Ohazuruike: "Da negro dico: Italia, dove vai se immigrati non hai?"

L’autore del libro "Negro", italiano con genitori africani, parla di razzismo, Ius Soli, scarsa natalità. E ricorda la gaffe fatta con la futura moglie

Bill Bidjocka, Purgatorio, 2014. Courtesy Sindika Dokolo Foundation, alla mostra “I is an other” a Roma

Bill Bidjocka, Purgatorio, 2014. Courtesy Sindika Dokolo Foundation, alla mostra “I is an other” a Roma

redazione 31 marzo 2018

Stefano Miliani


Titolare un libro su un nero italiano “Negro” è ad alto rischio di offesa. Non può tuttavia essere accusato di razzismo l’autore quando ha la pelle nera ed è italiano. “Negro” (Piemme Edizioni, 117 pagine, 16,90 euro) di Francesco Ohazuruike con Luca Crippa e Maurizio Onnis riepiloga l’esperienza di Ohazuruike stesso, dei suoi amici e conoscenti (neri) nell’Italia di oggi. Il sottotitolo è chiaro: “La verità è che non potete fare a meno di noi”. Di immigrati e figli di immigrati? L’autore non lo scrive in astratto: ricorre a statistiche ufficiali, a cifre, a numeri pubblici. Scardinando le fondamenta di tanta propaganda (non solo leghista) mirata contro tutti coloro che ritrae come “invasori” pretendendo di parlare a nome degli “italiani” quando saranno la voce di tanti, non di tutti. 
L’autore vive in Piemonte ed è originario di Catania, dove è nato nel 1982. È ingegnere chimico e nell’azienda in cui lavora pianifica la produzione economica e finanziaria. Per darvi un’idea del timbro del racconto, non esita a trascrivere la battuta, scadente, che rivolse alla ragazza piemontese che sarebbe diventata moglie quando la conobbe. Lei era studentessa di antropologia e le disse: «Allora studi le scimmie». Il commento: «Probabilmente uno dei peggiori avvii, per una relazione. E infatti non è stato un colpo di fulmine». Nemmeno un disastro irreparabile, a quanto pare: la coppia si è sposata e ha due figlie.


Ohazuruike, del suo libro sorprende innanzi tutto il tono: affronta temi drammatici con ironia, spesso con il sorriso. Come mai?
Ho cercato di rispecchiare la mia personalità. Un libro così si poteva scrivere con rabbia. Ho cercato di passare la mia storia per anche far sorridere. Mia madre nei momenti di sconforto infilava battute per sdrammatizzare. Cerco di prendermi poco sul serio malgrado l’argomento.


Domanda forse scontata ma inevitabile: quanta dose di razzismo c’è negli italiani?


Ho scritto il libro con Crippa e Onnis per evitare la generalizzazione e non posso dire che gli italiani in generale sono razzisti. I miei amici sono italiani e sarebbe un’offesa per loro. Ciò non toglie che ce ne siano. Mi dispiace quando persone non razziste non prendono posizione con chi lo manifesta.


Chi contesta i proclami sulla paventata “invasione” viene immancabilmente tacciato di essere “buonista”. Sottintendendo: un ingenuo, a metterla bene, o un idiota.


Non mi reputo buonista e penso sia giusto parlare chiaro. Cerco di dare informazioni, uso numeri, mostro la realtà. Poi che ci sia da migliorare qualcosa non c’è dubbio. Quando parlo di delinquenza, bisogna far rispettare la legge e chi commette reati è giusto venga punito o che esistano percorsi per riabilitarsi. Non vuol dire essere buoni ma far rispettare le leggi.


La scelta della parola “Negro” non è offensiva?


La scelta è una provocazione e le persone notano il libro. Però la verità è che non potete fare a meno di noi. È vero, la parola “negro” ha avuto connotati offensivi. Se torniamo indietro di una trentina d’anni non era così. Il poeta senegalese Leopold Senghor parlò di negritudine. La parola di per sé, al di là degli aspetti sociali, non è offensiva: dipende dal contesto e dalle intenzioni con cui la si dice. È difficile capire ma importa tanto l’intenzionalità.


