Lula in un libro racconta: “Ho voluto sfamare 54 milioni di brasiliani senza cibo”

L’ex presidente parla di calcio, politica e del suo primo obiettivo, combattere la povertà, in questo estratto da un libro-intervista edito da Meltemi

L’ex presidente brasiliano Lula

L’ex presidente brasiliano Lula

redazione 30 agosto 2018

Per gentile concessione dell'editore Meltemi pubblichiamo in estratto dal libro-intervista “Luiz Inácio Lula da Silva. La verità vincerà” (Meltemi editore, pp. 256, 18 euro). In queste pagine Lula si racconta ai giornalisti Juca Kfouri e Maria Inês Nassif, al docente di Relazioni internazionali Gilberto Maringoni e alla fondatrice della casa editrice Boitempo Editorial, Ivana Jinkings. Unico presidente brasiliano rieletto democraticamente per due mandati, in carica dal 2003 al 2011, “arrivato a San Paolo dalla miseria dello Stato Pernambuco per fare il lustrascarpe prima, e l’operaio poi, è stato, fra molte luci e qualche ombra, uno dei simboli della rinascita conosciuta dal Brasile all’inizio del nuovo millennio”, scrive l’editore nella sua scheda. Il volume comprende anche uno storico discorso di Lula, tra i fondatori del Partito dei lavoratori (PT). Il “presidente-operaio” è stato condannato a 12 anni per corruzione nell’inchiesta “Lava Jato”. “Il 7 aprile 2018, barricato da giorni nella sede del sindacato di São Bernardo do Campo per professare la sua innocenza, ha deciso di consegnarsi alla polizia nonostante il sostegno di migliaia di manifestanti”, ricorda l’editore italiano. Dall'estratto abbiamo tolto le note salvo alcune incluse fra parentesi.


 


Lula si confessa: da Cristiano Ronaldo allo sfamare tutti


Luiz Inácio Lula da Silva è uno dei più grandi politici della storia brasiliana, paragonabile forse soltanto a Getúlio Vargas, per la quantità di segni che entrambi hanno impresso al Brasile. Questa intervista è stata realizzata alla vigilia dell’ennesimo momento cruciale della sua storia, tra il febbraio e il marzo 2018, mentre il Paese attende la decisione del Potere Giudiziario sul suo arresto in seguito alle pressanti accuse mosse contro di lui dall’operazione Lava Jato.
Il testo che segue è il risultato di una lunga intervista, svoltasi in tre sessioni all’Instituto Lula di San Paolo nei giorni 7, 15 e 28 febbraio. Al dialogo con Lula hanno partecipato i giornalisti Juca Kfouri e Maria Inês Nassif, il docente di Relazioni internazionali Gilberto Marigoni e Ivana Jinkings, fondatrice e direttrice della casa editrice Boitempo. L’edizione del testo e le note sono state curate dal giornalista Mauro Lopes.


