Da Cacciari ai genitori: il “no” alla scuola a distanza unisce “professoroni” e società

Dall’appello di 16 intellettuali a Chiara Saraceno, dalle manifestazioni ai sindacati: la risposta critica alla didattica via computer diventa un’azione culturale e civile

Opera di street art. Fonte Pixabay

Opera di street art. Fonte Pixabay

redazione 25 maggio 2020
I genitori hanno manifestato in molte piazze, alla distanza di sicurezza l’uno dall’altro, per ricordare che l’esperienza in classe è insostituibile, che la “dad”, la didattica a distanza, non è una soluzione se non temporanea e il ritorno a scuola è indispensabile: il rapporto diretto insegnante-allievi può e deve essere aiutato dalla tecnologia, non sostituito. E comunque, con i computer, va colmato il gap sociale che rende molti studenti di serie B perché le condizioni in casa e le connessioni non sono uguali per tutti.
Di queste esigenze molti si fanno interpreti. È interessante rilevare anche però, a mente fredda, la sintonia tra intellettuali e altre fasce della popolazione. Se pensate che alcuni esponenti politici (non solo di destra) intendono termini come “intellettuali” e “professoroni” come forme di disprezzo verso chi ha idee a loro sgradite, allora quanto accade riveste anche un significato politico, non di partito. Perché sulla didattica a distanza, “dad” come viene chiamata in sigla, si gioca una partita decisiva per la trasmissione del sapere a tutti che investe le fondamenta stessa della Repubblica e della democrazia.

Per la Didattica a distanza nel sito dei Minister dell'Istruzione e dell'Università e Ricerca, clicca qui

Una settimana fa 16 intellettuali con Massimo Cacciari primo firmatario hanno pubblicato un appello sulla Stampa. Il concetto: “la scuola è socialità, non si rimpiazza coi tablet”. Sono nomi di prima fila nei loro campi: Alberto Asor Rosa, Maurizio Bettini, Luciano Canfora, Umberto Curi, Donatella Di Cesare, Roberto Esposito, Nadia Fusini, Sergio Givone, Giancarlo Guarino, Giacomo Marramao, Caterina Resta, Pier Aldo Rovatti, Carlo Sini, Nicla Vassallo, Federico Vercellone.
I 16 hanno scritto, tra l’altro: “Per quanto ancora frammentari e non univoci, i messaggi che ci raggiungono in questo esordio della fase 2 a proposito della scuola sono ben più che allarmanti. La prospettiva che emerge è quella di una definitiva e irreversibile liquidazione della scuola nella sua configurazione tradizionale, sostituita da un’ulteriore generalizzazione e da una ancor più pervasiva estensione delle modalità telematiche di insegnamento. Non si tratterà soltanto di utilizzare le tecnologie da remoto per trasmettere i contenuti delle varie discipline, ma piuttosto di dar vita ad un nuovo modo di concepire la scuola, ben diverso da quello tradizionale”.
Ancora: “Per quanto riguarda il prossimo anno scolastico, nessuno sottovaluta i vincoli oggettivi che potrebbero persistere anche in autunno, rendendo troppo rischioso il tentativo di ritorno alla normalità. Ma dare superficialmente per assodata l’intercambiabilità fra le due modalità di insegnamento – in presenza o da remoto – vuol dire non aver colto il fondamento culturale e civile della scuola, dimostrandosi immemori di una tradizione che dura da più di due millenni e mezzo e che non può essere allegramente rimpiazzata dai monitor dei computer o dalla distribuzione di tablet”.

Che la scuola sia un terreno decisivo, lo fa capire anche un commento di Chiara Saraceno su Repubblica del 20 maggio intitolato significativamente “E ultimi vengono i bambini” con la parola “Diseguaglianze” come occhiello. La sociologa e accademica interviene su cosa prevede e cosa non prevede decreto “Rilancio” per bambini e ragazzi per le attività all’aperto, per esempio nei parchi dove andrebbe tagliata l’erba perché vi ravvisa pericoli non inferiori al Covid se l’erba nasconde siringhe o cocci di vetro. “Nulla è previsto per i piccolissimi. Nulla anche per quanto riguarda il recupero della didattica perduta — è accertato dallo stesso Miur — dal 40% circa degli studenti. Si parla, infatti, solo di attività ludico-creative. Il fatto è che il tema dei diritti di bambini e ragazzi sembra sia caro solo alla ministra della Famiglia, che fa quel che può. Senza trovare sponda nella ministra dell’Istruzione, pervicacemente occupata a difendere il sacrosanto calendario scolastico, unico punto fermo in una scuola che è stata radicalmente terremotata, mentre non coglie la necessità, e opportunità, di utilizzare i mesi estivi non solo o tanto per un tradizionale recupero, ma per la sperimentazione di modelli educativi e didattici nuovi, flessibili: che utilizzino non solo gli spazi, ma le competenze e risorse disponibili nelle comunità locali al fine della costruzione di vere e proprie comunità educanti: necessarie in generale, ma tanto più in un contesto che pone molti vincoli organizzativi a una scuola chiusa in se stessa”.

In questo scenario sarà utile registrare alcune prese di posizione riportate da Alessandro Di Matteo sulla Stampa del 19 maggio. Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc-Cgil, dichiara: «Noi lo diciamo da sempre: la scuola non è solo formazione del capitale umano utilizzabile dalle imprese. È la chiave per essere consapevoli della propria dignità, dei propri diritti, della propria libertà. Per questo è giusto denunciare e abbandonare ogni tentativo, palese o sotterraneo, di disegnare una scuola che neghi il presupposto costituzionale dell'uguaglianza formale e sostanziale, messo in dubbio dall'uso delle nuove tecnologie». E Pino Turi, segretario generale Uil-scuola, esclama: «Finalmente c'è qualcuno che reagisce all'omologazione! Sulla didattica a distanza sono stato sempre cauto. Ammetto che in quel momento è stato l'unico modo per essere vicino ai ragazzi. Ora basta. Si è usata nell'emergenza, ma qualcuno vuole utilizzare l'emergenza per altro. Non è succedanea, è complementare tutt'al più. Allarga le diseguaglianze e i docenti si sono accorti che i bambini sono in imbarazzo, dopo un entusiasmo iniziale, c'è un calo di apprendimento. Pensare di essere moderni perché si usa il digitale lo trovo riduttivo».
Anna Ascani, vice-ministra all'Istruzione, sempre nel pezzo del quotidiano torinese approva: «Io credo che i firmatari dell'appello abbiano complessivamente ragione nel dire che la didattica a distanza ha dei limiti strutturali. Lo dico da settimane: è utile per tamponare l'emergenza, ma certamente non è sostitutiva della scuola, dell'educazione». La vice-ministra propone «l'utilizzo delle tecnologie, ma a scuola: questa esperienza può essere utile per modificare la didattica all'interno della scuola».

De Cristofaro: "La didattica a distanza non funziona, bisogna tornare in aula"