Il classicista: "Così l'imperatore Adriano approvò una norma in favore del suicidio di chi soffriva troppo" | Culture
Top

Il classicista: "Così l'imperatore Adriano approvò una norma in favore del suicidio di chi soffriva troppo"

Maurizio Bettini, classicista, docente universitario direttore del centro Ama Siena parla dell'eutanasia e del suicidio nell'antica Roma"

Il classicista: "Così l'imperatore Adriano approvò una norma in favore del suicidio di chi soffriva troppo"
Il Canopo nella villa dell'imperatore Adriano a Tivoli
Preroll

Maurizio Bettini Modifica articolo

16 Febbraio 2022 - 19.26 Globalist.it


ATF

Il Professore Maurizio Bettini si è così espresso su un argomento molto dibattuto di questi giorni: 

“Eutanasia era una parola molto amata da Augusto. Lo sappiamo dal suo biografo Svetonio, il quale racconta che ogni volta che Augusto sentiva dire di una morte serena, di una morte senza troppo dolore, si augurava la stessa eutanasia”. 

Riprendendo l’etimologia della parola, il direttore del centro Ama Siena sottolinea che: “Eu” vuol dire “bene/buono”, “thanatos” invece morte. Addirittura il biografo sottolinea che era una parola lui usava spesso e volentieri. Quindi c’è questo paradosso che una parola greca che si trova poco negli autori greci, ma che era nata dal fondatore dell’impero: dal grande Augusto. 

Per quello che riguarda poi il problema del suicidio a Roma, il suicidio non è punito, non è considerato una colpa se non nei casi in cui possa nuocere a qualcun altro. Per esempio un suicidio di un servo era visto in negativo perché nuoce al padrone. Il suicidio di un soldato che potrebbe partire per la guerra, di un giovane che potrebbe entrare nell’esercito è una colpa perché viene meno ai suoi doveri verso la Repubblica. Altrimenti tutti gli altri tipi di suicidio sono ritenuti liberi perché la vita non è ritenuta appartenente a qualcun altro, ma fa parte dei beni della persona.

Anzi l’imperatore Adriano ad un certo punto fa un riscritto, i romani infatti erano giuristi pignoli, dicendo che se qualcuno si era ucciso per “tedium vitae”, cioè per noia della vita, oppure per l’impazienza di un dolore troppo forte, come sarebbe purtroppo il caso di cui si parla tanto oggi, costui poteva lasciare eredi. Eliminando questo tipo di suicidio degli altri in cui invece siccome si produceva un danno, l’erede non avrebbe potuto ereditare. 

Per quanto riguarda il ruolo dei medici, tema interessante che andrebbe approfondito, sembra chiaro che il medico, secondo il giuramento di Ippocrate, non era escluso dalla morte assistita. 

C’è una frase ambigua sul giuramento di Ippocrate, si dice che il medico si impegna a non dare a nessuno una pozione venefica però non è che la dà alla persona che la richiede, non è questo che va contro il giuramento di Ippocrate, ma va contro il giuramento di Ippocrate sul mandato di una terza persona avvelenare qualcuno, ma non chiedere il veleno per sé. 

Chi invoca oggi il giuramento di Ippocrate contro l’eutanasia commette un errore di interpretazione del greco, come tante volte capita la grammatica può avere anche delle influenze enormi sulla percezione della civiltà e della cultura”. 

Native

Articoli correlati