“Olocaustico”, il romanzo di Caviglia che immagina la Shoah negata (con ironia)

Lo scrittore ha spiegato di fare umorismo su come si racconta l’Olocausto, non sulla Shoah. Ritiene il negazionismo un rischio concreto. E partecipa a “Più libri più liberi”

Auschwitz

Auschwitz

redazione 7 dicembre 2019
Una signora pateticamente neonazista, intervistata da Repubblica quando le autorità italiane hanno scovato neonazisti sparsi in tutta Italia pronti ad agire con le armi, ha blaterato che invece di camere a gas e filo spinato ad Auschwitz “c’erano, piscine, teatro e cinema”. Pura menzogna, un falso totale. Tuttavia quando l’ultimo testimone della Shoah se ne sarà andato o andata, quando Liliana Segre non potrà più far sentire la sua voce, la Shoah non corre il serio pericolo di venire occultata e negata? Lo sterminio di sei milioni di ebrei (oltre a rom, omosessuali, avversari politici…) verrà nascosto da una marea di falsità?

Il rischio è concreto e lo paventa con un romanzo Alberto Caviglia che al suo esordio narrativo ricorre anche alla satira: Olocaustico (Giuntina Editore, pp. 304, € 18). L’autore presenta il romanzo alla “Nuvola” di Fuksas all’Eur di Roma alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” domenica 8 dicembre alle 13 alla Sala Vega. Interviene David Parenzo.
La Giuntina, la casa editrice, presenta così l’appuntamento: “David Parenzo accompagna Alberto Caviglia in un’analisi di Olocaustico, il suo romanzo d’esordio. Tra fake news, fantasmi erotomani, scenari apocalittici, e ansiosissime mamme ebree, si getterà luce sulla mancanza di senso della nostra epoca”. Con amici immaginari come lo scrittore da poco scomparso Philip Roth o il leader politico e Itzhak Rabin (1922-1995), con la madre Sara, con la ragazza Sharona, preoccupate per lui David Piperno avrà provocato un danno infinito al genere umano. Fino al finale che in modo imprevedibile e tramite fake news ribalterà quanto sembrava un disastro irreparabile.

Già assistente alla regia di Ferzan Özpetek, regista di Pecore in erba, “mockumentary” sull’antisemitismo, su youtube Caviglia introduce al suo Olocaustico con queste parole: “Cerco di immaginare quando scompariranno gli ultimi testimoni”. Un aspirante regista, David Piperno, ebreo di Roma, per mantenersi lavora per il museo Museo di Yad Vashem in Israele. Deve intervistare sopravvissuti ma quando muore l’ultimo testimone non ha più un lavoro da compiere per cui viene licenziato. Che fa allora? “Fabbrica lui un testimone prendendo un barbone” e con un training lo preparerà a dovere e lo intervisterà. E l’intervista viene presa dapprima per buona. “Consegnerà l’intervista al museo, verrà scoperto, però le conseguenze saranno devastanti, inimmaginabili, e la Shoah verrà negata in maniera decisiva in tutto il mondo”, avverte lo scrittore.

A Francesco Manacorda, in un’intervista uscita su Repubblica questo giovedì 5, Caviglia ha detto: «Ho cominciato a scriverlo due anni fa proprio sull’onda di alcuni episodi come quelli che oggi sono sempre più frequenti; in particolare la legge approvata in Polonia che proibiva di parlare di responsabilità polacca nella Shoah perché sosteneva che tutte le responsabilità per i campi di sterminio erano tedesche».
A una domanda dirimente dell’intervistatore se “si può fare ironia su questo tema quando per l’appunto la realtà supera l’immaginazione ed Ezio Greggio rischia di passare da Striscia la Notizia al Giardino dei Giusti?”, Caviglia ribatte: «Il mio libro non fa umorismo fine a sé stesso sulla Shoah, ma semmai guarda in modo umoristico a come è trattata la Shoah». Lo scrittore spiega che «oggi i ragazzi vanno ad Auschwitz e si fanno i selfie. Ecco, non vorrei che Auschwitz fosse vissuto come un Jurassic Park (…) ma vorrei che anche i più giovani sentissero quanto è accaduto come cosa viva e presente, come un rischio oggettivo di fronte alle tante manifestazioni che vediamo oggi e che mi spaventano».