George Eliot, la romanziera che sfidò maschilismo e classismo

Tradotto “Il mulino sulla Floss”, uno dei grandi romanzi dell’800 inglese. L’autrice dovette usare uno pseudonimo da uomo

George Eliot di François D'Albert Durade. Fonte : Wikipedia

George Eliot di François D'Albert Durade. Fonte : Wikipedia

redazione 8 dicembre 2019
Rock Reynolds

Non si scrivono – e, soprattutto, pubblicano – più i bei romanzoni di una volta, quelli da svariate centinaia di pagine che si fatica quasi a tenere in mano? Quelli che raccontano lunghe saghe familiari, con gran dovizia di dettagli sul contesto storico e sull’ambiente geografico, per intenderci. Spesso lo si può considerare un bene, perché non sono tanti gli scrittori contemporanei in grado di tenere ancorati i lettori a storie affascinanti e quasi interminabili, un talento appannaggio soprattutto dei grandi romanzieri dell’Ottocento francese, russo e, soprattutto, inglese.

Il mulino sulla Floss (Neri Pozza, traduzione di Alessandro Fabrizi, pagg 766, euro 24) di George Eliot è l’incarnazione quasi perfetta di quel tipo di libro: lunghissimo, calato nel cuore del romanticismo, ricco di sentimenti e forte di una notevolissima introspezione psicologica, considerato che fu pubblicato per la prima volta nel 1860. Quasi perfetta, perché la vicenda della famiglia Tulliver si svolge in larga parte in una campagna inglese talmente anonima da poter rappresentare almeno metà del territorio del paese, tutto sommato con pochi riferimenti alla storia della nazione e al suo ruolo di potenza coloniale.

Nella campagna inglese
Sembra quasi che l’ambientazione sia stata scelta per costringere il lettore a concentrarsi essenzialmente sui caratteri dei protagonisti e, soprattutto, di Tom e Maggie Tulliver, fratello e sorella, figli del benestante padrone del mulino sulla Floss le cui fortune subiranno un tracollo improvviso che segnerà lo spartiacque della storia della sua famiglia, il prima e il dopo del processo formativo dei suoi figli, nella classista società britannica che, persino in una sperduta località di campagna, obbliga i suoi rampolli a fare i conti con il prestigio del nome e quello del censo.

La scrittrice dovette usare uno pseudonimo maschile
Interessante è spendere due parole sull’autore. O meglio, sull’autrice, visto che George Eliot è lo pseudonimo sotto cui si cela un nome femminile, quello di Mary Ann Evans, la cui condotta spregiudicata secondo i canoni bacchettoni dell’Inghilterra ottocentesca (per aver semplicemente convissuto more uxorio con il filosofo e critico letterario e teatrale George Henry Lewes, un uomo che non avrebbe potuto santificare la loro unione in quanto già sposato e con dei figli) la spinse a utilizzare un nom de plume quando iniziò a pubblicare i suoi scritti. La società britannica, infatti, non le perdonò mai un atteggiamento tanto ardito. Inoltre, lei stessa temeva che, firmandosi con il suo vero nome, il pubblico non l’avrebbe presa sul serio come se a scrivere i suoi romanzi fosse stato un uomo.

Sfidò classismo e maschilismo
Vissuta tra 1819 e 1880 (grosso modo, dunque, coeva di altri grandi romanzieri inglesi come Thomas Hardy, di cui condivideva le ambientazioni bucoliche ma non la disperazione più nera; Charles Dickens, decisamente più nazionalpopolare nelle sue storie sulla rivoluzione industriale; e le stesse sorelle Brontë), sfidò in qualche modo le convenzioni del tempo, mostrando una modernissima capacità di analisi dei personaggi e delle idiosincrasie di una società che, alle soglie di una straordinaria modernizzazione tecnica del paese, restava abbarbicata a tradizioni improntate a classismo e maschilismo, cercando tra le pieghe della psiche dei suoi protagonisti una spiegazione ai quesiti universali della vita e a quelli di un’infanzia che aveva lasciato profonda traccia in lei.

La sudditanza femminile
È questa, almeno in parte, la chiave di lettura de Il mulino sulla Floss, la sua opera più celebre. La tematica che fa da spina dorsale quasi ossessiva alla narrazione, seppur attraverso un’ironia che non abbandona mai la scrittura, è quella della accettata sudditanza della donna nei confronti dell’uomo. Non a caso si possono leggere passi come questo: “Il nostro amico Tulliver era di indole gentile; non gli piaceva opporre rifiuti troppo severi neppure a una sorella che non solo era venuta al mondo in quel modo superfluo tipico delle sorelle, rendendo necessarie le ipoteche, ma che si era data via nel matrimonio e aveva coronato la serie degli errori con un ottavo figlio.”
Insomma, quando non era l’irreversibile inferiorità naturale della donna a fare danni, a combinarli pensavano le sue scelte sbagliate. Per uno dei protagonisti de Il mulino sulla Floss, le donne “Possiedono una grossa dose di intelligenza superficiale, ma non potrebbero mai approfondire niente. Sono tanto svelte quanto vacue.”

Alle donne non era permessa una vita autonoma
Si potrebbe dire che l’intera vicenda dei Tulliver sia raccontata da George Eliot dalla prospettiva delle donne, persino quando protagonista di un capitolo o di una intera sezione è un maschio: mostrando l’inadeguatezza di certi maschi, le figure femminili affiorano in tutta la loro forza.
D’altra parte, alla donna non era permessa una vita autonoma e neppure la scelta dell’uomo da sposare. Per questo – senza svelare granché di un romanzo che comunque ha al suo arco non solo la grande capacità di sfaccettare i personaggi, ma pure uno sviluppo narrativo che spinge il lettore a procedere – quando le fortune della famiglia Tulliver subiscono una brusca battuta d’arresto e Tom decide di interrompere studi che avrebbero dovuto elevarlo socialmente, spetta a Maggie stare vicino alla famiglia. E Maggie non potrebbe fare scelta peggiore che trovare nel figlio del rivale di suo padre l’amore della sua vita.

Vizi e virtù di una società ottocentesca
George Eliot, pur ribellandosi alle pastoie della società ottocentesca, ce ne rappresenta vizi e virtù. “I tre mali che l’umanità doveva temere erano i cattolici, i cattivi raccolti e le misteriose fluttuazioni del mercato.” Tre ossessioni per l’Inghilterra alle soglie della rivoluzione industriale. La prima e la terza non sarebbero cambiate. In fondo, chi nasce in un mondo convintamente classista – non va dimenticato che ancor oggi la corona britannica ha un ruolo ben più che onorifico – resta legato a determinati valori. “Non si era mai sognato, Tom, che suo padre potesse ‘fallire’: quella era una forma di sventura di cui aveva sentito parlare come di una profonda disgrazia… Tom era nato e cresciuto respirando l’aria di un orgoglioso senso di rispettabilità familiare.”

Se ancor oggi la prosa di George Eliot suona attuale e vivace, lo si deve anche alla bella traduzione di Alessandro Fabrizi, che prende le mosse dal testo conservato al British Museum di Londra, la versione originale e completa dell’opera.