Ti saluto, caro Andrea G. Pinketts, ricordo quella notte tra una scrittrice e te

Generoso, amante della parodia, esuberante: lo scrittore appena scomparso nel ricordo di un autore che lo conosceva, Enzo Verrengia

Andrea G. Pinketts

Andrea G. Pinketts

redazione 21 dicembre 2018
Enzo Verrengia

«Non so cosa dirò, ma so che lo dirò benissimo.» Così Andrea G. Pinketts iniziò nel 2001 una conferenza commemorativa di Andrea Pazienza alla Fiera del Levante di Bari. I due non si erano mai conosciuti, ma erano in una relazione naturale, quella che nasce dalla comunanza di genii, sia pure appartenenti a epoche differenti. Mettiamo che potesse essere lo stesso, per esempio, tra Charles Bukowski e Caravaggio.
Andrea lo conobbi nel 1996, quando scoprii che era stato fidanzato con la figlia di un grande scrittore mio conterraneo, Giuseppe Bernardo Annese, del quale io e il critico letterario della Gazzetta del Mezzogiorno, Michele Trecca, stavamo curando l’edizione di un romanzo postumo.
I due Andrea, Pazienza e Pinketts, si amalgamavano sotto i nostri occhi. Il milanese con la voce impastata più che di birra d’ironia e continui calembour. Il sanseverese Paz fumettava, e fumetta ancora, dall’aldilà. A Bari, quella volta, c’era anche la mamma di Andrea Pazienza, che ritrovò in Pinketts un simulacro del figlio. Io non facevo che venerarli tutti e due, il vivo e il morto.
Con Pinketts ebbi ripetuti incontri a Le Trottoir, il suo nido nei pressi del Castello sforzesco, a Milano. Poi gli feci fare la guest star al Festival delle Letterature di Pescara, la mia città adottiva. In un albergo, che è meglio non nominare, si favoleggiò di una nottata… tumultuosa fra lui e una scrittrice altrettanto sui generis.
Non per sesso, ma per esuberanze intellettuali rinfacciate a decibel da inquinamento acustico. Il pubblico non seppe nulla di tutto questo. Incantato com’era dall’esibizione rock di Pinketts in una discoteca.
Era Oscar Wilde, Ennio Flaiano e Quentin Tarantino
Più diventavamo amici, più scoprivano contenuti identici. Io, però, non potevo competere con Andrea sul piano comportamentale. Lui era Oscar Wilde, Ennio Flaiano e Quentin Tarantino tutti assieme. Un comportamentista che sapeva riversare la sua trascinante logorrea in tutto quello che scriveva. La sua tecnica del calembour sfidava tutte le leggi dell’allitterazione. Aveva il senso della frase, come diceva lui stesso. E sapeva legarlo all’attualità, ai media, alla letteratura, all’arte.
Da quel sempiterno bicchiere di birra cavava di tutto. Anche la generosità sconfinata con cui aiutava nuovi autori, giovani e no, a trovare un proprio spazio editoriale. Mi abbracciò dopo avere letto La notte degli stramurti viventi, dove anch’io mi cimentavo nei calembours, fra le altre cose. Inoltre, da milanese più DOC dei navigli, aveva assorbito in pieno la meridionalità scanzonata di noi terroni atipici, il più grande dei quali, ribadisco, era stato Andrea Pazienza.
I cosiddetti “esperti” sono quasi sempre noiosi, supponenti, insopportabili, enciclopedie viventi. Pinketts invece condiva le sue divagazioni sui numi tutelari del thriller con intuizioni uniche, fulminanti, paradossali. Sfornava parodie a getto continuo e le trasformava in dialoghi, descrizioni, titoli. Si veda per tutti La capanna dello zio Rom.
Che succede ora che ci ha lasciato così presto? Che si spegne un altro faro nella cultura nazionale e ci sarà sempre più spazio per le lampadine a basso consumo dei cretini, degli imbecilli, degli incapaci, dei paraculi, degli “organici” di un organismo per fortuna decompostosi.
L’unica, e vale per lui e per i puri che se ne sono andati prima del tempo, e tenerli vivi non solo con i ricordi di circostanza, bensì con un autentico culto.

Il lutto È morto Andrea Pinketts, lo scrittore della Milano noir e grottesca