Lei riporta i dati sulla natalità. A pagina 43 scrive: «L’Italia si avvia diventare il terzo Paese con popolazione più anziana al mondo. Ci sono oggi 38 persone con oltre 65 anni ogni 100 abitanti che hanno tra i 20 e i 64 anni. Nel 2050, se andiamo avanti con le tendenze demografiche attuali, avremo 74 anziani ogni 100 venti-sessantaquattrenni». Perché evidenziarlo?


Con questo capitolo ho inteso accarezzare la tematica dello Ius Soli. Sono diventato italiano a 18 anni. Tutti i bambini non considerati italiani possono diventarlo attraversando una finestra fra i 18 e i 19 anni e dopo si diventa clandestini. Lo trovo molto ingiusto. Una persona si forma quando si è ragazzi, sui 12 – 13 anni, e quando le persone non ti vedono e non ti riconoscono per quanto senti è una grande violenza. Come far passare questo messaggio? Ho cercato dati, la natalità è diminuita, gli stranieri sono al 10% della popolazione ma nel 2017 la metà dei nuovi nati aveva almeno un genitore straniero.


Lo Ius Soli con la precedente legislatura non è passato. Purtroppo. Con le nuove maggioranze quali chance ha?


Non so se chi va a governare sappia pianificare. Raccolgono voti puntando alla pancia senza una prospettiva su dove sarà il paese fra 20 anni. Come fa l’Italia ad andare avanti senza nuovi nati? Non penso che tutti i giovani decideranno di fare tre-quattro bambini a testa. È scarsa capacità di vedere il futuro.


L’Articolo 3 della Costituzione dice che siamo tutti uguali: di qualunque idea, fede, censo, colore della pelle.


La Costituzione dice anche che il Paese è fondato sul lavoro ma la percentuale della disoccupazione è maggiore che in altri paesi dell’Ocse. Come si dice da me al lavoro, sono “best wishes”, si auspica ma non si cerca di costruire le fondamenta affinché questi propositi prendano forma.


A pagina 45 riporta l’episodio dell’amico accusato di essere un borseggiatore sul tram semplicemente per il colore della pelle. A Firenze un signore ha ucciso un senegalese per strada dichiarando di non avergli sparato per razzismo ma i video hanno provato come abbia evitato di colpire persone con la pelle bianca. Avendo la pelle scura c’è da preoccuparsi ora?


Spero di no ma il signore che ha sparato al senegalese pensava che il nero ha meno valore di uno dalla pelle bianca. Se questa è la percezione c’è da aver paura.


A pagina 52 ricorda come italiani pedofili consumano sesso in Asia e Africa. Lungo le strade ci sono molte prostitute africane. Molti criticano l’immigrazione perché porterebbe delinquenza e spacciatori. Cos’è? Una doppia morale?


Il problema delle prostitute risponde alla domanda del “mercato” che evidentemente è forte. È facile essere moralisti e fare con la mano sinistra quanto non vede la mano destra. Al mattino è semplice dire che prostitute e spacciatori creano disagio e pericolo, poi le stesse persone andranno a prostitute o compreranno droga.


A pagina 111 rifiuta l’accoglienza per motivi di “buon cuore”. Cosa intende?


Il punto è capire che abbiamo bisogno che persone nuove diventino italiane e non solo per accogliere, non solo per pietà. Occorre prendere coscienza di come evolve la popolazione. Se gli autoctoni non fanno bambini li farà qualcun altro. L’immigrazione nasce dai tempi dei tempi, ci sarà come c’è stata in passato.


Gli italiani sono stati emigranti. Lo hanno dimenticato?


Purtroppo credo di sì. Ho vissuto a Siracusa. C’è una Siracusa in Australia, una negli Stati Uniti. Vuol dire che gli italiani si sono spostati in massa e hanno cercato di fondare le stesse città. Non ci sarà mai una città con il nome africano qua, ma lo dico per far capire che gli italiani nell’800 iniziarono a emigrare.


Al museo diventiamo tutti africani