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Bond? James Bond? Io sono il padre dell'agente 007

Chi era Ian Fleming, perché fu così contestato nel raccontare la storia e le abitudini del suo agente segreto. Le cui storie vengono finalmente ritradotte in Italia con stile. Da Adelphi

Bond? James Bond? Io sono il padre dell'agente 007

redazione Modifica articolo

30 Novembre 2017 - 18.44


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di Enzo Verrengia

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Ian Fleming è un autore sconosciuto al grosso pubblico delle ultime generazioni quanto il suo personaggio, James Bond, seguita a imperversare sul grande schermo da cinquantacinque anni. Anche i giovanissimi hanno familiarizzato con l’agente 007, che oggi per loro ha il volto di Daniel Craig. Pochissimi, però, sanno che la creatura cinematografica ha pochissimo in comune con l’originale letterario. Perfino Sean Connery, il primo interprete della saga, non somigliava davvero all’agente disperato, nevrotico e intriso di alcool dei libri di Fleming.
Da qualche anno la casa editrice Adelphi li sta ripubblicando, con nuove e accurate traduzioni che fanno giustizia di quelle precedenti. Ora giunge nelle librerie Goldfinger, uno dei migliori, dove imperversa un maniaco del metallo più prezioso, che punisce la sua donna di facciata (è del tutto indifferente al sesso) asfissiandola con vernice di oro, e progetta di svaligiare Fort Knox, riserva aurea degli Stati Uniti d’America.
Il duello fra questo malefico individuo e il prode paladino di Sua Maestà Britannica incatena il lettore pagina dopo pagina, specialmente per la memorabile partita a golf. La riedizione di Goldfinger è un’ottima occasione per (ri)scoprire la figura e l’opera di Ian Fleming.
Al massimo della popolarità, negli anni Sessanta, si sostenne che James Bond fosse del tutto inverosimile come agente segreto. Gli si contrappongono personaggi definiti più realistici, soprattutto l’attempato e goffo George Smiley di John Le Carré. Un addetto ai lavori sostenne: «Dubito che un Bond in carne ed ossa sarebbe sopravvissuto più di quarantotto ore come agente dello spionaggio.» Sottinteso: un tipo così appariscente, dalle abitudini rimarcate, si voterebbe a fare da bersaglio. Strano che però ad esprimersi in questi termini fosse Dusko Popov, jugoslavo naturalizzato inglese, che durante la seconda guerra mondiale riuscì nell’impresa impossibile di infiltrarsi per conto dei servizi segreti inglesi nel temibile Abwehr, il controspionaggio militare tedesco diretto dall’Ammiraglio Wilhelm Walther Canaris. Un agente segreto che si spostava su auto veloci, fumava una miscela di sigarette balcaniche, conquistava belle donne e sbancava truci nazisti al tavolo del baccarat del Casinò di Estoril, nel neutrale Portogallo. Ricorda qualcosa?
La verità è che le vere spie creano e distruggono la loro stessa leggenda. Se il pendolo della ambiguità smettesse di oscillare fra immagini contrapposte, resterebbe la verità, un bene troppo prezioso per essere offerto al pubblico dei profani.
Ian Fleming proveniva dall’intelligence, e pur con numerose licenze poetiche, prestò a James Bond alcuni tratti indispensabili ad un autentico agente segreto. Prima di tutto, una grande capacità di entrare a contatto con gli altri, non solo belle donne da corteggiare. Se qualcosa accomuna il personaggio dei romanzi a quello dei film è la sua tendenza a dialogare col prossimo. Le introspezioni di Bond, meno rare di quanto non ammetta la critica, preparano sempre un suo rapporto con la gente. Un’appropriata valutazione dei suoi interlocutori, e l’agente segreto è pronto al contatto. Azione, nei libri di Fleming, è anche il concitato susseguirsi di incontri, circostanze e, al picco, la mondanità notturna dei ristoranti e dei casinò.
Un retroterra che lo scrittore aveva nel sangue da ragazzo, quando studiava a Monaco e a Ginevra, fuoriuscito dalle Accademie Militari di Eton e Sandhurst. Nella fulgida Europa degli anni ‘20, un’élite dorata viveva da sogno. Le griffes non erano ancora appannaggio di masse arricchite. Fleming correva per le strade d’Europa su auto sportive e sciava nello splendore di Kitzbühel, in Tirolo, dove aveva una casa Leni Riefenstahl, la cineasta del Terzo Reich. Frequentava la stessa umanità ritratta da Francis Scott Fitzgerald, frivola ma innocente, perché la ricerca anche dissennata della felicità è solo un peccato veniale. E sarebbe stato pagato caro, con la perdita di quel mondo nel 1939. Fleming cambiava anche molte ragazze, come abiti smessi ad ogni giro di stagione. Stranamente è proprio in questa fase sans-souci della sua vita che si trovano le tracce di una personalità complessa, riassumibile nel temperamento del sognatore a oltranza, dell’eterno ragazzo. Finché, scrivendo i romanzi di James Bond, Fleming accorperà in un eroe immaginario la visione fantastica di se stesso.
Inoltre, era una scuola di vita o anche un apprendistato? La verde stagione europea e lo sci a Kitzbühel, venivano tacitamente considerate referenze dagli alti papaveri dell’intelligence britannico, parti di un velato tirocinio della perfetta spia. Perché Fleming apparteneva ad un ceto e a una generazione cui attingevano i capi dello spionaggio autentico. Una grande, sterminata congrega di “cugini” che avevano avuto la fortuna di essere nati troppo tardi per combattere la prima guerra mondiale, durante la quale la migliore gioventù britannica era stata sterminata sui campi di Ypres sotto l’apocalittico attacco tedesco col gas. Fra i caduti c’era anche il Maggiore Valentine Fleming, padre dello scrittore.
