Uffizi, Bologna, Ustica: chi ricorda gli attentati

Il museo fiorentino espone, poco però, un quadro bruciato dall’autobomba mafiosa del ’93 e restaurato. Giusto ricordare: come alla stazione bolognese e al museo del Dc9

"I giocatori di carte" di Bartolomeo Manfredi degli Uffizi dopo il restauro

"I giocatori di carte" di Bartolomeo Manfredi degli Uffizi dopo il restauro

redazione 30 maggio 2018

Ste. Mi.



La foto che vedete è su un sopravvissuto di mafia. Sono “I giocatori di carte” del caravaggesco di primo ‘600 Bartolomeo Manfredi. Si vede poco? C'è poca superficie pittorica rimasta? Certo: il quadro degli Uffizi venne letteralmente scorticato dall’autobomba mafiosa nella notte tra il 26 e 27 maggio 1993. Una carica di tritolo, collocata in un Fiorino rubato in via dei Georgofili proprio dietro il museo, sterminò la famiglia Nencioni (compresa una bambina di meno di due mesi): in tutto uccise cinque persone, danneggiò 250 opere della Galleria e l’edificio vasariano. Il messaggio di forza che i mafiosi sapevano avrebbe avuto eco nel globo intero era: Stato, tratta con noi e non darti troppo da fare altrimenti questo possiamo fare. Gli esecutori di quell’attentato sono stati condannati, anche alcuni mandanti. Per gli inquirenti, quei mafiosi hanno perso; per i cittadini, esporre un’opera lacera e incompleta servirà a ricordare. Il che è indispensabile. La scelta non è affatto peregrina. Vedere residui è fondamentale. Per pensare, riflettere, non emozionarsi e basta.
Qualche paragone? Prendiamo due memoriali, entrambi su stragi più vaste, entrambi a Bologna, entrambi con troppe domande inevase su chi ha mosso i fili e nascosto: lo squarcio con vetro nella parete della stazione centrale con a fianco la lapide con i nomi delle “vittime del terrorismo fascista” ricorda la bomba esplosa il 2 agosto 1980; in un hangar non lontano dalla zona Fiera giace il relitto del DC9 abbattuto il 27 giugno 1980 nel Museo per la memoria di Ustica: un toccante allestimento dell’artista Christian Boltanski e voci registrate, voluto in primo luogo e con giusta caparbietà dall’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica.


Il link alla lapide alla stazione di Bologna


Il link al museo per la memoria di Ustica



Il dipinto sembrava perduto. Bruciato. Quanto è scampato del quadro è stato restaurato dalla restauratrice Daniela Lippi grazie a una campagna di crowdfunding lanciata dal Corriere Fiorentino, Ubi banca con i Scala archives, Once e Mandragora. Fino al 2 giugno gli Uffizi lo tengono esposto nel nuovo Auditorium Vasari, poi andrà nel depositi del museo per riemergere in una sala che sarà a conclusione del Corridoio Vasariano, quando verrà riaperto al pubblico. Il dipinto, del 1618, verrà affiancato ad altri due quadri colpiti quella notte, sempre di pittori caravaggeschi, e che sono sopravvissuti con ferite: “Il concerto”, sempre del Manfredi, e “I giocatori di dadi” di Valentin de Boulogne. Il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, tedesco, ha paragonato l’attentato mafioso ai bombardamenti nazisti del ’44. Questi “Giocatori di carte” dovrebbero però tornare il prima possibile, nelle sale. Proprio per il loro valore di memoria, di monito.



L'architetto Godoli: “Ancora non sappiamo tutto”
“Nessuno pensava potesse accadere, eravamo sconvolti”, ricorda Anna Maria Petrioli Tofani, oggi in pensione, allora direttrice degli Uffizi e tra i primi ad arrivare tra il fumo, la polvere. Per qualche ora, dopo l’esplosione delle 1.04, circolò l’ipotesi di una fuga di gas, dello scoppio di una centrale. Presto si affacciò la realtà. Nella mattina emerse con chiarezza: era un’autobomba. “Prima si lavorava, pur con difficoltà, nella fiducia di fare qualcosa di costruttivo. Dopo quella notte la fiducia fu fortemente scossa. Ma fu determinante la reazione dei cittadini e la reazione della cultura: reagimmo tutti. Ci mettemmo tutti a lavorare a testa bassa. Dimostrammo che la malvagità non aveva sconfitto noi cittadini”, commenta la storica dell’arte.


“Si levava fumo rosso – rammenta bene Antonio Godoli, architetto degli Uffizi, anche lui tra i primi ad accorrere quella notte – La logica dei mafiosi era chiara: minacciare lo Stato democratico. Fu terrorismo ancora più pericoloso della guerra perché non te lo aspetti. Abbiamo avuto delle risposte sugli attentatori, non su tutto però. Restano sempre ombre, nelle stragi italiane”.