Washington Black, un nero in fuga dallo schiavismo

L’afrocanadese Esi Edugyan con “Le avventure di Washington Black” narra un'epopeache rimanda a chi oggi considera il colore della pelle uno stigma

Jamie Foxx, schiavo in fuga, e Leonardo DiCaprio, nel ruolo di uno schiavista, in “Django Unchained” di Quentin Tarantino

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redazione 23 settembre 2019
Enzo Verrengia

Prima dell’attuale esodo dall’Africa ve ne fu un altro, non volontario, sempre che si possa definire “volontario” fuggire dalla guerra, dalla violenza, dalle carestie, dalla fame. Avvenne secoli fa e si chiamava tratta degli schiavi. Dodici milioni circa di nativi furono sottratti ai loro villaggi nel Continente Nero e importati come utensileria umana nelle Americhe, per morire fra atrocità terrificanti nelle piantagioni dei latifondisti bianchi… Quelli che sopravvissero ai viaggi sulle navi dei negrieri.
Lo ricorda senza la retorica interessata delle litanie buoniste ma semplicemente raccontando i fatti la scrittrice afrocanadese Esi Edugyan in Le avventure di Washington Black, epopea di formazione e d’avventura che va da scene improntate su Radici e sul Quentin Tarantino di Django Unchained al Jack London del Grande Nord, passando per Jules Verne.

Il protagonista del titolo, che narra in prima persona, è inizialmente un ragazzino undicenne, schiavo alle Barbados del demoniaco Erasmus Wilde, che non si limita a far frustare i raccoglitori di canna da zucchero. Li mutila, li sfigura, li storpia a capriccio. Washington ha un’unica protettrice, la titanica Big Kit. Fino all’arrivo di Christopher, il fratello minore del proprietario, un giovane dagli interessi scientifici, che vuole costruire il Nemboveliero, un aerostato non dissimile dalle mirabolanti invenzioni, appunto, di Jules Verne. Anzi, un precursore, perché il romanzo si ambienta negli anni ’30 dell’Ottocento. Per Christopher, detto Titch, Washington ha la corporatura e il peso adatti a farne il secondo passeggero del Nemboveliero. E infatti i due riescono a decollare dalla piantagione, il che per il ragazzo significa la conquista della libertà. Ma il vero fine di Titch non è solo il collaudo della mongolfiera. Intende arrivare al Polo Nord, dove potrebbe essere ancora vivo James Wilde, suo padre, scienziato, membro della prestigiosa Royal Society.

A questo punto non si deve anticipare ulteriormente lo snodarsi di una vicenda che alterna la ferocia di un’umanità sull’orlo della rivoluzione industriale e il lirismo della scoperta del mondo da parte di Washington Black, attraverso l’adolescenza e la piena gioventù. È lungo questo percorso che la trama de Le avventure di Washington Black riporta nella letteratura contemporanea un fattore quasi del tutto estinto, il senso del meraviglioso. E lo fa una giovane autrice così splendidamente lontana dai suoi coetanei di casa nostra, presi dalla sottocultura dell’Italia post-moderna.
Il tutto giocato sulle traversie del protagonista. Il quale, anche dopo l’abolizione dello schiavismo, avverte il marchio impressogli nella piantagione delle Barbados. Gli segna l’anima oltre alla pelle, più della deturpazione subita in volto a causa di un’esplosione accidentale dell’idrogeno con cui Titch ha insufflato il Nemboveliero. Lo affranca, e non del tutto, solo la delicatissima relazione sentimentale con Tanna Goff, figlia di uno zoologo marino britannico.

Le avventure di Washington Black è una lettura ineludibile adesso che il colore della pelle torna come stigma della diversità, del rifiuto dell’altro, in un’epoca di muri innalzati di nuovo, non più tra ideologie contrapposte, bensì tra un occidente collassato e l’incedere di popoli che giungono a chiedere comprensione, conforto, accoglienza, quando il traffico di esseri umani costituisce una ripresa della tratta.

Esi Edugyan, Le avventure di Washington Black (Neri Pozza, tr. di A. Arduini, pp. 400, Euro 18,00)