Se Internet da terra di libertà diventa selva di morte: il caso di Tik Tok

Ci sono troppi casi che inquietano; ci sono dati preoccupanti; ci sono segnalazioni che arrivano ogni giorno a Telefono Azzurro. Ma come fare a controllare tutto?

Tik Tok

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Maurizio Boldrini 23 gennaio 2021

Antonella Sicomero, la giovane anima siciliana che è morta ieri, è l’ultima di un elenco di vittime giovani che lasciano la vita inseguendo hashtag di social che promettono la socializzazione, la conoscenza e anche divertimento e che, invece, diventano il terreno di aspri confronti e di sfide all’ultimo respiro. Sarebbe stato TikTok l’ambito nel quale avrebbe partecipato al gioco estremo e sul quel terreno si muovono, per ora, le inchieste aperte per “istigazione al suicidio”. Saranno decisive le immagini di quel gioco che spinge i partecipanti a rimanere senza respiro il più possibile per vincere la sfida che si sono lanciati sul social. Intanto il Garante della privacy ha deciso di bloccare il social.


Tutto ruota attorno all’uso che la giovane avrebbe fatto della Blackout challenge. E’ una praticata molto conosciuta da chi abusa dei social: si possono percorrere, tramite hashtag, strade irte di sfide e di pericoli e partecipare ad attività o giochi pericolosi sui quali le stesse piattaforme, almeno formalmente, non hanno alcun potere d’intervento. A queste mete disperate, non si arriva, infatti, direttamente dall’home page dei social ma tramite degli hashtag (due tra i più conosciuti sono blackoutchalleng e hangingchallenge).


Ovviamente non contengono aperti inviti al suicidio, ma il blackout prevede, guarda caso, che una determinata situazione sia completamente ribaltata dall’apparire di schermata nera. Complessivamente i contenuti di cui dispone Blackout sono circa 21 milioni, l’altro ne gira circa 4. Come verificarli tutti?


E’ del tutto evidente che nell’oceano scuro di tanti video, di tante allettanti proposte ve ne possano esser alcuni che parlano davvero di cinture o di corde o di sfide con le quali qualcuno finisce per soffocarsi. Dovrebbero esserci, a detta degli stessi esperti dei social, algoritmi che dovrebbero permettere di perlustrare e quindi sanificare l’ambiente digitale. Forse viene fatto ma, purtroppo, questi cancelletti sono facili da aggirare. E’ un gioco che conoscono anche i ragazzi: basta usare una faccina o sostituire con dei numeri le lettere. TikTok replica al drammatico caso con una presa di posizione che trasuda di ufficialità e non di una necessaria riflessione autocritica: assicurano di non aver “riscontrato alcuna evidenza di contenuti che possano aver incoraggiato” alla ‘blackout challenge’; rivolgono le più sincere condoglianze alla famiglia e il portavoce assicura che “la sicurezza della community TikTok è la nostra priorità assoluta, per questo motivo non consentiamo alcun contenuto che incoraggi, promuova o esalti comportamenti che possano risultare dannosi”.


Antonella Sicomero aveva 10 anni. Igor Maj ne aveva 14. Fu trovato morto con una corda attorno al collo, nell’autunno del 2018. Ne rimase colpito lo stesso Presidente della Repubblica Mattarella: “Non è possibile che un ragazzo di 14 anni muoia in conseguenza di un’emulazione in un gioco perverso in chat”, dichiarò con rammarico. Era bravo a scuola, esperto in arrampicate, nessun segno di depressione. Quando, dopo la morte, hanno cercato di capire il perché, lo svelerà il suo smartphone mostrando come fosse stata fatale una clip pubblicata su Youtube.


Ci sono troppi casi che inquietano; ci sono dati preoccupanti; ci sono segnalazioni che arrivano ogni giorno a Telefono Azzurro. Il bullismo praticato a scuola o la gara a chi fosse più bravo negli sport estremi era già molto disdicevole ma bisogna sapere che con Internet quelle “ragazzate” hanno cambiato natura con gli effetti si sono moltiplicati e tutto è diventato più incontrollabile. Basta un telefonino e ogni ragazzo può raggiungere il bosco digitale dove si nasconde il lupo e dove, però, il desiderio di mostrarsi o di rivelarsi a se stessi conduce spesso a un finale ben diverso da quello della fiaba. In una società dominata dallo spettacolo che sembra ormai governare l’intero sistema sociale e culturale. Un sistema nel quale i social sono specchio di ciò che accade nella società e, al contempo, portatori di competizione e di esibizione, dove s’incentiva e si da sfogo al perenne bisogno di misurarsi con concorrenti, che puntualmente diventano avversari, di mostrare il proprio talento costi quel che costi, a far diventare il linguaggio una delle forme più violente d’espressione.


Le singole e drammatiche storie ci parlano di un mondo che avrebbe bisogno di rovesciare schemi e priorità. A iniziare da Internet che da lievito di libertà si sta trasformando in selva zeppa di trappole e dove l’accesso libero al sapere universale corre il rischio di riproporre antiche divisioni di classe e di ruoli. Servirebbero regole severe, servirebbe un’educazione all’uso dei media digitali che tarda ad affermarsi, un sistema educativo che già si trova a far fronte a mille emergenze. Servirebbe non il compiacimento ma un’attenta e serena vigilanza delle famiglie sui comportamenti dei figli. Servirebbe.