La cofondatrice Khan-Cullors scrive: “Black Lives Matter” perché abbiamo diritto di vivere

Pubblichiamo un estratto dal memoir “Quando ti chiamano terrorista” dell’attivista-artista e della scrittrice asha bandele. Angela Davis: un libro rivelatore

Black Lives Matter. Fonte Flickr

Black Lives Matter. Fonte Flickr

redazione 7 luglio 2020
«Quando ho conosciuto Patrisse Khan-Cullors non avrei potuto immaginare che, nel giro di poco tempo, sarebbe diventata con Alicia Garza and Opal Tometi, uno dei volti noti di Black Lives Matter, un movimento di cui si parla in tutto il mondo. Ma ho capito subito che Patrisse e le sue compagne stavano spingendo verso una dimensione nuova e più stimolante tanto i movimenti dei neri e di sinistra, quanto quelli femminista e queer. E lo facevano mettendo radicalmente in discussione le contraddizioni che da generazioni affliggono questi stessi gruppi. In questo memoir, Patrisse descrive con generosità gli aspetti più intimi della sua vita e dei suoi amori, insieme alla tenace devozione alla causa della libertà». Lo scrive l’attivista e intellettuale Angela Davis nella prefazione al libro di Patrisse Khan-Cullors e asha bandele “Quando ti chiamano terrorista. La storia di Black Lives Matter” (Ottotipi edizioni, pp. 240, euro 22,00, traduzione di Massimo Vizzaccaro e Chiara Midolo).

«”Quando ti chiamano terrorista” ci svela perciò una vita profondamente condizionata da razza, classe, genere, sessualità, disabilità e religione. Al contempo, fa emergere quanta arte, quanta poesia e quante battaglie una vita così possa generare», rimarca la studiosa nordamericana riepilogando in poche parole una narrazione preziosa che è al contempo personale e collettiva, di resistenza e di fiducia, sul presente e sulla storia. Con Opal Tometi e Alicia Garza, Patrisse Khan-Cullors nel 2013 ha fondato il movimento per i diritti degli afroamericani (e in realtà dei diritti di tutti) d’America dopo che un bianco è stato assolto per aver ucciso il diciassettenne Trayvor Martin. Cresciuta da una madre single in un quartiere povero di Los Angeles, Patrisse Khan-Cullors è artista, organizzatrice culturale, mentre asha bandele (lo si trova scritto sempre con le sole minuscole) ha scritto il libro “The Prisoner’s Wife“, è giornalista, scrittrice, poetessa e attivista.

Per gentile concessione dell’editore di Ottotipi, Vincenzo Martorella, pubblichiamo parte dell’introduzione dal titolo “siamo polvere di stelle”.

Patrisse Khan-Cullors e asha bandele: “Siamo polvere di stelle”

