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Marco Pantani, il campione forte e fragile

Un atleta tanto temerario quanto inquieto che ha coinvolto l’immaginario collettivo. Tante vittorie, fra cui un Giro d’Italia e un Tour de France nello stesso anno, prima degli anni bui.

Marco Pantani, il campione forte e fragile

redazione

22 Maggio 2021 - 11.27


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Oggi che il Giro d’Italia si avvia a farsi più duro, le Alpi stanno per arrivare, ci pareva doveroso che Globalist Culture aggiungesse un capitolo alla serie sui campioni del passato. Marco Pantani, uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi.

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di Marcello Cecconi

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“A Morzine sono sceso dal lettino dei massaggi a braccia alzate. E all’Alpe d’Huez un gocciolone da un occhio l’ho fatto. Confesso: quel giorno, quando sono tornato in camera, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: ho le palle!” Marco Pantani commentava così, con la sua consueta spavalderia fatta di certezze e di tormenti, la fine del Tour de France del 1997. Aveva fatto due tappe in salita da far strabuzzare gli occhi e le aveva vinte entrambe regalando due prove indimenticabili. Così recuperò una classifica compromessa e arrivò terzo sul podio di Parigi.
Era questo lo straordinario e controverso campione del ciclismo che si esaltava e sapeva esaltare mostrando sempre e comunque il suo vero volto, quello spavaldo del romagnolo furbo e ruspante. Dietro la maschera da “Pirata” non c’era solo coraggio, forza e determinazione a coerente giustificazione del soprannome ma anche quella fragilità che in alcuni momenti si leggeva nei suoi occhi e quella inquietudine che nascondeva e lo rodeva dentro. Questa sua leggerezza unita alla complessità forniva quel mix che poi si trasformava in un meccanismo sensibile di spontaneo coinvolgimento dell’immaginario collettivo.
Quel suo pedalare in salita senza mai scomporsi in un tutt’uno con la sua biciletta lo rendeva unico e invidiato e, pur non avendo beneficiato nemmeno del grande “duello” come accadde per Coppi e Bartali, o più vicino a lui, per Moser e Saronni, come loro e più di loro è riuscito a rubare la scena anche al calcio. Sono solo 46 le vittorie nella sua travagliata carriera, con risultati importanti nelle corse a tappe, ma resterà soprattutto la sua capacità di averci fatto vivere emozioni che formano momenti indelebili patrimonio della storia del ciclismo.
Nato e vissuto in Romagna e, attratto più dalla pesca di nonno Sotero e dalla caccia di babbo Ferdinando detto “Paolo” che dai libri e quaderni, un giorno vide un gruppo di coetanei con la biciletta che si riunivano nella piazza di fronte all’appartamento in Via dei Mille a Cesenatico per andare ad allenarsi. Pensò: “Allora anch’io potrei usare la biciletta per fare uno sport e non solo per giocare!” 

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Inforcò così la bici di mamma Tonina e si unì a quei ragazzini del Gruppo Ciclistico Fausto Coppi di Cesenatico che, vocianti e divertiti, partivano per gli allenamenti. Nonostante l’inferiorità del mezzo non sfigurò e anzi, appena la strada saliva, si ritrovava addirittura davanti. Aveva 11 anni e iniziava la sua storia che, appena tre anni dopo gli regalò la prima vittoria in gara ufficiale con arrivo in solitario.
L’attitudine di scalatore crebbe negli anni, da dilettante vinse due Giri d’Italia e proprio dopo aver vinto il secondo, nel 1992, passò al professionismo facendo conoscere rapidamente le proprie qualità. Nel 1994 esplose con il secondo posto al Giro e il terzo al Tour, ma un paio di incidenti frenarono la sua progressione. Cambiò look, capelli rasati e orecchino che gli avrebbero valso il soprannome di “Pirata” ma il 1995 e 1996 non furono anni eccezionali. Si riprese nel 1997, come detto in apertura, con il terzo posto al Tour.
Ma l’anno del miracolo fu il 1998. Luciano Pezzi, aveva costruito una squadra intorno a lui e per lui, composta da molti ciclisti emiliano-romagnoli, alcuni amici di Marco, che sarebbero stati la sua “rete di protezione”. Con la bandana in testa, orecchino e quel giallo abbagliante della nuova maglia si aggiudicò Giro e Tour invadendo giornali e tv e avvicinando una folla da stadio al ciclismo. Al Giro si lasciò alle spalle Zulle e Tonkov sulle montagne e si difese con giudizio nell’ultima cronometro. Dopo questo trionfo voleva riposarsi ma la scomparsa di Luciano Pezzi a due settimane dal Tour lo indusse a ripensarci e partecipare in memoria del suo mentore. Lo vinse assestando un colpo di quasi dieci minuti alla maglia gialla Ulrich, alla quindicesima tappa di Les Deux Alpes, e poi lo controllò fino a Parigi. A distanza di 33 anni, un italiano tornava a vincere il Tour dopo Felice Gimondi. Un Tour sul quale si era abbattuto lo scandalo del doping che fece tremare tutta l’organizzazione e turbare l’opinione pubblica. Un’intera squadra svizzera costretta a ritirarsi dalla gara.
L’anno successivo, il 1999, Pantani stava dominando il Giro e alla 15esima tappa, mentre stava per iniziare la salita che conduceva all’arrivo al Santuario di Oropa, gli saltò la catena. L’auto dei suoi meccanici era lontana e i suoi gregari, da regolamento, non potevano aiutarlo ma solo aspettarlo. Marco risolse da solo il problema meccanico in pochi secondi, risalì in sella e aiutato dai compagni riuscì a riagguantare il gruppone a metà salita. Pedalata dopo pedalata superò tutti con una naturalezza da far sembrare tutti gli altri fermi, e con quella passione e forza che lo contraddistinguevano tagliò il traguardo senza lasciarsi andare a manifestazioni di gioia perché non si era reso conto che nessuno lo aveva fatto prima di lui.
Ma la mattina alla partenza della penultima tappa, a Madonna di Campiglio, l’ematocrito a 51,8 è oltre la soglia: è doping e Pantani deve lasciare maglia rosa e Giro. Monta lo scandalo e le polemiche logorano il campione e l’uomo che non riuscirà più a riprendersi.  Lui disse: “Per vincere Pantani non ha bisogno del doping ma ha bisogno delle salite”.  Giusto, ma la sua ultima tappa è stata tutta in discesa fino al traguardo finale di Rimini – Residence Le Rose. Lì ha alzato le mani, era il giorno di San Valentino del 2004, la sua ultima gara.

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“L’ultima salita”, canzone dei Nomadi dedicata a Marco Pantani

 

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