“Contro i nuovi fascismi mio padre John Fante direbbe che siamo tutti figli di Dio”

Dal 21 agosto Torricella Peligna in Abruzzo ospita il festival sullo scrittore americano che ebbe genitori di origini italiane. Il figlio Jim: “Nessuno va giudicato per il colore della pelle”

John Fante. Fonte Wikipedia

John Fante. Fonte Wikipedia

redazione 17 agosto 2020
John Fante è uno di quegli scrittori che potremmo annoverare nella folta schiera degli artisti ignorati o quasi in vita e celebrati da morti grazie anche alla sorte non proprio fortunata che li attese durante la loro esistenza. E che ha vissuto una classica storia americana di creatività e povertà. Anche se l’autore dei romanzi Aspetta primavera, Bandini del 1938 e Chiedi alla polvere del 1939, nato a Denver nel Corolado nel 1909 e morto nel 1983 in un sobborgo di Los Angeles distrutto dalle conseguenze del diabete, sceneggiatore a Hollywood per necessità, ha conosciuto un successo fugace, poi ha visto la sua stella fumare e le difficoltà economiche soverchiare lui e la famiglia. Fece in tempo per vedere i nuovi bagliori della sua stella brillare (grazie a Charles Bukowski di cui divenne amico nel 1978 e che premette perché fosse pubblicato) poco prima di andarsene, ma lo scrittore nordamericano non ha potuto godere fino in fondo dei benefici del suo lavoro. Ma ha lasciato tracce durature. Anche di natura etica.

John Fante ha un discreto seguito da diversi anni in Italia, complice il fatto che aveva sangue italiano: suo padre Nicola Fante veniva da Torricella Peligna (in provincia di Chieti), la madre Mary Capolungo aveva genitori emigrati dalla Basilicata. Proprio il borgo abruzzese organizza da anni un festival intitolato a John Fante che arriva alla quindicesima edizione dal 21 al 23 agosto (clicca qui per il sito). La puntata di questo 2020, con la raccomandazione di telefonare prima per sapere se c’è posto a causa delle limitazioni anti-Covid, contempla un concorso per opera prima con tre finalisti, anzi tre finaliste: “Niente caffè per Spinoza” (Giulio Einaudi editore) di Alice Cappagli, “Teresa degli oracoli” (Giangiacomo Feltrinelli Editore) di Arianna Cecconi, “L’esercizio” (La nave di Teseo) di Claudia Petrucci.

Perché John Fante affascina tanti lettori e tante lettrici? Forse per la sua capacità di resistenza, per i suoi personaggi alle prese con vite difficili, per una vita dove sbarcare il lunario non era una licenza poetica, per la volontà di non arrendersi. Il figlio Jim Fante scrive un ricordo commovente sul numero di Robinson di Repubblica in edicola dal 15 agosto (a pagina 23): “Quest’anno abbiamo avuto il Covid-19, disordini razziali e una miriade di preoccupanti problemi politici, ma mio padre ci avrebbe esortato ad andare avanti, più di prima probabilmente. Siate forti, ma compassionevoli”. John Fante, ricorda il figlio, veniva da “una famiglia povera di immigrati. Ha dovuto combattere non solo il razzismo, ma anche la fame. Spesso a casa mangiavano pane e altri prodotti che venivano scartati al mercato”. Ciononostante, non chiedeva pietà. “Era orgoglioso di ciò che era, orgoglioso delle sue origini, orgoglioso di ciò che aveva scritto. Sapeva che valeva, anche quando nessuno conosceva il suo lavoro”. E se fosse vivo oggi? “Oggi di fronte all’avvento di un nuovo fascismo in molti paesi, avrebbe dichiarato che siamo tutti figli di Dio. Non dovremmo essere giudicati per il colore della pelle o per il luogo in cui ci è capitato di nascere. In ognuno di noi potrebbe esserci la prossima grande intuizione, forse anche il prossimo grande romanzo”, esclama Jim Fante.

Sotto gli auspici del festival abruzzese, è in libreria Dalla parte di John Fante. Scritti e testimonianze (Carocci editore, pp. 164, € 18,00, a cura di Giovanna Di Lello e Toni Ricciardi): il volume raccoglie le voci di chi ha partecipato almeno una volta alla manifestazione, da scrittori come Sandro Veronesi e Marco Vichi a filosofi come Gianni Vattimo, dai ricordi dei figli alle riflessioni della direttrice delle giornate su John Fante, la Di Lello.