Diavoli, mostri e bestie: tre scrittori riscrivono Emma Perodi in storie da paura

Pubblichiamo un brano da un racconto di Marco Vichi da “Storie fantastiche di paura”, raccolta con fiabe anche di Enzo Fileno Carabba e Anna Maria Falchi

Particolare dall’illustrazione di Laura Berni per “Il barbagianni e il diavolo” dalla raccolta “Storie fantastiche di paura”

Particolare dall’illustrazione di Laura Berni per “Il barbagianni e il diavolo” dalla raccolta “Storie fantastiche di paura”

redazione 6 gennaio 2020
Emma Perodi nel 1893 pubblicò in dispense le sue “Novelle della nonna” raccolte poi un libro. Erano storie ambientate tra castelli, forre e case coloniche che la giornalista, scrittrice e pedagogista attribuì alla “nonna Regina Marcucci” la quale le avrebbe narrate a figli, nipoti, parenti in un casolare a Farneta sopra Bibbiena, nel Casentino in provincia di Arezzo. L’autrice creò il personaggio della nonna narratrice e quelle novelle hanno contribuito a formare la letteratura italiana e non solo quella per l’infanzia.

Erano storie con elementi fantastici, anche oscuri, come li hanno spesso le fiabe. Nove di quelle novelle sono state rivisitate da tre scrittori di oggi propensi al genere “fantastico” e del noir, Enzo Fileno Carabba, Anna Maria Falchi e Marco Vichi, in un libro per ragazzi accompagnato dalle illustrazioni in bianco e nero di Laura Berni e scandito in "giornate". Il titolo è "Storie fantastiche di paura" (Giunti, pp. 288, € 18,00). Il progetto editoriale è curato da Stefano de Martin il quale in una nota avvisa che la scelta è caduta sulle storie “più belle e inquietanti della Perodi (che metteva spesso al centro la figura del diavolo, nelle sue mille varianti), riscritte con una sensibilità contemporanea”. Per gentile concessione del curatore pubblichiamo un estratto dal racconto “Il barbagianni e il diavolo” di Marco Vichi.

Un estratto da “Il barbagianni e il diavolo” di Marco Vichi

Erano i tempi in cui il poeta Dante, in fuga da Firenze, stava zampettando sugli endecasillabi della Commedia. E se il grande poeta fosse venuto a conoscenza di questa storia, di certo non avrebbe mancato di menzionarla nel suo Inferno.

C’era insomma questo strano uomo che viveva vicino alla sorgente del Falterona, in una casupola di pietre tutta storta, con il tetto di paglia. Era basso e tozzo, aveva dei capellacci sporchi e lanosi che andavano in ogni direzione, la barba di secoli, e in tutte e quattro le stagioni era sempre vestito nello stesso modo, una sorta di saio logoro e sudicio che solo a guardarlo di lontano se ne sentiva il puzzo. Insomma, aveva più l’aria dell’animale che dell’uomo. Faceva il boscaiolo, tirava giù gli alberi, li segava, li spaccava in ciocchi e li vendeva per accendere il fuoco. Era arrivato su quella montagna da molti anni, ma quanti?

Non poteva certo essere lì da sempre, mormoravano gli abitanti della zona, un certo giorno doveva pur essere arrivato, ma nessuno si ricordava di aver visto la casupola senza di lui. La sua legna bruciava assai bene e costava il giusto, e così erano in molti a comprarla da lui. Pagavano e scappavano, e le rare volte che qualcuno aveva il coraggio di rivolgergli una domanda, costui emetteva strani suoni, faceva gesti incomprensibili, come se non sapesse parlare. Forse la donna che era stata sua mamma, se davvero era nato da una donna, gli aveva messo un nome, ma nessuno sapeva quale fosse, e tutti lo chiamavano “Rospo”. Si era sparsa la voce che avesse la coscienza piena zeppa di peccati orrendi, ma nessuno sapeva dire quali e quanti fossero e dove li avesse commessi.

Sul tetto della sua casupola stava sempre appollaiato un barbagianni enorme, che osservava con due occhiacci perfidi i malcapitati che andavano a comprare la legna. Nei villaggi dei dintorni si diceva che di notte quegli occhi si vedessero luccicare di cattiveria a chilometri di distanza. Gli altri boscaioli e i carbonai che lavoravano su quella montagna, evitavano di passare troppo vicino alla casupola, perché non sopportavano lo sguardo di quel barbagianni, e se per caso qualcuno lo scorgeva di lontano, si voltava subito dall’altra parte e si faceva tre volte il segno della croce, come per scacciare una maledizione.

A far da compagnia a Rospo, si cominciò a dire, doveva essere arrivata anche una capra, visto che a un certo punto si iniziarono a sentire dei belati. Infatti una mattina un pastore, dalla collina di fronte, vide una capra uscire come una furia dalla casupola e mettersi a saltare come se avesse mangiato un chilo di scorpioni, e si fermò a guardarla per capire come mai fosse così pazza. La capra scalpitava sulle rocce, e doveva avere delle zampe molto potenti, visto che riusciva a buttar giù gli alberelli e a frantumare i sassi. E alla fine fu capace di smuovere un grande masso che rotolò giù per la montagna e andò a sbattere contro una parete di roccia nera, e dalla roccia piovve una cascata di frammenti scuri che si infilarono nel rigagnolo dal quale nasceva l’Arno. Sul momento il pastore fu quasi divertito dal comportamento di quella capra mezza matta, anche se in cuor suo avvertiva una certa inquietudine. Giù al villaggio raccontò la scena che aveva visto con il sorriso sulle labbra, e anche chi lo ascoltava si sforzò di sorridere. Ma non c’era proprio nulla da ridere, e lo scoprirono molto presto. La notte stessa, una parte della montagna franò per chilometri e chilometri travolgendo ogni cosa che incontrava, distruggendo case, alberi, capanne, carbonaie, e uccidendo uomini e animali fino al paese di Castagno. Fu una vera tragedia, e gli abitanti degli altri villaggi avevano una tale paura di fare la stessa fine e di veder distrutte le loro case, che passavano la notte nei campi sotto le stelle, pregando e invocando la clemenza del Cielo.

Ma i disastri non erano finiti, purtroppo. Successe che quei frammenti di roccia nera, rotolando a valle, avevano trasformato l’acqua limpida della sorgente in una fanghiglia putrida e scura, una melma appiccicosa e puzzolente come la si trova in un fossato pieno di liquami, e da quella roba schifosa uscivano decine e decine di serpenti neri che invadevano i boschi, non prima però di aver infestato le campagne e divorato tutto quello che capitava, distruggendo i raccolti e gli alberi da frutto, spolpando le galline e i maiali e i conigli e gli asini e perfino le mucche, costringendo le persone a salire sui tetti per salvarsi.

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Per gentile concessione di © Giunti Editore