Carmen Aguirre: «Ringrazio mia madre, rivoluzionaria contro Pinochet»

Attrice in “Endgame” e scrittrice, parla della sua vita, di Allende e socialismo in occasione del “memoir” “Storia di una ragazza ribelle”: «L’esilio è come essere migranti»

Carmen Aguirre

Carmen Aguirre

redazione 30 settembre 2020
di Rock Reynolds

Quando si dice cominciare dalla fine. “Ho avuto la fortuna di essere cresciuta da una rivoluzionaria e di questo… sono eternamente grata.” Di sua madre questo dice nelle pagine finali del suo libro Carmen Aguirre, oggi un’affermata attrice (protagonista della serie televisiva Endgame) e drammaturga a Vancouver. Il suo cuore è in bilico tra la sicurezza della patria adottiva, il Canada, e i ricordi agrodolci del Cile, da cui la sua famiglia fuggì nel 1973, all’indomani del colpo di stato che depose Salvador Allende.
Storia di una ragazza ribelle (Nuova Editrice Berti, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, pagg 345, euro 18) è il suo memoir e si legge come un romanzo. Anzi, forse ha qualcosa in più di un romanzo, raccontando – come solo una storia vera sa fare – il dramma e la curiosità di una bambina strappata alla sua terra a sette anni e forzatamente ricacciata in Sudamerica da una madre sognatrice alle soglie dell’adolescenza. Perché sua madre era una di quelle mamme che sarebbero state pronte a lasciare i figli a Cuba per farli crescere “da famiglie di volontari”, madri per le quali “mettere i… desideri personali davanti all’impegno politico sarebbe stato tradimento”. E Carmen Aguirre non ha timore a mettere a nudo se stessa, come pure l’ingenuità un po’ prevaricante della generazione di sua madre.

C’è così tanta avventura nel suo libro che si ha il sospetto che non sia tutta verità…
Il mio libro è un memoir e, come tale, tutti gli eventi raccontati sono veri. Ciò detto, si tratta comunque di un’interpretazione soggettiva di eventi che potrebbero essersi svolti come me li ricordo o forse no. Ho ricreato certi dialoghi e alcuni personaggi sono un mix di diverse figure reali. Però, sì, è tutto vero!
Quali sono stati i sentimenti prevalenti nell’abbandonare il suo paese, stabilirsi in un altro e poi abbandonare pure quello per tentare un ritorno in patria?
A sei anni di età, fui costretta alla fuga dal Cile insieme alla mia famiglia, senza sapere realmente cosa significasse. Il termine “esilio” mi era ignoto. Sapevo che erano successe cose terribili, che la nostra casa era stata saccheggiata dai militari, che amici e parenti erano stati assassinati o arrestati. Mia sorella e io eravamo state espulse dalla nostra scuola per via dei nostri genitori marxisti e nel paese regnava un’atmosfera di terrore, trauma e lutto. Cose che avvertivo, che vedevo tutt’intorno a me. Ma non sapevo minimamente cosa significasse fuggire e ancor meno quale sarebbe stata la nostra destinazione. I primi anni in Canada furono difficili e la nostalgia di casa fu intensa: ero circondata da persona traumatizzate e sofferenti e non avevo idea di quando saremmo tornati in Cile. Quando ripartimmo, avevo undici anni ed ero completamente biculturale: mi sentivo intimamente parte della società canadese come pure della comunità cilena in esilio.
Sua madre è il vero eroe del suo libro, ma non certo una persona semplice. Com’è stato crescere con lei?
Non è facile essere la figlia di una rivoluzionaria. E non se ne scrive spesso. Ci sono molti libri su figure rivoluzionarie, ma non tanti sui loro figli. Mia madre non aveva modelli. Le rivoluzionarie venute prima di lei non erano madri. Avevano fatto la scelta di non fare figli per dedicare interamente la loro esistenza alla causa. Donne come Tina Modotti e Alexandra Kollontai. È una scelta che i padri non sono costretti a fare. È stato difficile essere sua figlia perché per lei la causa era più importante della maternità. Ciò detto, sono grata di essere stata cresciuta da una donna che è stata un modello di femminismo socialista e di spirito rivoluzionario.
Canada e Cile, due paesi per certi versi opposti. Quale dei due le sembra più aperto?
Il Cile ha decisamente una storia più rivoluzionaria del Canada. Certo, è un paese cattolico, ma dobbiamo ricordarci che il cattolicesimo latinoamericano è pure radicato nella cosmologia indigena. Al punto che, per esempio, l’icona della Vergine Maria rappresenta in realtà Pachamama (la Madre Terra) per molti. Inoltre, il cattolicesimo latinoamericano ha una lunga storia di teologia della liberazione e innumerevoli preti e suore hanno avuto un ruolo nella lotta rivoluzionaria, soprattutto in Nicaragua, Brasile e Cile. La tesi fondamentale della teologia della liberazione è: “Tra cristianesimo e rivoluzione non c’è contraddizione perché Gesù era un rivoluzionario”. La mia famiglia non è mai stata religiosa, ma mi ha insegnato a rispettare le persone che religiose sono. È importante ricordare che milioni di cattolici in America Latina sono di sinistra e hanno rischiato la vita. Per esempio, Rafael Maroto, un prete, è stato uno dei portavoce della resistenza cilena negli anni della dittatura, anni in cui molti altri sacerdoti e suore hanno rischiato la vita.

