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Criticate in Francia le donazioni dei ricchi per Notre Dame. Ma in Italia scordiamo l'Appennino

I critici: un miliardo dai magnati che ignorano i conflitti sociali è «marketing». Da noi i privati non corrono per le zone terremotate

Criticate in Francia le donazioni dei ricchi per Notre Dame. Ma in Italia scordiamo l'Appennino

redazione

22 Aprile 2019 - 10.38


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Per restaurare Notre Dame incendiata è arrivato in un tempo record, meno di due giorni, un miliardo di euro messo a disposizione da privati. Bernard Arnault, il titolare del marchio del lusso, che martedì mattina ha messo sul tavolo 200 milioni di euro seguendo il concorrente François Pinault che, alla guida del gruppo Kering, nella sera stessa del rogo aveva annunciato una donazione di 100 milioni di euro. I Bettencourt-Meyers (che detengono il marchio L’Oréal) hanno messo altri 200 milioni, Total 100, la famiglia di costruttori Bouygues e Marc Ladreit de la Charrière altri 10 milioni ciascuno. Un miliardo di euro è quanto dovrebbe servire per restaurare la cattedrale.

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Il capolista della «France Insoumise» (il partito di Mélenchon) ha definito questa corsa alle donazioni «un’operazione di marketing sulle spalle dei francesi» alludento a sgravi fiscali. Pinault, Arnault e gli altri hanno risposto che questi i finanziamenti non verranno defiscalizzati, ma la rabbia non cambia verso i più ricchi.
Forse dovremmo stupirci in Italia. Non perché si vuole donare soldi a Notre Dame ma perché c’è parte del paese nell’Appennino del Centro Italia ancora terremotato, comprese molte chiese, e molti borghi e chiesette richiederebbero somme ingenti. La mano pubblica avrebbe anche bisogno di aiuto, solo che i restauri tra i monti dell’Appennino non fanno notizia per cui non scatta la corsa alla donazione, tanto meno dei ricchi.

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Sul New York Times il filosofo Michel Tessel e il sociologo Etienne Oion hanno osservato che i cittadini francesi possono irritarsi per la pronta generosità dei loro conterranei più ricchi che si mobilitano mentre il denaro manca per strati della popolazione. Comprensibilmente lo storico medievalista Georges Duby ha ricordato che l’incendio ha un’alta rilevanza simbolica e suscita pensieri che covavano. C’è chi ha letto nelle fiamme il simbolo del declino francese mentre il Paese è scosso da proteste violente e chi, viceversa, come il presidente Macron, ha visto nel recupero della chiesa una chance per “ritrovare il filo francese del progetto nazionale”.

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