Marco Tonelli: «Il vero virus è apparire a oltranza»

Il direttore di Palazzo Collicola a Spoleto: «Musei attivissimi sul web, ma è intrattenimento. Nella task force del governo neanche un esperto di cultura. La malattia siamo noi»

Collezione Calder di Giovanni Carandente. Galleria d’Arte Moderna – Palazzo Collicola, Spoleto

Collezione Calder di Giovanni Carandente. Galleria d’Arte Moderna – Palazzo Collicola, Spoleto

redazione 18 aprile 2020
Marco Tonelli è critico d’arte e direttore di Palazzo Collicola a Spoleto, raccolta d’arte notevole soprattutto sul fronte moderno e contemporaneo che comprende la collezione e la biblioteca del critico Giovanni Carandente (1920-2009).

di Marco Tonelli

Arte come puro intrattenimento
Dal mio isolamento (come tutti) scrivo, studio, lavoro a distanza, tengo lezioni in streaming e osservo il mondo, mediato da internet e tv. E constato un fatto ovvio e paradossale: le mostre sospese e interrotte, i musei sono chiusi eppure i siti web attivissimi come non mai. Foto, video, esposizioni virtuali, interviste, visite delle collezioni e via dicendo, dobbiamo inventare nuove formule per dire che siamo vivi, che esistiamo. Il sistema delle mostre e dei musei continua a essere fruito e diffuso dunque con estrema vivacità.
Ho il sospetto che tutto ciò sia inevitabile in tempi, ancora lunghi, di chiusura e clausura (e che lo sarà anche dopo), ma allo stesso tempo evidenzi l’aspetto più nocivo dell’arte attuale: essere intrattenimento puro e valere più come evento mediatico ed effimero che esperienza reale.

Il vero virus del contemporaneo: apparire ad oltranza
Siamo tutto sottoposti a questo, il vero virus del contemporaneo: apparire ad oltranza, fare numeri, entrare nei social e moltiplicarci con followers e likes, purché se ne parli. Ma poi di cosa si dovrebbe parlare? A volte si vede il niente, altre volte l’inutile, poche altre qualcosa, senza capire cosa sia. Anche nel nostro isolamento continuiamo a sentire quel riflesso condizionato di dover essere in rete come simulacri di noi stessi, anziché approfittare di questa opportunità per poter stare in silenzio, riflettere, senza doverlo comunicare.

La speranza
La speranza è allora che l’esperienza dell’arte e del museo in genere, possano tornare a non essere più come prima, ma in senso nuovo più silenziose, profonde, consapevoli, difficili, meno nevrotiche e senza seguire flussi mediatici e pubblicitari, post e facili condivisioni social, ma basandosi su studio e ricerca, esperienza diretta e formativa, scrittura lenta e ragionata e non veloce e curatoriale, occasionata solo da cataloghi di esposizioni (i primi non a caso a cadere di questi tempi, come anche i dipendenti di importanti gallerie come Pace Gallery, che nonostante abbia diverse sedi sparse nel mondo e un fatturato milionario, ha sospeso un quarto dei suoi collaboratori di New York e ridotto stipendi).

La lettera di Giorgio Armani
La cancellazione infatti di fiere, inaugurazioni, aste, presentazioni, meeting, cene di gala, aperitivi, se leggiamo quanto scrivono molti artisti e non solo, è accolta da alcuni con un sospiro di sollievo se non con mal celata soddisfazione, quasi che tutto l’aspetto relazionale dei quotidiani commerci in tempi cosiddetti normali fosse inconsciamente avvertita, e ora confessata, come una perdita di tempo, una negazione della propria identità e un offuscamento di desideri interiori.
Nella recente lettera aperta di Giorgio Armani al mondo della moda si legge: “Questa crisi è anche una meravigliosa opportunità per ridare valore all’autenticità: basta con la moda come gioco di comunicazione, basta con le sfilate in giro per il mondo, al solo scopa di presentare idee blande. Basta intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi si rivelano per quel che sono: inappropriati, e voglio dire anche volgari. Basta con le sfilate in tutto il mondo, fatte tramite i viaggi che inquinano. Basta con gli sprechi di denaro per gli show, sono solo pennellate di smalto apposte sopra il nulla”. Sostituiamo a “moda”, “sfilate” e “spettacoli grandiosi” le parole “arte”, “mostre”, “grandi fiere” e lo stesso potremmo applicarlo al mondo dell’arte.

Il virus siamo noi e questo nostro sistema
Ci stiamo allora forse finalmente dichiarando (ma solo perché costretti) l’inutile e stancante chiacchiericcio dell’arte prima del virus? Dopo sarà tutto come prima non perché non scomparirà il virus (scienza, buon senso, economia, medicina avranno la meglio), bensì perché il virus siamo noi e questo nostro sistema, che nessuno vorrà abbandonare, nonostante quanto stiamo scontando ora sulla nostra pelle. Siamo troppo implicati, abbiamo scommesso troppo e troppo avanti andati per tornare indietro, per fermarci spontaneamente, per decrescere dove serve e progredire solo dove più sensato sarebbe farlo.

Nella task force del governo nessun esperto di cultura
Lo confermano, se ce ne fosse stato bisogno, gli interessi specifici della task force nominata dal governo per la riapertura, per il ritorno a una “normalità” tutta da capire cosa sia e come dovrà essere. Su 17 membri, sono presenti amministratori delegati di multinazionali, psicologi, commercialisti, esperti di economia, tecnologia, diritto del lavoro, statistica, sociologia, disabilità e ovviamente virologi: un esperto di cultura (università, musei, musica, teatro e via dicendo) avrebbe forse inceppato la macchina? O forse questo settore non ha necessità di recupero, cosa di cui avremmo molto da obiettare…

Il sito di Palazzo Collicola