Pensa ancora che la dottrina rivoluzionaria talvolta sia naif e dogmatica?
Credo che, sul piano ideologico, abbiamo tutti la tendenza a far ricorso all’ortodossia e a una forma di fondamentalismo. Sta succedendo adesso nel mondo nordamericano delle arti e dell’accademia: un tipo di cultura è di gran moda, online, ed è appannaggio della sinistra identitaria. La cosa spaventa un po’: invece di un dibattito sano e di un conflitto creativo che portino all’apprendimento, c’è la tendenza a far piazza pulita di chi non è d’accordo o mette in discussione certi assiomi o vede le cose in modo diverso. Ciò nuoce pesantemente alla sinistra e ai circoli progressisti perché, escludendo certe persone, si rischia di farle finire dritto tra le braccia dell’estrema destra.
Ci parli della solitudine dell’esiliato.
Quella sì che è una cosa tosta! L’esilio è solitudine, isolamento, sofferenza. Essere esiliati è come essere migranti. I migranti si reinventano in una terra nuova. Gli esiliati non desiderano altro che fare un ritorno trionfale in patria. Sono cresciuta in esilio, in estrema solitudine, una sensazione dolorosissima, per giunta in una comunità di esiliati accomunati dalla medesima solitudine. L’esilio è talmente doloroso per gli esiliati ma pure per i loro familiari rimasti in patria che oggi in Cile c’è un movimento di opinione che spinge affinché la parola “esilio” compaia fra le definizioni dei crimini contro l’umanità.

