libanos in Etiopia nel 1937 gli italiani sterminarono 2000 cristiani: una storia svelata

Lo storico Paolo Borruso ricostruisce una delle stragi più feroci e rimasta impunita. Andrea Riccardi nella prefazione: “Il fascismo mostrava il suo volto totalitario”

Prigionieri etiopi a Debre Libanos. Foto Wikipedia

Prigionieri etiopi a Debre Libanos. Foto Wikipedia

redazione 5 febbraio 2020
Italiani “brava gente” anche quando invasero e occuparono l’Etiopia? Un libro dello storico Paolo Borruso, docente di storia contemporanea alla facoltà di lettere e filosofia alla Cattolica di Milano, smantella quel mito con un libro che ricostruisce un eccidio di duemila cristiani per mano delle forze comandate dal generale Rodolfo Graziani e sul quale è caduto per decenni il velo del silenzio: Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell'Italia (Laterza editore, pp. 272, euro 20,00, prefazione di Andrea Riccardi).

La scheda dell’editore online spiega nitidamente quale crimine fu commesso tra il 20 e il 29 maggio 1937 nel villaggio monastico di Debre Libanos e lo definisce “il più grave eccidio di cristiani mai avvenuto nel continente africano”. In risposta a un attentato, l’esercito italiano massacro nel santuario del cristianesimo etiopico uccise duemila monaci, pellegrini, diaconi, sacerdoti, fedeli, studenti cristiani: “Fu un massacro pianificato e attuato con un’accurata strategia per causare il massimo numero di vittime, oltrepassando di gran lunga le logiche di un’operazione strettamente militare. Esso rappresentò l’apice di un’azione repressiva ad ampio raggio, tesa a stroncare la resistenza etiopica e a colpire, in particolare, il cuore della tradizione cristiana per il suo storico legame con il potere imperiale del negus”, annota l’editore.

La strage fu compiuta “in luoghi isolati e lontani dalla vista”. I militari non si fermarono lì: trafugarono beni religiosi e deportarono centinaia di “sopravvissuti” in campi di concentramento o in località italiane. Non fu solo un’azione militare: “L’accanimento con cui fu condotta l’esecuzione trovò terreno in una propaganda (sia politica che ‘religiosa’) che andò oltre l’esaltazione della conquista, fino al disprezzo che cominciò a circolare negli ambienti coloniali fascisti ed ecclesiastici nei confronti dei cristiani e del clero etiopici, con pesanti giudizi sulla loro fama di ‘eretici’, scismatici”.

Borruso riscontra che non fu solo un atto militare, fu una strage legittimata “da una politica sempre più orientata in senso razzista”. Oltre tutto chi commise quel crimine non è mai stato processato e sulla vicenda è calato l’oblio di cui ha parlato solo lo storico Angelo Del Boca che, riferisce Riccardi nella sua prefazione, “ha ricostruito gli aspetti oscuri della guerra d’Etiopia”. E aggiunge: “Fu una strage voluta e non casuale, degna dei più gravi episodi della Seconda guerra mondiale”.

Proprio Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, attingendo al lavoro di Borruso fornisce una spiegazione a tanta ferocia: “La crudeltà era necessaria perché il fascismo con questa guerra agiva in modo totalitario e mostrava il suo volto totalitario. Si doveva sradicare la società etiopica, che aveva una struttura elaborata, connessa a uno Stato indipendente, membro della Società delle Nazioni, fondata su stratificazioni storico-religiose (…) Si doveva fare del mondo etiopico quasi una ‘tabula rasa’ incapace di resistere alla dura dominazione italiana”. Finché scrive: “In quegli anni, l'impasto di violenza coloniale, totalitarismo, razzismo (e poi di antisemitismo) rivela la realtà di quello che il fascismo è veramente stato e di come andava diventando col passare degli anni di dittatura”.