Qualche giorno dopo le elezioni presidenziali del 2016, asha bandele mi ha inviato il link a una conferenza dell’astrofisico Neil deGrasse Tyson. Dobbiamo continuare a sperare, mi dice da Brooklyn, a quasi cinquemila chilometri da Los Angeles, dove mi trovo. Insieme ascoltiamo il Prof. deGrasse Tyson spiegare che atomi e molecole uguali a quelli del corpo umano sono rintracciabili nei nuclei delle stelle, esplose nella notte dei tempi e divenute nubi gassose. E che quelle medesime nubi di gas formarono altre stelle, le quali possedevano l’esatta miscela divina delle proprietà necessarie a creare non soltanto i pianeti – compreso il nostro – ma anche le persone, comprese noi, ossia lei e me. L’astrofisico diceva che non solo noi siamo nell’universo, ma che l’universo è in noi. Diceva che noi esseri umani siamo letteralmente fatti di polvere di stelle.
E quando sento deGrasse Tyson dire queste cose io so che sta dicendo la verità, perché l’ho vista sin da quando ero bambina. Ho visto la magia – la polvere di stelle che siamo – nelle vite delle persone da cui discendo.
L’ho vista nella fatica di mia madre, una testimone di Geova che aveva sempre due (e a volte tre) occupazioni contemporaneamente: la cura dei bambini altrui, la reception delle palestre, le vendite telefoniche; sedici ore al giorno di lavoro, qualsiasi lavoro possibile, per tutta la durata della mia infanzia a Van Nuys, il barrio Nuys, dove vivevamo. Mia madre, levigata e color del cioccolato, disconosciuta dalla propria famiglia quando aveva avuto un bambino da giovanissima, e senza essere sposata. Mia madre, che non ha mai mollato nonostante non riuscisse a mettere insieme il pranzo con la cena.
L’ho vista nel viso sottile e bruno di mio padre, un ragazzo della Cajun Country, in Louisiana, un guaritore ferito, le cui dipendenze erano generate da un mondo che non lo amava affatto, e che non si era limitato a dirglielo una volta, ma glielo ripeteva continuamente. Mio padre, che tornava sempre, che non ha smesso mai di tentare di essere una versione di sé stesso per la quale non esistono specchi.
E lo sapevo perché sono la discendente di tredicesima generazione di un popolo sopravvissuto alle stive delle navi negriere, sopravvissuto alle catene, alle fruste, ai mesi passati a giacere nei propri escrementi. Quegli esseri umani definiti non umani dalla legge, che hanno visto i loro nomi, le loro lingue, le loro divinità, l’arco delle loro danze e i ritmi dei loro canti, la maestà dei loro sogni e le loro stesse famiglie catturate e rubate, separate e scartate. E che nonostante questo hanno costruito una lingua e onorato Dio e creato movimenti e difeso l’amore. Hanno rifiutato di morire, hanno rifiutato l’idea stessa che la loro vita non contasse, che la vita dei propri figli non contasse: cosa potrebbero essere queste persone, se non polvere di stelle?
I nostri antenati hanno dovuto immaginare le nostre famiglie dal nulla. Ci hanno immaginato uno per uno. Hanno immaginato me. Non c’è altra spiegazione. Solo per questo posso essere qui ora, oggi, madre e moglie, queer e organizzatrice di comunità locali, artista e sognatrice che impara a trovare speranze mentre naviga le ombre dell’inferno, pur sapendo che tutto avrebbe potuto essere diverso.

Non era previsto che sopravvivessi, né sono stata incoraggiata. Non era previsto che sopravvivessero i miei fratelli e mia sorella, né la mia famiglia, quella da cui provengo e quella che ho creato io. Abbiamo vissuto una vita precaria, in bilico sulla corda tesa della povertà, delimitata a ciascun capo dalla politica della responsabilità individuale predicata prima dai pastori neri e poi dal primo presidente nero. Predicavano quella più di quanto predicassero l’impegno verso la responsabilità collettiva.
Predicavano quella più di quanto predicassero cosa significa essere la nazione più ricca del mondo e, al tempo stesso, un paese con livelli eccezionali di disoccupazione, una mancanza eccezionale di salari minimi sufficienti e una carenza eccezionale delle opportunità più elementari.
E predicavano quella più di quanto predicassero di un’America che ha il 5% della popolazione mondiale, ma il 25% della sua popolazione carceraria. Una popolazione che per molto tempo ha incluso mio fratello disabile e mio padre, un uomo gentile che non ha mai alzato un dito su un altro essere umano. E una popolazione carceraria che, con una determinazione eccezionale, oggi esclude l’uomo che ha sparato e ucciso un diciassettenne armato di Skittles e tè freddo.

Di recente qualcuno ha redatto una petizione e l’ha fatta circolare finché è arrivata alla Casa Bianca. Diceva che siamo terroristi. Noi, che in risposta all’uccisione di quel ragazzo abbiamo detto Black Lives Matter, le vite dei neri contano. Il documento ha fatto presa sull’opinione pubblica nei primi giorni del luglio 2016, dopo una settimana di proteste contro le uccisioni consecutive di Alton Sterling a Baton Rouge e di Philando Castile a Minneapolis da parte della polizia.
Il 7 luglio un cecchino ha aperto il fuoco a Dallas, durante una protesta di Black Lives Matter popolata di madri e padri che avevano portato con sé i propri figli per riaffermare: abbiamo diritto di vivere.