Com’è realmente il Cile oggi?
Mi risulta difficile parlarne perché è un paese in cui non vivo dal 1973. Tuttavia, è un paese che sono stata costretta ad abbandonare e a cui ho donato la vita e, dunque, mi sento autorizzata pienamente a parlarne. Il Cile è uno dei paesi maggiormente neoliberisti del mondo. La dittatura di Pinochet è stata un enorme successo da quel punto di vista. Il Cile è uno dei paesi più iniqui del mondo. È un paese in cui tutto – sanità, istruzione, piani pensionistici, risorse naturali – è in mani private. Non credo che questi siano i tratti di una democrazia. Ma i cileni hanno sempre lottato per i loro diritti: non è un caso che Allende sia stato eletto nel 1970 grazie al suo progetto socialista, dopo decenni di lotta. In ottobre si celebrerà il primo anniversario della più grande rivolta cilena dagli anni Ottanta, quando ancora c’era la dittatura, una rivolta che ha portato all’imminente votazione con cui il paese sceglierà se cambiare la costituzione o meno. Dopo trent’anni di lotte, i cileni hanno finalmente raggiunto questo traguardo. La costituzione è stata varata durante la dittatura. È venuto il momento di cambiarla.
Quanto si sapeva in Canada dell’Operazione Condor, la destabilizzazione delle nascenti democrazie socialiste sudamericane da parte della Cia negli anni Settanta?
Il canadese medio non sapeva assolutamente nulla di quanto stava avvenendo in America Latina e ancor meno dell’Operazione Condor. Pierre Trudeau sostenne le sanzioni economiche contro il Cile di Allende, chiudendo le banche canadesi in Cile, bloccando aiuti al paese, esprimendosi apertamente contro Allende, addirittura plaudendo al golpe. Noranda, una multinazionale canadese, aveva una partecipazione azionaria nelle miniere di rame nazionalizzate da Allende e contribuì a finanziare il colpo di stato. La sinistra canadese lo sapeva ed è solo per quello che vennero aperte le porte a migliaia di rifugiati cileni. Non era mai successo nella storia che il Canada avesse accolto rifugiati politici di sinistra da un cosiddetto paese del Terzo Mondo. Ai rifugiati cileni veniva chiesto di firmare un modulo di rinuncia alla politica. Praticamente nessuno seguì tale direttiva.
Con quale idea di Salvador Allende e Pinochet è cresciuta?
Salvador Allende è noto in tutto il mondo come primo presidente apertamente marxista a essere eletto liberamente. Ha implementato cambiamenti rivoluzionari in Cile – nazionalizzazione di risorse naturali, riforma agraria, campagna per l’istruzione, ecc. – senza ricorrere alla rivoluzione armata. Sotto la sua amministrazione, persone di sinistra di tutto il mondo andarono in Cile per offrire la loro solidarietà e saperne di più sui suoi progetti, in maniera tale da replicarli nei loro paesi. Ho ascoltato l’ultimo discorso di Allende dal palazzo della Moneda, nel giorno del colpo di stato: parole che mi si sono impresse nel cuore e che mi hanno guidata per tutta la vita. Sono cresciuta con il ritratto di un uomo che ha dato la vita per una causa. Un uomo privilegiato che non era tenuto a farlo. È l’esempio sommo della solidarietà. Quanto a Pinochet, direi che rappresenta l’esatto opposto.

È stato difficile ricostruire le sue memorie a tanti anni di distanza?
No, perché quelle memorie vivono da sempre in me. Inoltre, sono una scrittrice e un’attrice e serbare i ricordi, analizzarli scrupolosamente da tutte le angolazioni, fa parte del mio lavoro. Così come servire la storia nel miglior modo possibile e inserire vicende personali in un contesto sociale, politico e storico più ampio, in maniera che contengano verità universali. Un memoir non lo si scrive per realizzare una catarsi personale bensì per raccontare un’esperienza universale. Questo mio memoir è una storia di crescita individuale raccontata come se fosse un thriller politico. Esplora la tensione tra impegno politico e aspirazioni personali, oltre che il tema del terrorismo di stato e dei suoi effetti. Ogni essere umano ha seguito un processo di crescita, ha dovuto vedersela con la dicotomia impegno-aspirazioni e ha avuto paura. Ecco perché la forma del memoir è universale.
Che fine ha fatto il sogno socialista dell’America Latina?
Esiste tuttora. È vivissimo. Io sono una chavista e la rivoluzione boliviana in Venezuela è ancora in corso. È un progetto che continua a essere portato avanti da milioni di venezuelani, nonostante le soverchie difficoltà, e che rappresenta un’ispirazione per tanta gente, malgrado contraddizioni e limiti. La rivolta iniziata in Cile quasi un anno fa affonda le radici nel socialismo sudamericano. Cuba resiste, con il suo sistema sanitario universale e l’accesso libero all’istruzione universitaria, malgrado il terrorismo a cui viene sottoposta quotidianamente da parte degli Stati Uniti e l’estrema povertà del paese. Il sogno è vivo e sono milioni le persone che lo alimentano ogni giorno. Sono fiera di essere sudamericana e sono fiera di aver potuto contribuire con un granello di sabbia a questo progetto.