Partigiani, nazifascisti e Debussy nelle Alpi insanguinate

Un estratto dal romanzo “Il codice Debussy”: lo scrittore e direttore d'orchestra Lorenzo Della Fonte intreccia fatti reali della Resistenza, un mistero vero e la montagna

La foto di copertina del “Codice Debussy”

La foto di copertina del “Codice Debussy”

redazione 2 agosto 2019
Intreccia la Resistenza in Valtellina contro i nazisti e fascisti, il fascino della musica e dell’alpinismo, la montagna, dilemmi morali e il dibattito su partigiani dalle idee politiche anche totalmente discordanti come i comunisti e i cattolici ma consapevoli che era necessario unirsi per sconfiggere il nemico comune, il romanzo “Il codice Debussy” di Lorenzo Della Fonte di cui pubblichiamo sotto un estratto per gentile concessione dell’editore (Elliot Edizioni, pp. 224, € 17,50).

Si tratta di un thriller dove l’autore intreccia fiction e vicende autentiche, dove compare una valigetta misteriosa davvero contesa tra partigiani e nazifascisti, dove la sua competenza musicale imprime il carattere profondo al ritmo del racconto. Nato a Sondrio nel 1960, Lorenzo Della Fonte è direttore d’orchestra, compositore, insegnante e scrittore, autore dei libri “La banda: orchestra del nuovo millennio sulla storia della letteratura per fiati”, del romanzo storico musicale “L’infinita musica del vento” e dei romanzi “Chopin non va alla guerra” (2017) e “Il senso del tempo” (2018), entrambi editi da Elliot. Non a caso il sottotitolo del “Codice Debussy” recita “Storia di una resistenza montana e della musica che l’ha accompagnata”.

Sul romanzo la casa editrice scrive tra l’altro: “Fra l'autunno del 1944 e la primavera 1945, il capitano Giovanni Bassan indaga sull'omicidio di una giovane ebrea. L'avventura di Bassan si incrocia con altre due storie vere: quella di due giovani valtellinesi fuggiti in Svizzera nell'autunno del 1944 per non arruolarsi nell'esercito repubblichino e quella del tenente colonnello Edoardo Alessi, che dopo essere espatriato per sfuggire alla condanna fascista, fa ritorno in Valtellina per assumere il comando delle forze partigiane contro il “Ridotto valtellinese”, che avrebbe dovuto costituire l'ultimo rifugio di Mussolini”. Il giallo, ricorda Elliot, è “legato alla morte di due donne e alla scomparsa di una misteriosa valigetta”. Non ultimo Della Fonte scrive anche di due persone realmente esistite e proclamate eroi della Resistenza: il colonnello dei Carabinieri Edoardo Alessi e l’alpinista Ettore Castiglioni. Come a dire: ripensiamo oggi più che mai a chi ha combattuto per la democrazia e la libertà e non dimentichiamo.

