In Italia ignorare i terremoti è stupido, un libro ci racconta perché

Non si fa prevenzione contro i danni al patrimonio culturale perché non porta voti. Un pregevole volume di storici dell’arte voluto dall’istituto “Kunst” pone questioni troppo spesso rimosse

L’Aquila, la basilica di Collemaggio dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Foto Antonello Garogalo, da “Storia dell’arte e catastrofi”

L’Aquila, la basilica di Collemaggio dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Foto Antonello Garogalo, da “Storia dell’arte e catastrofi”

redazione 16 febbraio 2020
Stefano Miliani

Ricordate le immagini dell’Aquila devastata dopo il 6 aprile 2009? Le foto di Amatrice o Arquata del Tronto rase al suolo dopo il 24 agosto 2016? C’è come un enorme “rimosso” nell’Italia dei nostri giorni e riguarda tanto lo scenario politico come l’approccio psicologico degli italiani non coinvolti direttamente: il terremoto.

Nello specifico pensiamo ai danni provocati dal sisma nel centro Italia nel 2016 e 2017, alle conseguenze tragiche delle scosse aquilane del 2009, al sorprendente (perché lì nessuno lo immaginava possibile) terremoto in Emilia nel 2012, alla lunga storia sismica del paese. Un volume davvero eccellente ed encomiabile affronta di petto l’argomento: Storia dell’arte e catastrofi. Spazio, tempi, società (a cura di Carmen Belmonte, Elisabetta Scirocco, Gerhard Wolf, Marsilio, 432 pp., ill, € 38,00). È un libro scaturito da un convegno di qualche anno fa promosso da un istituto tedesco che più volte ha dimostrato sensibilità verso l’argomento, il Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut. Da rilevare come Wolf, direttore del "Kunst" come gli storici dell’arte chiamano l’istituto di storia dell’arte, abbia lodevolmente affidato la curatela a due giovani studiose e come la scelta si sia dimostrata azzeccata.

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Si discute, nel libro, e ne discute uno storico dell’arte attentissimo al versante civile come Tomaso Montanari, del concetto del “com’era, dov’era”: significa ricostruire un monumento secondo il desiderio più che comprensibile di rivedere quella chiesa semicrollata o quel campanile franato esattamente come erano prima della botta della terra.
L’argomento ricorre criticamente in più saggi perché quello diventa spesso, in buona fede e talvolta come semplice slogan, un desiderio quando le tecniche costruttive e la necessità di interventi antisismici rendono inevitabile impiegare i materiali e gli strumenti dell’oggi per scongiurare altri crolli futuri. Certo, raccomandano questi studiosi immersi nel vivere civile: è doveroso recuperare ogni singola pietra storica subito dopo la distruzione, catalogarla e riusare ogni pezzo storico quando si ricostruisce un monumento, e ciononostante è bene essere consapevoli che restaurare significa comunque mutare qualcosa.

Si parla, in queste pagine, di salvaguardare i centri storici e mantenerli vivi, né turistifici alla Venezia né luoghi di spopolamento rapido come accade nell’Appennino centrale terremotato e nello specifico in Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio. Scrive Salvatore Settis, archeologo, studioso d’arte, già direttore della Normale di Pisa da sempre impegnato sul fronte civile, di come le città oggi accentuino le diseguaglianze invece di calmierarle. E Montanari rammenta come siano “organismi urbanistici secolari che continuano a vivere solo se abitati da comunità”.

Piace ricordare come due testimonianze raccontino quel laboratorio cruciale che è L’Aquila: ne scrivono la docente di storia dell’arte nell’ateneo aquilano Cristiana Pasqualetti e l’architetto a guida della soprintendenza speciale per L’Aquila e il cratere Alessandra Vittorini, la quale segue in prima persona da anni la complessa e davvero difficile ricostruzione dei luoghi monumentali e della città storica e ha ottenuto risultati; li ha ottenuti tanto più quando valutiamo che la ricostruzione nel capoluogo abruzzese è iniziata davvero solo nel 2013 perché la politica berlusconiana, nell’immediato, puntò tutte le carte sulle “new town” nei dintorni svuotando quel nucleo antico. Valga anche citare i finanche poetici reportage fotografici post-sisma del fotografo aquilano Antonio Di Cecco sia nella sua città sia nell’Emilia post 2012.

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Storia dell’arte e catastrofi non è un film del genere apocalittico: invece aiuta concretamente a comprendere come gli effetti terremoti e disastri ambientali, alluvioni e frane dipendano in primo luogo da come trattiamo quei territori; le conseguenze derivano da come e dove costruiamo, se preveniamo o se facciamo finta di niente. Insistono molto, gli autori di queste pagine, sulla necessità di ascoltare direttamente i cittadini. Perché ciò avvenga però noi cittadini dobbiamo informarci ed essere informati dalle autorità, rammentano i saggisti.

“Storia dell’arte e catastrofi” affronta in più passi l’argomento della “Carta del rischio”: è, ovvero sarebbe, la mappa sui monumenti e centri storici nelle zone di pericolo pensata dall’Istituto centrale del restauro mezzo secolo fa; sarebbe una mappa per capire come, dove e quanto sono vulnerabili chiese, palazzi, centri storici, edifici plurisecolari in modo da conoscere e decidere come intervenire. Quella “Carta del rischio” è rimasta “purtroppo arenata per mancanza di risorse e per il generale indebolimento delle strutture ministeriali di tutela”, appunta nel suo saggio Valentina Valerio.

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Dagli autori dei saggi emerge una costante amara: la prevenzione comporta certo risparmi ma sul lungo corso, non nell’immediato. Prevenire sconquassi a monumenti e opere d’arte ha effetti poco vistosi, non porta quindi voti né visibilità mediatica (e qui anche noi giornalisti abbiamo la nostra discreta dose di responsabilità), per cui gli esponenti politici – che in democrazia beninteso rispecchiano idee e interessi di chi li elegge - non si impegnano, quasi mai salvo eccezioni pensano a prevenire danni.

Il disastro incombente “è un tema che continua a essere di tragica attualità”, disse in un incontro sul libro nell’ateneo fiorentino un paio di mesi fa il docente di storia dell’arte a Firenze Fulvio Cervini che nel suo saggio narra le “prove generali di una ricostruzione” dopo un violento terremoto di magnitudo 6.4 del 23 febbraio 1887 nella Liguria occidentale. “L’Italia è una delle terre più esposte ai terremoti e dal patrimonio artistico più diffuso e quindi più esposto, ma la tendenza politica è sempre stata quella del rimuovere il problema”, aveva osservato un altro docente che allo studio delle opere accompagna sempre la presa di posizione nella vita civile, Andrea de Marchi. Ha purtroppo ragione.

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