Ian Lancaster, classe 1908, consumava dunque la sua giovinezza in un clima da Clubland Heroes, eroi della zona londinese dei club, lungo St. James Street, ai quali Richard Usborne avrebbe intitolato il suo classico studio sui predecessori di James Bond. Infatti, proprio mentre il futuro padre di 007 viveva la sua pepata gioventù, trionfava già un “bondismo” anzitempo.
Era incominciato agli inizi del secolo, quando le probabilità di un conflitto contro i tedeschi si moltiplicavano. John Buchan, Erskine Childers, William Le Queux, Edward Phillips Oppenheim, Sapper e Donford Yates avevano già creato per la letteratura di spionaggio quello che lo studioso francese Gabriel Veraldi definisce «quasi un monopolio anglosassone a prevalenza britannica». L’Impero era pieno di territori da difendere, soprattutto l’India in cui perfino un grande scrittore come Kipling finiva per occuparsi di spie in quel capolavoro che resta Kim. Ma nei romanzi di Buchan & Co. non si filosofeggiava sul Grande Gioco. Si intrigava, si sparava, ci si inseguiva con auto veloci e si finiva tra le braccia di donne affascinanti. Una versione edulcorata e castigata di tutto ciò, i giovanissimi lo trovavano nel Boy’s Own, equivalente britannico del “Corriere dei Piccoli”. Ed erano state queste le avide letture infantili e adolescenziali di Fleming
Intanto a Londra si gettavano le basi dei veri servizi segreti contemporanei, con l’istituzione dei due Military Intelligence Offices, uno per lo spionaggio, l’altro per il controspionaggio e la sicurezza sul territorio nazionale. Distinzione rimasta fino ai nostri giorni fra MI6 e MI5. D’altronde, il Secret Service Fund esisteva dalla Restaurazione.
Nel 1933 Ian Fleming fu inviato a Mosca dall’agenzia Reuters, presso la quale trovò il primo impiego dopo il suo fallimento come candidato alla carriera diplomatica. Era appena cominciato il processo contro sei tecnici inglesi della Metropolitan-Vickers accusati di spionaggio. Già che era sul posto, Fleming tentò lo scoop degli scoop: un’intervista a Stalin. Non ci riuscì, però ebbe in premio di consolazione una lettera di rifiuto firmata dal dittatore. Non riuscì nemmeno a dare per primo la notizia delle sentenze contro i tecnici. Fu preceduto dall’inviato della Central News, sebbene di soli venti minuti.
Era (ed è) consuetudine dei servizi inglesi di tenere d’occhio e interrogare i connazionali che viaggiano per turismo o lavoro. Anche se Churchill non aveva ancora coniato la definizione di “cortina di ferro”, l’Unione Sovietica appariva una minaccia per l’Occidente. È presumibile quindi che il viaggio di Fleming a Mosca raccogliesse l’interesse dello spionaggio britannico.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Ian Fleming fu reclutato nella Naval Intelligence Division, il servizio informazioni della marina militare, dall’Ammiraglio Godfrey come suo assistente, con la sigla 17F. Niente di melodrammatico come la licenza di uccidere del prefisso doppio zero. Era solo la firma ai rapporti, derivata dal numero del dipartimento per il quale lavorava e dall’iniziale del suo cognome. Negli anni di massimo splendore cinematografico di 007 si sarebbero inventati exploits di Fleming da vera spia. In realtà, fu alquanto sedentario dietro una scrivania della Stanza 39, adiacente alla 38, quella dell’Ammiraglio Godfrey. Si limitò a progettare operazioni irrealizzabili, come il furto dell’oro francese alla Martinica, il cui piano avrebbe poi utilizzato appunto per Goldfinger. Il massimo della suspense, Fleming lo visse nel 1941, durante un viaggio in Europa e negli Stati Uniti con l’Ammiraglio Godfrey. La tentazione del Casinò di Estoril era troppo forte. C’erano dei nazisti che giocavano a baccarat e Fleming tentò di sbancarli. Perse clamorosamente! Al contrario del già citato Dusko Popov, il futuro scrittore fece una pessima figura. L’Ammiraglio dovette coprire le sue perdite.
Comunque, il Servizio Segreto per il quale opera James Bond è direttamente ispirato al MI6 o SIS (Secret Intelligence Service). Lo stesso Ammiraglio “M”, deriva da “C” (abbreviazione di chief, capo), il vero direttore dell’Intelligence Service durante la guerra, cioè Sir Stewart Menzies. La sua stanza al quartier generale di Broadway aveva le caratteristiche di quella descritta da Fleming per il vecchio “M”. Compresa un’efficiente segretaria di mezza età, la leggendaria Miss Kathleen Pettigrew, dipendente del servizio dal 1921, che avrebbe ispirato il personaggio di Miss Moneypenny.
Quando finì la guerra, all’amico Ivar Bryce che gli chiedeva cosa avrebbe fatto, Fleming rispose: «Scriverò il romanzo di spionaggio che metterà il punto all’intera narrativa di spionaggio.» Sarebbe improprio affermare che ci riuscì, di certo però James Bond è diventato l’agente segreto per eccellenza. Quando si parla di spie non si pensa all’oscuro sottobosco di tanti operatori senza nome. Forse la qualità letteraria di autori come Le Carré e Deighton è eccellente. Ma solo Fleming è riuscito a inventare 007.

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Ian Fleming, Goldfinger (Adelphi, tr. di M. Bocchiola, pp. 302, Euro 20,00)

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