Per la Treccani «le parole sono importanti» (come disse Nanni Moretti)

Da Dante e “Bella ciao” a oggi: in “Le parole valgono” i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota mostrano come il linguaggio incida nella società e nella politica

“Palombella rossa”: quando Mariella Valentini (la giornalista) intervista Nanni Moretti nel ruolo di Michele Apicella

“Palombella rossa”: quando Mariella Valentini (la giornalista) intervista Nanni Moretti nel ruolo di Michele Apicella

redazione 18 novembre 2020
di Antonio Salvati

Tanti ricordano la celebre scena tratta dal film “Palombella Rossa”, diretto e interpretato da Nanni Moretti, dove il protagonista Michele Apicella schiaffeggia la giornalista per l’uso decisamente approssimativo e sgarbato di alcune forme linguistiche, urlandogli: «le parole sono importanti!». Dopo aggiungerà «chi parla male, pensa male. E vive male. Le parole sono importanti. Trend negativo. Io non parlo così. Io non parlo così».

Le parole sono importanti e soprattutto valgono. Le parole rappresentano uno dei grandi privilegi dell’uomo, gli consentono di comunicare, tramandare saperi, suscitare emozioni. Lo spiegano bene i due noti linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota nel loro ultimo libro, Le parole valgono (Treccani, 2020, pp. 169, € 15). Gli autori ci mostrano in maniera decisamente affascinante che con le parole si può incidere positivamente sulla realtà circostante arrivando a fare cose eccezionali, come dire l’indicibile ed esprimere il genio, sconfiggere la tortura e la pena di morte, fare l’Italia e resistere al nazifascismo, migliorare il mondo. Dire che le parole valgono può sembrare un’ovvietà. Tuttavia, in certi periodi le parole – spiega Della Valle - sono state usate male, come armi di offesa: «in un periodo infausto della nostra storia, conclusosi con una guerra che ha condotto alla morte circa cinquecentomila italiani, parole come giudeo, pietista, sovversivo sono state usate per perseguitare italiani di religione ebraica e per distruggere oppositori politici con la violenza degli epiteti scagliati contro chi osava dissentire. Il male fatto a costoro veniva liquidato con un “Me ne frego”; l’importante era “credere, obbedire, combattere”».

Nel 2015 i responsabili dell’Istituto della Enciclopedia Italiana hanno lanciato una campagna intitolata #leparolevalgono per opporsi all’uso violento e offensivo della lingua attraverso i vecchi e i nuovi media, le reti sociali e le istituzioni. Da anni la Treccani crede fermamente che la parola debba continuare a essere espressione di ragionamento, condivisione e confronto sincero tra diverse posizioni, ma sempre rispettoso e costruttivo, finalizzato alla crescita della democrazia. Nell’ambito di questa iniziativa si inserisce il volume di Della Valle e Patota, un viaggio caratterizzato da tredici tappe nella storia della lingua italiana, dal Placito capuano fino alle encicliche di papa Francesco, in cui i lettori sono accompagnati e invitati a soffermarsi innanzi tutto sulle parole di alcuni capolavori della letteratura italiana, come la Commedia di Dante o l’Orlando furioso di Ariosto.

A proposito di Dante Alighieri, Tullio De Mauro sottolineò che quando il sommo poeta iniziò a scrivere la Commedia, il vocabolario fondamentale di quello che è l’italiano di oggi era costituito per il 60 per cento; alla fine di quello stesso secolo, dunque dopo la composizione e la diffusione del poema, la percentuale era salita all’81,5 per cento. Il vocabolario fondamentale dell’italiano è un insieme di circa duemila parole di larghissimo uso, con le quali realizziamo oltre il 90 per cento delle nostre comunicazioni parlate e scritte. Ebbene, più di milleseicento di queste duemila indispensabili parole sono già presenti nella Commedia. A ragione dunque Patota sostiene che «quell’opera immortale si configura come il più importante serbatoio a cui ha attinto e tuttora attinge non solo, e non tanto, la lingua più o meno complessa e rarefatta degli intellettuali, ma anche e soprattutto la nostra lingua comune». In tal senso, il padre della nostra lingua «si valse mirabilmente delle parole per dire l’indicibile, narrare l’inenarrabile, esprimere l’inesprimibile».

