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Da villaggio a megalopoli, la “rivoluzione” cinese di Shenzen è anche tecnologica

L’architetta Juan Du: «In un sistema non democratico, è stata la città più intellettualmente democratica in Cina». Ne parla al Festival Utopian Hours di Torino

Da villaggio a megalopoli, la “rivoluzione” cinese di Shenzen è anche tecnologica
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21 Ottobre 2020 - 11.55


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La città vacilla, trema, ma resiste. Dopo il lockdown i centri urbani di tutto il mondo si sono trasformati, hanno dovuto trovare un’altra anima, il loro futuro è in gioco. Il loro cuore trafitto. Milano, Roma, Napoli, ma anche Londra, Parigi, Madrid, New York, quale futuro?
Città e megalopoli, ognuna con la sua narrazione. Come Shenzhen, città cinese che è il simbolo della metamorfosi avvenuta nel tempo. Città che da poche migliaia di abitanti è arrivata ad averne 12 milioni in pochi decenni. Nel 1979, spinto dalla diffusa povertà della Cina, Deng Xiaoping sostenne un’audace proposta: sperimentare politiche economiche in una terra di confine rurale vicino a Hong Kong. Esperimento economico, ma soprattutto sociale. Shenzhen è il segno dell’esplosione urbana nella Cina di oggi, merito della creazione della prima “zona economica speciale” del Paese.

Un libro stupendo, non ancora tradotto in italiano, uscito quest’anno che racconta l’incredibile “esperimento”. Al Festival delle città “Utopian Hours”, che dal 23 al 25 verrà ospitato alla Centrale della Nuvola Lavazza di Torino, verrà presentata la prima italiana di The Shenzhen Experiment: The Story of China’s Instant City, opera di Juan Du, architetta di origini cinesi, direttrice accademica e fondatrice del Center for Design e rettore associato della Facoltà di Architettura di Hong Kong. Du sarà in collegamento sabato 24 ottobre alle 11.30, il talk sarà moderato da Michele Bonino, professore associato del Dipartimento di Architettura e design del Politecnico di Torino e vice-rettore per le relazioni con la Cina.

Il libro della Harvard University Press (2020) ripercorre la storia di Shenzhen, piccola cittadina nel sud della Cina, e della sua rapida trasformazione in megalopoli dagli anni Ottanta a oggi, fino a diventare la sesta città per abitanti del Paese. La città si estende su un’area più del doppio di quella dei cinque distretti di New York. Ha inghiottito la terra originariamente occupata da oltre 2000 villaggi rurali che erano fioriti per secoli attraverso l’agricoltura, la pesca, la coltivazione di ostriche. Circa 300 “villaggi urbani” sopravvivono all’interno della città moderna.

Un’accelerazione senza pari, un’eccezione urbanistica: una “città istantanea”. Il libro racconta la verità dietro questo modello di sviluppo eccezionale, frutto di una legislazione economica speciale introdotta nell’area, dando testimonianza delle tante sfide e della ricchezza culturale di un luogo unico nel mondo. A che prezzo però?
La città ha mangiato spazi rurali e vita di comunità, ma ha anche prodotto relazioni e attività che solo in quel contesto potevano vivere e fiorire. Iperconnessa, ecosostenibile, tecnologica e internazionale: sono le sue caratteristiche.

La città della provincia meridionale del Guangdong ha la stessa storia di tantissime città cinesi. Era un villaggio di pescatori ed è diventata una città plasmata per portare capitali stranieri. Ma non tutte hanno avuto lo stesso risultato. Non esiste solo un modo per essere città globale, città tecnologica. Ogni città ha un proprio modo di “essere nel mondo”, Shenzhen ne ha avuto uno tutto suo, stupefacente, incredibile. È proprio qui, a Shenzhen, che la Cina ha scelto di fare la più grande sperimentazione al mondo di una criptovaluta di Stato impiegata nel mondo reale per acquisti ordinari, dai trasporti al caffè, fino all’abbigliamento.

«Oggi Shenzhen rappresenta un centro finanziario e tecnologico ideale, una città modello, il suo Pil (prodotto interno lordo) ha superato quello di Hong Kong», racconta Juan Du, intervistata da Globalist. «Il successo economico e l’innovazione tecnologica prosperano nei sistemi aperti e nei contesti cittadini. A mio parere, sebbene Shenzhen non operi sotto un sistema politicamente democratico, è stata la città più intellettualmente democratica in Cina durante gli anni della “riforma e apertura”». È certo che pianificazione centralizzata e libero mercato sono un mix fondamentale per gli investitori, ma Shenzhen è anche “una città in cui vivere”? «Come descritto nel mio libro, la città è molto di più della sua immagine di una zona economica centralmente pianificata, è anche piena di storia e cultura dimenticate, così come di persone e quartieri affascinanti. Sebbene ci siano certamente dei problemi come accade ad altre megalopoli sviluppate rapidamente, Shenzhen è stata capace di attrarre 20 milioni di residenti in 30 anni, non solo tutti “investitori”. Le persone scelgono di trasferirsi a Shenzhen per migliorare la propria vita e quella delle loro famiglie». Una vita però, soprattutto in Cina, cambiata repentinamente con l’arrivo della pandemia. «La pandemia non è ancora finita. Ma io spero che la Cina, e tutti gli altri Paesi nel mondo, imparino da questo disastro in modo che ci possano essere meno perdite umane in futuro».

Shenzhen è anche cornice di un evento che non può passare inosservato: l’ottava edizione della Bi-city Biennale of urbanismarchitecture, ora non visitabile in seguito all’emergenza sanitaria. suddivisa in due macro-sezioni, rispettivamente curate dagli italianissimi Carlo Ratti e Fabio Cavallucci. Si parla di “interazioni urbane” contemporanee che hanno dato vita a un nuovo tipo di relazioni spazio-temporali: la città diventa una piattaforma senza precedenti in cui la dimensione del digitale e quella del reale interagiscono tra loro. E poi c’è un’altra idea di città, da cui parte l’esplorazione, che è quella di un oggetto urbano in movimento, in crescita, in continuo sviluppo che ha bisogno di diversi livelli di lettura e di interpretazione. Ed è proprio qui che si riempie di senso il libro di Juan Du, un libro che racconta come la città sia l’immagine di un organismo urbano vivente, una città che è molto più di un insieme di funzioni; la città è portatrice della coscienza umana veicolata attraverso risorse individuali, materiali e infrastrutturali. L’architetta spera che Shenzhen possa insegnare al resto del Paese ad adottare politiche di sviluppo più sensibili.

Il sito dell’Utopian Hours Festival

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