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La fabbrica nazista di schiavi a Khala: nel ricordo dei deportati italiani

Per il Comune di Castelnovo ne' Monti esce un volume sui suoi concittadini deportati in gallerie sotterranee nella Turingia. Ecco cosa scrive una curatrice del libro

La fabbrica nazista di schiavi a Khala: nel ricordo dei deportati italiani
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16 Febbraio 2019 - 16.24


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Tra il 1944 e la primavera del 1945 a Kahla, nella Turingia, la Germania nazista tenne un schiavitù migliaia di prigionieri italiani, belgi, francesi, olandesi, russi e polacchi rastrellati e deportati che dovevano costruire i moderni caccia a reazione Messerschmitt del Reich nelle gallerie sotterranee. Migliaia di persone morirono per le malattie e le condizioni di autentica schiavitù. Molti venivano dal paese di Castelnovo ne’ Monti e dalle montagne nell’Appennino reggiano: sette castelnovesi morirono, una lapide al cimitero di Khala li ricorda e il Comune tiene viva la memoria guardando all’oggi tramite più iniziative tra cui visite sul posto degli studenti e adesso la pubblicazione di un libro, “L’Appennino a Kahla. Ieri – Oggi – Domani”, a cura di Cleonice Pignedoli e James Bragazzi, edito dal Comune di Castelnovo ne’ Monti con la collaborazione di Istoreco – Istituto per la storia della resistenza e della società, 116 pagine, 12 euro). Sul volume e sulle iniziative del Comune riceviamo dalla curatrice questo testo che volentieri pubblichiamo.

Cleonice Pignedoli: Kahla e l’Appennino, schiavitù di ieri e di oggi
“C’è il filo della Storia che li lega. C’è il ricordo di uomini d’Appennino che sono stati deportati in queste colline della Turingia, al lavoro forzato, in condizioni disumane, per diventare a ogni costo ingranaggio di una macchina di morte. Uomini che in molti casi non sono tornati. Che non sappiamo, ancora oggi, precisamente dove riposino…”. A Castelnovo ne’ Monti, il centro capoluogo dell’Appennino Reggiano, è stato presentato il libro “L’Appennino a Kahla. Ieri – Oggi – Domani”.
Il libro racconta un progetto che si snoda negli ultimi vent’anni di questa comunità ma che si collega anche alle odierne forme di schiavitù.
La parola chiave di tutto il progetto è infatti “schiavi di Hitler”: una condizione che accomunò molti montanari, catturati durante tre brutali rastrellamenti nell’estate del 1944 e destinati al lavoro coatto nelle fabbriche tedesche.

Rastrellati e morti di stenti e malattie
Una di queste si trovava in Turingia, a Kahla, in gallerie sotterranee. La Reimahg (acronimo di Reich Marshall Herman Goering) avrebbe dovuto produrre una grande quantità di aerei, i Messerschmitt 262. A questo fine furono dedicate ingenti risorse e, a partire dal 1943, a Kahla arrivarono migliaia di lavoratori coatti, rastrellati in ogni parte d’Europa.
Vi morirono forse 6000 persone per gli stenti, la fame, le malattie, le brutalità dei nazisti. Tra questi sette cittadini, appunto, di Castelnovo ne’ Monti.
All’inizio degli anni ’90, i famigliari iniziano una sorta di pellegrinaggio laico.
“Per sapere e vedere. Per conoscere un destino che non poteva rimanere chiuso in una carta, stilato sopra un foglio nudo” – scrive Emanuele Ferrari, assessore alla Cultura del Comune nella presentazione del volume. Ci sono stati molti viaggi da quei primi cammini avventurosi, intrapresi con il camper.
C’è stata la posa di una lapide al cimitero locale da parte del Comune di Castelnovo ne’ Monti, e poi ancora al Memoriale del Walpersberg. La prima di tante.
C’è un albero piantato lì vicino con le lettere dei bambini della scuola.
Il percorso verso la Turingia fatto di chilometri macinati in fretta lungo le autostrade tedesche si arricchisce di ricerche storiche, di intrecci famigliari e istituzionali.
Negli istituti scolastici si svolgono progetti che indagano sui pochi documenti disponibili, ricostruiscono biografie dei deportati, intervistano i famigliari. Gli studenti capiscono così come la guerra provoca dolori che condizionano una vita intera.

Le pietre d’inciampo di Gunter Demning
Poi arriva Gunter Demning a collocare le pietre d’inciampo agli “assassinati” a Kahla.
L’unica condizione che pone l’artista tedesco è collocare la pietra, con il nome della vittima del nazismo, nel luogo in cui visse l’ultima volta da uomo libero.
Una demarcazione tra libertà e prigionia che rende chiaro il cambiamento di status di milioni di europei durante il nazismo.

Per i nazisti: o schiavi o sterminati
Hitler infatti portò avanti il “nuovo ordine”, un enorme progetto di schiavizzazione dei popoli non appartenenti alla razza ariana; nell’Europa governata dai nazisti tutte le risorse dovevano essere utili al Reich mentre i popoli diventavano servi dei dominatori. Gli elementi indesiderabili come gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, l’intelligentsija slava, erano destinati allo sterminio.
Purtroppo questo folle progetto di supremazia si realizzò, riducendo in schiavitù, in diversissime forme, milioni di uomini, donne e bambini.
La quasi totalità delle aziende tedesche ottennero, in questo modo, manodopera schiavile a basso costo, realizzando enormi profitti.
L’arrivo degli “schiavi” nelle cittadine tedesche veniva preparato da campagne di propaganda e da ordinanze precise: si trattava di delinquenti pericolosi e ogni contatto con la popolazione era severamente proibito.

Disobbedienza civile anche fra i tedeschi
Allora anche tra i tedeschi ci fu chi praticò la disobbedienza. Furono spesso le donne, che davano una fetta di pane, un pezzo di margarina, un uovo a chi chiedeva l’elemosina. Furono coloro che videro l’essere umano nel “nemico”.
Piccoli gesti che salvarono vite, perché il confine tra la vita e la morte era affidato a poche calorie in più.
Il libro è tradotto in tedesco attraverso un progetto di alternanza scuola-lavoro del Liceo Linguistico Cattaneo-Dall’Aglio di Castelnovo.
“Se prima si andava a Kahla per visitare un luogo e per cercare tracce, spesso sepolte, invisibili e nascoste, di vite e biografie spezzate – conclude Ferrari – oggi andiamo là anche per incontrare persone, coltivare amicizie, e forse nel nostro piccolo, per provare a rifare il mondo, renderlo appena migliore, più ospitale.”
Potrà non bastare un percorso, per quanto virtuoso, per andare contro la corrente che sembra riportare il mondo nel passato, ma se una intera comunità ci prova, gli anticorpi al razzismo potrebbero essere più resistenti.

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