La battaglia di Lorenzo Della Fonte

La notte del primo ottobre nei fitti castagneti intorno al villaggio di Mello, le donne cercavano i loro morti.
Nessun tronco, cavo o sano che fosse, nessun masso grande e meno grande, nessuna forra o crepaccio veniva tralasciato: gli uomini non erano tornati.
La fine poteva averli sorpresi ovunque, tra le foglie gialle e secche del sottobosco, quelle stesse che si raccolgono con cura per fare il letto al bestiame; tra le foglie gialle e secche gli uomini e i ragazzi avevano incontrato il loro carnefice. Qualche lamento, lontano, risvegliava a tratti la speranza, e più di qualcuna credeva di riconoscervi la voce del proprio marito, del figlio prediletto, del padre: pareva proprio l’appello di un ferito, che chiamava sempre più flebilmente. Più spesso, al ritrovamento del partigiano, non restava che chiudere i suoi occhi sbarrati, nell’ultimo gesto di pietà. La voce, la voce era allora quella dell’upupa, che persino di notte veniva a vegliare i cadaveri, insieme a cagne abbandonate.
Duecento fascisti erano saliti, all’alba, da Ardenno, da Cino e Cercino, a cercare i partigiani delle brigate “Matteotti” e “Zampiero”, decisi a farla finita con le loro incursioni. Una manovra a tenaglia, destinata al successo.
Dal loro punto di vista, naturalmente. Gli spari, le grida, erano echeggiati su per i canaloni del Malvedello e lungo la Valle di San Giovanni per tutto il luminoso giorno, la lotta si era frastagliata in decine di scaramucce tra di loro isolate e a tarda sera, infine, il fuoco era stato appiccato alle case.
Il fumo saliva nel cielo sereno della valle, e si poteva scorgere anche in lontananza. I morti a quell’ora erano anche in paese, e morti innocenti.
Dal Prato Isio, grande pascolo verde a 1.600 metri d’altitudine e a sedici chilometri di distanza in linea d’aria, Angelo e Ulisse non avevano più parole, né saliva in bocca. Contemplavano, muti, gli spettrali barbagli che spezzavano, con ostinata frequenza, l’incantata notte alpestre.
Ulisse, infine, aveva rotto il silenzio:
«Perché loro? Perché non io? Sono un codardo, hai ragione, Cadena. Verrò con te, se m’insegni a sparare».
Angelo, negando con un fremito di tutto il corpo:
«No, ragazzo. Abbiamo sparso già troppo sangue. Anche tra noi compagni. Tra noi fratelli. Non lontano da dove vedi salire il fumo, lì si sono incontrati il mio comandante, Nicola, e quello dei bianchi. Stavano per ammazzarsi l’un l’altro, e noi eravamo nascosti, pronti a saltar fuori. Partigiani che non si fidano di altri partigiani. Partigiani che sparano contro altri partigiani: è già successo, e poteva succedere ancora. Ma alla fine si sono dati la mano, perché non c’è niente come la forza di un nemico comune, per essere amici, o almeno provare ad esserlo. Fingere, al minimo. Non la pensiamo allo stesso modo, sul futuro. Noi lo vogliamo senza preti», qui Angelo aveva sputato, di nuovo, «e senza chiese. Loro, invece, sperano di diventare come l’America capitalista, baciapile della malora. Ma ormai è tardi per questa filosofia, i tedeschi hanno rialzato la testa e noi abbiamo portato via troppo formaggio, e troppe bestie giovani, alla povera gente che non sa più da che parte stare. Alla povera gente che ha fame, e non vuole averne più. Dammi ascolto: vai in Svizzera. Lì ti lasceranno studiare, e quando sarai ingegnere promettimi che ricostruirai tutto come prima. Anzi, meglio di prima».
«Mi hai detto che non esiste, la Svizzera, che è solo un sogno».
«A volte si sognano cose più vere della realtà. Il fatto che non le vediamo, non significa che non ci sono».
Ulisse: «Posso andare coi bianchi, se mi aiuti a trovarli. Fammi questo piacere. Voi comunisti…».
Angelo: «Noi comunisti cosa?».
Ulisse: «Insomma, ho promesso alla mia povera mamma che mai e poi mai…».
Angelo: «Ho capito. Scappa, ragazzo. Meglio in Svizzera che coi preti».
Ulisse: «Senza di voi non saremo mai liberi, Cadena».
Angelo: «Ma a tirare un grilletto son capaci anche gl’ignoranti come me. Anzi, per quel mestiere è meglio non sapere troppo, se no la testa ti dà di matto».
Angelo dallo zaino tolse un fiasco di vino, se lo accostò alle labbra e ne bevve un gran sorso, in un gorgogliare di gola.
«Questo mi serve per trovare il coraggio di fare fuoco» aggiunse asciugandosi la bocca.
«Ma a te non ne darò: hai già i tuoi libri, per dissetarti. Per sparare mi bastano la coscienza sporca e un po’ di vino. Per costruire ponti e ospedali, invece, no: serve altro, e tu ce l’hai, proprio qui».
E gli aveva toccato la fronte.

Estratto da “Il codice Debussy” di Lorenzo Della Fonte, Elliot edizioni
© 2019 Lit Edizioni. Per gentile concessione