Le guerre per le isole non finiscono mai. Conrad sapeva perché

Sakhalin, Perejil, le Falkland o Malvinas, Taiwan: più Stati si contendono isole e arcipelaghi. Anche se sono spuntoni di roccia. Ci soccorre qualche scrittore

Scorcio delle isole Faklkands o Malvinas

Scorcio delle isole Faklkands o Malvinas

redazione 29 marzo 2018

Enzo Verrengia



Russi e Giapponesi rivendicano il possesso di Sakhalin, al largo delle coste siberiane e delle Curili. Quest’ultimo è un arcipelago che non supera le trenta isole, in larga parte spopolate, pressoché inaccessibili e percorse da venti mai sopiti. 700 Km di terre sparse da nord di Hokkaido a sud della Kamtchatka. Complessa e certosina la contabilità delle pretese territoriali, che escludono alcune isole e ne comprendono altre. Né la perestroika di Gorbaciov né la partnership globalizzante con riserva di Putin hanno però contribuito a risolvere la questione. Ora Putin rinfocola il contenzioso ordinando un’esercitazione militare che di fatto è un monito per Tokyo, a compensare nel peggio l’attenuarsi della tensione con Pyongyang grazie al nuovo corso di Kim Jong-un.
«Nessun uomo è un’isola, compiuto in sé», scrive John Donne in Devotions, personalissimo breviario di preghiere valido per tutti. E prosegue: «Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terraferma. Se una sola zolla viene portata via dal mare, l’Europa rimpicciolisce, e lo stesso per un promontorio o la dimora di un amico o la tua: la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché rientro nell’umanità e dunque non mandare a chiedere per chi suona la campana: suona per te».
Peccato che la geopolitica stravolga il senso del celebre passo dal quale Ernest Hemingway ricavò il titolo del suo romanzo sulla guerra civile spagnola. Se ogni isola fa parte di una vasta ed omogenea realtà territoriale, ossia una nazione, disputarsela vale bene il ricorso alle armi.


Il ringhio diplomatico
Molteplici sono le controversie sopite nella cronaca ma non nel ringhiare diplomatico che ricorda quello dei cani per via di un osso. Spagna e Marocco lo fanno da decadi a causa di Perejil, l’isola del Prezzemolo, piena solo di rocce e rancori da ex colonizzati nei confronti dei padroni europei di una volta. Si replica nel ventunesimo secolo la scena delle due tribù che non vogliono dividersi il corso d’acqua, raffigurate da Kubrick all’inizio di 2001 Odissea nello spazio? Né interessa qui un riesame in termini notarili dei secolari sommovimenti di confine che hanno riguardato l’isolotto. Ricordando, poi, che Spagna e Marocco si guardano in cagnesco specialmente per Ceuta, Melilla e il Sahara occidentale. Mentre sembra ricomposto lo screzio ispano-britannico per la Rocca di Gibilterra.
Sugli atlanti marocchini, Perejil si chiama Leila. Era lo stesso per le Falklands che gli argentini definiscono tutt’ora Malvinas, la cui invasione risale a vent’anni fa, nell’82. Anche in questo caso, tornerebbe più utile una citazione letteraria, dal Romeo e Giulietta di William Shakespeare: «Nomi! Cosa c’è in un nome!» I latini l’avevano detta quasi allo stesso modo: «Nomina sunt numina».
Perché le isole contese sono appunto simboli di conquiste che dilatano lo spazio del potere oltre il confine naturale delle coste, proiettandolo verso l’orizzonte per eccellenza, quello marino. Prima ancora che le posizioni strategiche ed i vantaggi commerciali, dunque, è proprio il diritto di appropriarsi e ribattezzare un pezzo di terra distaccata che determina la spinta espansionistica nell’acqua.


Falklands o Malvinas
Per il generale Leopoldo Galtieri, la conquista fisica delle Falklands era meno importante dell’imporre all’arcipelago la parvenza castigliana di Malvinas. Purtroppo, non aveva tenuto conto di nemici molto più prossimi e conterranei, i cileni di Pinochet, che non esitarono a schierarsi accanto agli anglo-americani. Neppure il già traballante colosso sovietico poté volgere le sorti di un breve e cruento melodramma bellico, che servì agli inglesi per dimostrare di poter ancora dispiegare un volume di fuoco da grande potenza, malgrado la sempre più veloce e progressiva smobilitazione dell’impero. Le uniche vere vittime furono i ragazzi dei due Paesi che ci rimisero l’innocenza, se non la vita, in cambio di medaglie al valore o alla memoria.


Nel mar davanti alla Cina
Ma, non di isolotto privo di importanza si tratta quando il discorso scivola su Taiwan. La Cina Nazionalista, che un braccio di mare non certo benevolo separa dalla Cina Popolare. Due definizioni di un medesimo Paese che sfidavano negli anni ’50 e ’60 le capacità di comprensione ideologica nelle generazioni di scolari sbocciati al mondo dopo la seconda guerra mondiale. La fuga del generale Chang Kai Shek dal continente giallo dopo la vittoria di Mao segna di fatto il sorgere di una comunità che si contrappone frontalmente, alla lettera, rispetto alla patria di provenienza. E l’ascesa della Guerra Fredda complica tutto con gli interessi americani nell’area. Lo si è visto ancora un anno fa, quando la cattura dell’aereo spia inviato dagli USA sui cieli della Cina ha messo in luce il vantaggio offerto a Washington dal Taiwan Relations Acts, che trasforma la protezione dell’isola dall’ostilità di Pechino in un avamposto militare del Pentagono. Finirà con una guerra?
Sempre nel Mar della Cina, altra disputa insulare. Oggetto: l’arcipelago delle Spratfly, 400 lembi di terra deserti che spuntano dal mare tra il Vietnam e le Filippine. I contendenti sono diversi, ad eguale titolo protagonisti della scena economica e strategica in Asia. Si va dalla mastodontica Cina alla ricca Malesia, passando per le Filippine, il Brunei, il Vietnam e, di nuovo, Taiwan. Laggiù, però, la posta in gioco è ben più consistente del prestigio post-coloniale. Le Spratfly sorgono in acque che celano sotto la loro superficie l’oro nero e quello volatile, petrolio e gas naturale. Per non parlare di pesci. Nel marzo del 1988 si registra uno scontro navale tra vietnamiti e cinesi. I primi perdono 70 uomini della marina. I secondi occupano nel febbraio del 1995 Mischief, più spuntone di roccia che isola vera e propria.
Più calda, comunque, la zona di un’altra querelle insulare. Nel Golfo Persico, l’Iran considera parte integrale del proprio territorio le Tanb, a scapito degli Emirati Arabi uniti.
L’unificazione del mondo per mezzo del mercato e della cultura non sembra passare agevolmente per alcuni corsi marittimi, nei quali l’isolamento consolida legami di tipo sciovinistico e, il più delle volte, immaginari più che concreti. La separazione determinata dalle distese di onde pare evocare la necessità di riunificazioni virtuali. Allora, più che a John Donne, per spiegarsi le conseguenze di certe lontane ubicazioni bisogna ricorrere ad un altro autore, che forse nei suoi vagabondaggi oceanici ha compreso la dimensione ingannevole delle acque: «Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza» (Joseph Conrad).