In questo viaggio scopriamo l’impegno di autodidatta di Leonardo da Vinci, che con l’umiltà dell’”omo sanza lettere” trascorse parte della sua vita a raccogliere le parole, ordinandole in elenchi di voci di vario tipo e raggruppando quelle di significato affine (requie-riposo) e opposto (dura-molle) oppure di suono simile (trasmessore-trasgressore). Con altri scopi gli Accademici della Crusca, attraverso un lavoro collettivo lungo e minuzioso, redissero il Vocabolario, offrendo un modello di lingua basato principalmente sul fiorentino letterario trecentesco e allargando progressivamente nelle edizioni successive il canone ad autori più moderni e includendo settori del lessico via via più ampi.

La convinzione che le parole modifichino la realtà spiega l’ampio spazio dedicato nel volume a temi civili e politici. Com’è noto, il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria mise a nudo nel XVIII secolo l’assurdità della tortura e della pena di morte, attraverso una serie di domande continue e insistenti, con l’obiettivo di coinvolgere il lettore trasmettendogli la meraviglia della ragione di fronte all’irrazionale.

In un momento determinante della storia italiana, come la Resistenza, il valore delle parole si espresse anche attraverso i canti, come nel caso di Bella ciao, canto anonimo nato fra il 1943 e il 1945, caratterizzato da parole semplici, una delle quali, ciao, oggi è nota in tutto il mondo. Nessuno si aspetterebbe – ricorda Patota - che questa formula di saluto abbia soltanto duecento anni, e che solo negli ultimi settanta sia entrata nell’italiano comune: la sua diffusione, infatti, risale a dopo la seconda guerra mondiale, proprio come è successo a Bella ciao. Delle parole di Bella ciao colpisce non soltanto la semplicità, ma anche l’innocenza: «nel novero delle molte canzoni partigiane, Bella ciao è la meno di parte, la meno divisiva e la meno violenta di tutte: nomina un invasore e non ne fa, nell’occasione, un nemico, ma una minaccia; evoca un partigiano e non ne fa un uomo in armi, ma un individuo che ha la certezza di morire».



Gli autori si soffermano anche sull’impegno a favore della lingua italiana di due Presidenti della Repubblica, Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi. Il primo particolarmente attento a riflettere sul peso delle parole e a rifuggire dai luoghi comuni: «il pericolo massimo è quello di cadere nelle “frasi fatte”, comunemente dette “slogans”. Anche se un po’ nobilitate, per via del mistero, dalla parola forestiera, le frasi fatte restano tali e contengono necessariamente un bel po’ di invincibile innocenza mentale». Al secondo dobbiamo la rivalutazione del senso e del valore di un concetto che si era perduto, quello di patria. Nel suo ultimo discorso di fine anno, il 31 dicembre 2005, spiegando il senso del suo mandato a rappresentare l’Italia e a essere garante della Costituzione, ricordò di aver «insistito nel richiamare i simboli della nostra identità di nazione, dal Tricolore all’Inno di Mameli, l’inno del risveglio del popolo italiano; e nel rievocare il nesso ideale che lega il Risorgimento alla Resistenza, alla Repubblica, ai valori sanciti dalla Carta costituzionale. Per questo ho visitato ogni provincia d’Italia e ho voluto che agli incontri nelle città capoluogo partecipassero tutti i sindaci della provincia. Ovunque, nella varietà dei panorami, lo stesso spettacolo, lo stesso entusiasmo, lo stesso amore per la propria città e per la Patria».

Infine, l’analisi linguistica termina con l’enciclica del 2015 di papa Francesco, Laudato si’, che contiene veri e propri richiami intertestuali al Cantico di frate Sole e in cui ricorrono parole inedite per un’enciclica, come i sostantivi ecologia e bellezza e l’aggettivo connesso. Quest’ultimo termine - che significa “strettamente congiunto”, “collegato”, materialmente o idealmente – viene quasi sempre utilizzato per indicare un collegamento non sublime né generico ma specifico e di low profile: essere connesso significa, nove volte su dieci, essere collegato a Internet. Della Valle azzarda un’ipotesi sull’uso insistito da parte del Papa di questo aggettivo piuttosto che di un altro di significato analogo (anziché connesso, o oltre che connesso, il pontefice avrebbe potuto scrivere collegato, congiunto, correlato, legato, unito ecc.). Per la linguista dipende dal fatto che connesso, oggi, è una parola chiave e simbolo stesso della rete, «e chi potrebbe mai escluderlo, dopo aver sentito questo papa presentare ai giovani, […], Maria come “la influencer di Dio”»? Gli autori ricordano, giustamente, che Papa Francesco è rimasto uno dei pochi grandi del mondo che usa le parole per qualcuno o qualcosa e mai contro qualcuno o qualcosa.