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Bob Dylan e la marijuana ai Beatles

Il folk singer americano ha festeggiato i suoi ottant'anni fuori dai riflettori. Più di sessant'anni di carriera da "Blowin' in the wind" all'ultimo "Murder Most Foul" sull'assassinio di J. F. Kennedy

Bob Dylan e la marijuana ai Beatles

redazione Modifica articolo

25 Maggio 2021 - 19.47


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“Dai, ragazzi, ho con me qualcosa di più naturale, qualcosa di verde: marijuana!”. Questa la controproposta di Bob Dylan, appena entrato nella camera d’hotel dove i Beatles si riposavano, alle anfetamine che Lennon gli stava offrendo insieme a una bevanda. Era il 28 agosto del 1964 e i Fab Four con provinciale imbarazzo ammisero di non averne mai fatto uso. “Ma come? E quella vostra canzone nella quale cantate “i get high”? A cosa si riferiva?” domandò perplesso Dylan. Silenzio ancora più imbarazzante vinto dal colpo di tosse di Lennon che chiari che in realtà il verso corretto di quella canzone I want to hold your hand, diceva “I can’t hide”. 

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Anche questo è Robert Allen Zimmerman, il poeta, il menestrello, il musicista in arte Bob Dylan, nato e cresciuto in Minnesota che, proprio ieri, ha superato senza clamore gli ottanta anni con una carriera durante la quale ha indossato molte maschere ma nessuna di esse mai definitiva.  Sfinge di una generazione cresciuta a erba e utopia, fra I have a dream di Martin Luther King e On the Road di Jack Kerouac, fondamenta della beat generation, è sempre riuscito a spogliarsi dei consueti stereotipi che volta per volta gli venivano ritagliati.

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Un talento musicale che ha spaziato dal country al blues, dal gospel al jazz, dalla musica popolare inglese, scozzese e irlandese ma in tutte riconoscibile il suo background rockettaro giovanile. Il successo arrivò a New York, dove Dylan si trasferì nel 1961 per cantare nei locali del Village, per passare poi a Tivoli non lontano da Woodstock dove abitò negli anni Sessanta, per finire a Tulsa, in Oklahoma. Un lungo e ininterrotto percorso di narrazione poetico-musicale, influenzata dalla letteratura e dalla storia americana, che nel 2011 gli è valso il Premio Nobel per la letteratura. 
 
Il musicologo Alessandro Carrera, nella trasmissione Cult Book di Rai Cultura l’ha così definito: “Dylan è senz’altro un poeta, ma non dello stesso genere a cui potrebbero appartenere T.S. Eliot o Montale. È un poeta perché ha inserito nel suo medium, che è quello della canzone, tutta la forza della poesia, del simbolismo, del modernismo di fine Ottocento e del Novecento. Ma Dylan resta soprattutto un cantante, che è più di un autore di canzoni o di un autore di versi per canzoni, perché il cantante deve saper unire i differenti media che sta usando e trasformarli in qualcosa che è di più della somma delle differenti parti. Questo è quello che Dylan è riuscito a fare, in lui si uniscono l’arte della parola, quella della musica e della voce, oltre quella della perfomance.
Certo Dylan è anche un narratore, ed è forse più narratore che poeta – ha detto ancora Carrera -: ha scritto dei versi bellissimi, ma soprattutto ha inventato storie e ha inventato un modo di raccontarle in canzone. Molti raccontano storie in canzoni, la ballata narrativa è un antichissimo genere della canzone. Dylan si è trovato a utilizzarla negli anni Sessanta, quando la ballata narrativa era impiegata per le forti esigenze del momento: era una ballata topical, che sta per politica, impegnata, che tratta di argomenti del giorno. Ma Dylan non ha mai trattato questi argomenti in maniera strettamente lineare, o lo ha fatto molto raramente. Ha preferito creare delle situazioni allusive o, certe volte, circolari, in cui la storia, una volta sentita, ci lascia sempre qualcosa di non ancora spiegato, ci fa venir voglia di riascoltare la canzone, perché non ci ha detto tutto al primo ascolto. Cosa che molti altri folk singer avevano fatto: lui stesso ha detto che scrivevano canzoni come articoli di giornali. Dylan invece non l’ha mai fatto, neanche quando ha raccontato fatti che aveva letto sul giornale del giorno prima, ha sempre trovato un modo poetico e allusivo per raccontarli”

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“Murder Most Foul”, la canzone del 2020 che Bod Dylan ha dedicato a J.F. Kennedy

Il cantante delle iconiche Blowin’ in the Wind, Mr. Tambourine Man, Like a Rolling Stones, che nel 2020 ha dedicato Murder Most Foul all’assassinio di Kennedy, ha festeggiato il suo compleanno, come al solito, lontano da ogni clamore.

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a cura di M. Cec.

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