Cristiana Perrella del “Pecci”: «Riaprire i musei: siamo rifugi di bellezza, non centri commerciali»

Parla la direttrice del Centro d’arte contemporanea di Prato: «Siamo luoghi sicuri e di socialità per gli abitanti, non solo per turisti. Vivere non è consumare»

Cristiana Perrella al Centro Pecci di Prato. Foto Okno Studio

Cristiana Perrella al Centro Pecci di Prato. Foto Okno Studio

Stefano Miliani 15 gennaio 2021
Dunque da lunedì 18 i musei nelle “zone gialle” possono riaprire nei giorni feriali (clicca qui per l’annuncio del ministro Franceschini). Devono rispettare tutti i parametri di sicurezza e per questo si erano già attrezzati anche se non tutti possono spalancare le porte da lunedì. Da Firenze il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt ha chiarito che può aprire subito il Giardino monumentale di Boboli mentre per gli altri musei servono “tempi tecnici e amministrativi” un po’ più lunghi. Infatti la Toscana dovrebbe rientrare nei parametri che permettono restrizioni più limitate rispetto alle zone arancioni (per diventare zona bianca ci vuole ancora tempo e dati migliori per tutti).
Da Prato Cristiana Perrella, direttrice del Centro d’arte contemporanea “Luigi Pecci”, è intervenuta pubblicamente su più media per dire come le raccolte d’arte debbano essere aperte: “perché sono luoghi sicuri e perché una società non può contare sul consumo”, spiega in questa intervista dove premette: “Abbiamo il personale della guardiania in cassa integrazione dall’inizio della pandemia, tutti noi non vediamo l’ora di riaprire”. Romana del 1965, ha una ricca attività di curatrice indipendente nel curriculum e dal 1998 al 2008  ha diretto il Contemporary Arts Programme di The British School at Rome. Ieri, giovedì, ha partecipato al convegno online “Il futuro dei musei. Tra crisi e rinascita, cambiamento e nuovi scenari” organizzato dal Comune di Firenze, dalla associazione delle raccolte civiche cittadine Muse e dal Museo Novecento.

Perché i musei devono riaprire nella situazione attuale?
Innanzi tutto mettiamo in chiaro che i musei sono luoghi sicuri: sono spazi di solito grandi, tutti ci siamo attrezzati per gestire i flussi in sicurezza, ci siamo provvisti dei dispositivi necessari, nelle sale le persone hanno le mascherine e non le tolgono, parlano poco. Proprio in momento come questo è molto duro andare avanti potendo contare solo sulla dimensione produttiva e di consumo dove l’essere umano è visto solo come qualcuno che lavora e spende: c’è bisogno di altro. I musei possono offrire un rifugio, un presidio sul territorio, dove passare due ore pensano ad altro. Magari proprio chi non è mai stato nel museo. 

A Venezia il sindaco Luigi Brugnaro ha detto che tiene i musei civici chiusi perché tanto non ci sono turisti.
In mancanza di turisti e di scolaresche dicono sono che sono anti-economici. Rifiuto una lettura esclusivamente economia del nostro ruolo. Tutti i musei pubblici hanno un’altra funzione e ora viene fuori. Altri colleghi in musei toccati da grandi flussi di visitatori si sono accorti che in questo momento torna il cittadino che non si vedeva da anni, perché non bisogna farsi la coda per visitare i Vaticani o l’Accademia di Firenze, il secondo museo della città. La sua direttrice Cecilie Hollberg ha notato in questi mesi il ritorno dei cittadini: è importantissimo che riscoprano i musei come spazio per loro e questo può essere fatto adesso. I musei non sono per il turismo, sono fatti per tanti pubblici: la logica dei numeri è stata aberrante e ci ha fatto perdere di vista la nostra missione e i nostri obiettivi. 

È un costo tenere aperta una raccolta d’arte senza gli incassi dei biglietti?
Se pensiamo ai musei con enormi flussi vengono meno biglietti e servizi aggiuntivi, cataloghi o l’oggettistica, manca l’affitto di spazi per avvenimenti che aiutano il bilancio. Ma da un altro punto di vista come musei pubblici riceviamo ristori equivalenti per i mancati introiti dalla biglietteria e quindi lo Stato paga. Mancano, è vero, altre voci. Noi che non abbiamo quei grandi flussi abbiamo una serie composita di voci, dalla didattica ai laboratori all’affitto di spazi al cinema. In questo caso è un problema, però lo Stato paga i ristori, la cassa integrazione di chi non può venire, esiste quindi un esborso pubblico importante per arginare i danni. Si può tenere aperto magari con soluzioni parziali. Non tutto giorno e per esempio. Noi abbiamo aperto dal giovedì alla domenica dopo il lockdown chiudendo due giorni alla settimana, abbiamo ridotto l’orario, ogni direttore può decidere quali aggiustamenti fare, bisogna ragionarci. 

Centri commerciali e negozi sono aperti, pur se a certe condizioni. I musei, e mettiamo qui anche la scuola, devono essere considerati al pari dei consumi o sono altro?
Li reputo in modo diverso. O per lo meno equipariamoli. È curioso: noi chiusi, centri commerciali e ristoranti aperti. Il ristorante del nostro museo ha riaperto, a tavola stai seduto e senza mascherina mentre quando visiti le sale devi portarla e sei in più sicurezza: non ne capisco il senso. Mi ha molto dispiaciuto la mancanza di argomentazione. Così si dà un messaggio grave: tutto sommato la cultura può stare chiusa o aperta tanto è lo stesso e interessa a pochi, non è una categoria di cui tener conto in maniera particolare. È un messaggio grave verso chi frequenta la cultura e verso chi non è mai venuto al museo e ora, magari per la mancanza di altri svaghi, ci avrebbe messo piede e scoperto qualcosa di sorprendente. Contino a non capire perché si può stare in un centro commerciale o andare al ristorante anche in certi orari e non in un museo.  

C’è il problema dei trasporti e delle persone che circolano con la pandemia. 
Allora che diciamo dei centri commerciali? Non ha senso. Tutti musei hanno ingressi contingentati, nei nostri tremila metri quadri di superficie non possono entrare più di 60 persone a volta. Come gli altri appena possibile il Centro Pecci ha riaperto subito, ci siamo impegnati tantissimo nell’offerta, con un programma digitale e un broadcasting serio che continuiamo, abbiamo creato due spazi grandi per la didattica perché poteva essere una offerta gradita per bambini e famiglie mentre non c’era nulla, è anche un’occasione di socialità in sicurezza. È il messaggio generale difficile da accettare, è questa dimensione del vivere a misura di produzione e consumo. Rispetto tutte le categorie e le difficoltà ma le persone possono avere più bisogno di prima della cultura, di un pensiero complesso, del rapporto con la bellezza: perché privarsene?