Lula – Allora, ragazzi, intanto chiariamo che di norma non faccio da censore alle cose che dico, per questo a volte non mi ascolto, altrimenti mi troverei a criticare quello che ho detto. Voglio che vi sentiate del tutto a vostro agio. Penso che dovremmo iniziare a parlare di ieri, a parlare di oggi, a parlare di domani. Do io il calcio d’inizio… Ho ancora in testa quel gol che Cássio ha preso ieri (Ndr: Sconfi tta del Corinthians contro il São Bento per 1 a 0, il 14 febbraio, per il Campeonato Paulista 2018) .… Se fosse rimasto con la mano ferma, la palla non sarebbe entrata. Vivo il dramma di essere corintiano da settant’anni, non ne posso più, cambierò squadra, che sofferenza… Proprio ieri ho fi nito di leggere il libro di Galeano sul calcio; è straordinario. Ti fa capire il marcio che c’è da quando il calcio è diventato un’industria. Oggi il giocatore non vale niente, è uno strumento pubblicitario. Quello che conta è la marca che porta sulla maglia. A proposito, Neymar ieri… Bisogna essere uomini, no?
Juca Kfouri – Il portoghese, eh? Partecipa molto meno al gioco, pam, pam… due gol.
Lula – Sì, Cristiano Ronaldo ha un vantaggio: sa che con la palla non è abile come Neymar, sa che non è bravo quanto Messi… ma proprio per quello è diventato un professionista… Il ragazzo non fa niente, arriva e segna due gol. C’è stata una partita in cui Cristiano Ronaldo ha segnato quattro gol e il lunedì, quando sono arrivato qui [all’Instituto Lula], un tizio mi ha detto: “Non ha giocato per niente, ha solo fatto gol”…
Ogni brasiliano avrà fatto colazione, pranzo e cena
D’accordo, vi dico una cosa, solo per farvi capire come gira il mio cervello in questo momento… Tra cent’anni diranno: “Ma come cazzo ragionava ’sto vecchietto?”. Quando lasciai la presidenza della Repubblica [il 1° gennaio del 2011], sapevo perfettamente che tipo di governo avevamo fatto in Brasile. Sapevo che, quando vinci le elezioni, non vinci il governo, perché il governo è qualcosa di molto più potente, il governo è composto da istituzioni come la Receita Federal, la Polizia Federale, il Pubblico Ministero, che vanno al di là del governo. Ma io avevo fatto ciò che ritenevo possibile, il massimo che fosse mai stato fatto in questo Paese dal punto di vista dell’inclusione sociale. In realtà, il governo mise un po’ in pratica quello che era stato il mio apprendistato nei rapporti con il movimento sociale, con la sinistra del Paese e con le aspirazioni secolari…
Vorrei ricordarvi che il discorso che tenni in Avenida Paulista subito dopo la mia vittoria fu molto semplice; e ci fu qualcuno che mi criticò perché ero poco pretenzioso – perché normalmente un populista fa discorsi del tipo: “Arresterò questo, abbasserò lo stipendio di quello, farò…”. No, io dissi soltanto: “Se arriverò alla fine del mio mandato e ogni brasiliano avrà fatto colazione, pranzato e cenato, avrò già raggiunto lo scopo della mia vita”. Perché? Perché non erano pochi ad avere fame in questo Paese; erano nientemeno che 54 milioni di persone, ovvero come se la popolazione di quello che potrebbe essere il decimo Paese del mondo non avesse da mangiare. La gente non mangiava.
Chi ha fame non ha bandiere
Pensavo che questa fosse una sfida. E pensavo che avremmo potuto sconfiggere la fame soltanto includendo i poveri in politica, soltanto se fossimo riusciti a farli diventare una voce del bilancio pubblico. Perché quelli che hanno fame non hanno sindacato né partito, a volte non hanno religione, non si fanno vedere, non vanno a Brasilia e neppure sulla Paulista, non portano una bandiera. L’unica bandiera del povero è il brontolio del suo stomaco – e la certezza di essere un fallito completo. Come includere queste persone? Era quasi come tendergli la mano. E io sapevo di non essere uno di loro. Sapevo di essere uno di quelli che avevano da mangiare e che avrebbero dovuto tendere la mano a quelli che non ne avevano. Quando creammo questo programma, il Fome Zero (Ndr: Il programma Fome Zero (“Fame Zero”) fu ideato nel 2001 all’Instituto Cidadania, legato al Partido dos Trabalhadores (PT), successivamente diventato Instituto Lula, nel 2011. Il programma entrò a far parte della politica di governo nel 2003 ed era finalizzato a combattere la fame e a garantire la sicurezza alimentare dei brasiliani), e in seguito gli altri programmi sociali, fu tutto merito di cose iniziate qui all’Instituto Lula. È qui che abbiamo fatto il programma Fome Zero, è qui che abbiamo fatto il programma Minha Casa Minha Vida (Ndr: Minha Casa Minha Vida (“La mia casa, La mia vita”) fu il programma di abitazioni popolari del governo Lula, inaugurato nel 2009 e completamente stravolto dal governo Temer dopo il colpo di Stato contro la presidenta Dilma Rousseff), le politiche di inclusione del movimento sociale, la politica di sicurezza pubblica, il programma per i giovani. Tutto ciò ancora prima di salire al governo. Per cui governare è stato come mettere in pratica una serie di cose che avevamo imparato qui e nel movimento sociale. E, molto spesso, gli stessi compagni del PT, compagni ideologicamente più raffi nati, pensavano che fosse un governo di conciliazione. Io ho sempre pensato che un governo di conciliazione si ha quando puoi fare di più, ma non vuoi farlo. Ebbene, quando puoi soltanto fare di meno e finisci per fare di più, è quasi l’inizio di una rivoluzione: ed è quello che abbiamo fatto in questo Paese.
Includere la quantità di persone che abbiamo inserito nell’economia, che abbiamo inserito in politica, che abbiamo inserito nella società organizzata, e senza sparare un solo colpo – anzi, a volte prendendone qualcuno –, è quasi come aver fatto una rivoluzione pacifi ca. Io lo sapevo perfettamente e sapevo anche che una parte della popolazione aveva capito ciò che noi avevamo fatto.
Non pensavo di ricandidarmi
Non pensavo di tornare a concorrere nel 2014. Non mi passava nemmeno per la testa l’idea di tornare alla presidenza della Repubblica. Avevo paura… sapete, come un giocatore che lascia una squadra quando è il migliore di quella squadra, va all’estero e, quando torna, pensa: “E se fanno il paragone con quello che ero prima? Me ne vado da un’altra parte, non ci torno nella mia squadra”. Un presidente della Repubblica che chiude il suo governo con un indice di gradimento dell’87%7… Se vi ricordate, qui a San Paolo e nel Rio Grande do Sul, che sono gli stati teoricamente più chiusi nei confronti del PT, avevo un indice di gradimento dell’80% quando lasciai la presidenza. Ecco che cosa volevo fare: prendere la mia esperienza di governo e viaggiare per il mondo provando a mostrare alle società più povere che è possibile fare dei passi avanti. Ed è quello che ho provato a fare. Pensavo che avrei condotto una vita tranquilla. Avevo progettato di vivere di conferenze, che mi sembrava il modo più decente per guadagnarmi da vivere.
Non volevo ritrovarmi a dipendere dal PT, perché ogni volta che il PT mi ha pagato uno stipendio ci sono state delle critiche: “Fa il politico per professione” [con tono sprezzante]. Il punto è che molti non si sono mai preoccupati di come vive tanta gente, invece per me è stata una preoccupazione costante, fin dal momento in cui ho pensato di creare un partito politico…


“Luiz Inácio Lula da Silva. La verità vincerà” (Meltemi editore, pp. 256, 18 euro)


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