Il futuro a tecnologia accelerata è in Cina: Pieranni descrive il mondo che viene

Dal 5G a WeChat usata anche per fare l’elemosina, con il volume “Red Mirror” lo studioso delinea quali vie stiamo imboccando

Lanterne cinesi e grattacieli

Lanterne cinesi e grattacieli

redazione 3 settembre 2020
di Antonio Salvati

Quando quelli della mia generazione dovevano pensare al futuro, facevano riferimento per lo più agli Stati Uniti. Oggi la nostra attenzione va indubitabilmente spostata dall’altra parte del mondo, in Cina. Fino a pochi anni fa il cinema e la letteratura di fantascienza producevano mondi lontani nei quali però a salvare le sorti del nostro pianeta erano gli americani. O in cui extraterrestri o l’esplorazione di mondi lontani avevano in ogni caso a che fare con gli Stati Uniti. Negli ultimi anni il film più importante di fantascienza è The Wandering Earth, prodotto dalla Cina, con attori cinesi e con i cinesi impegnati a salvare il mondo. Il futuro ha cambiato ambito geografico e oggi, futuro significa dire 5G. Sono tutti concordi: il 5G cambierà la nostra vita quotidiana e poiché la Cina è il paese più avanzato nella sperimentazione e quello che presumibilmente lo commercializzerà per prima, l’influenza che avrà sul resto del mondo sarà enorme. Di questo e altro ne parla nel suo volume Simone Pieranni, Red Mirror: Il nostro futuro si scrive in Cina (Laterza 2020 pp. 224, € 14).

Il 5G costituirà una rivoluzione ben più consistente di quando si passò al 4G, perché – spiega Pieranni - «ad usufruirne saranno per lo più Intelligenza artificiale e di conseguenza non solo la governance, ma anche la manifattura (pensiamo alla velocità di elaborazione di manufatti di computer potentissimi e rapidissimi e in grado di far funzionare macchinari in modo molto più rapido ed efficiente di quanto non accade con gli operai), portando il 5G a impattare in modo significativo sui Pil degli Stati».

In altri termini, dopo secoli di imitazione da parte della Cina di tutto quanto era prodotto in Occidente, siamo noi oggi che guardiamo alla Cina per «estorcere» nuove idee e nuovi utilizzi per le proprie «invenzioni». Potremmo dire che la Cina ha ripreso il suo posto al centro del mondo come vuole il suo nome, Zhongguo, «terra di mezzo». L’autore parte, non a caso, dall’enorme interesse del più grande social network occidentale Facebook per la superapp WeChat, mostrando che siamo alla fine di un percorso e all’inizio di un nuovo mondo. Gli strumenti tecnologici che utilizziamo cambiano consuetudini personali, sociali, lavorative e nel caso del cellulare persino la nostra postura fisica (spalle leggermente curve, sguardo verso il basso).

In Cina, «il cambiamento avvenuto con l’avvento di WeChat ha modificato totalmente l’approccio alla rete e, di conseguenza, a poco a poco la vita quotidiana. Per esempio, ben presto sparirono le mail: Gmail non aveva alcun senso, non serviva a niente, se non a perdere tempo in attesa che le pagine si caricassero così lentamente da portare all’esasperazione. Tutto ora passava su WeChat, che dimostrava di essere veloce, immediata, una scheggia». La superapp sostituì velocemente anche vecchie consuetudini con nuovi modi di relazionarsi. Finisce un mondo: anche le business card spariscono: è divenuta consuetudine, in sostituzione alle business card, scannerizzare Qrcode. E si cominciò a scannerizzare Qrcode ovunque e per ottenere qualsiasi cosa: «per avere vantaggi, sconti o per partecipare a eventi. Si inaugurarono nuove danze sociali: avvicinare i cellulari e scannerizzarsi vicendevolmente i Qrcode, il modo per «connettersi». Nuove abitudini e nuovi dilemmi: è più importante la persona che scansiona, o quella che si fa scansionare? Ma dopo tutto questo, arrivò il completamento del cambiamento in corso. E arrivò come fosse naturale, come se l’intero paese non aspettasse altro. A un certo punto fu possibile collegare il proprio account a un conto bancario cinese (ottenuto dagli occidentali grazie a non pochi equilibrismi burocratici nella fase iniziale di WeChat, mentre oggi è tutto più rapido, anche se esistono molte più limitazioni per gli stranieri) e finalmente poter comprare qualsiasi cosa con lo smartphone. Da quel giorno anche il portafoglio divenne inutile».

Anche l’elemosina si fa con WeChat (gli homeless mostrano ai passanti un cartello con Qrcode). WeChat lanciò la sfida ai cinesi su due concetti – il tempo e la velocità – trasformando una società clamorosamente dipendente da carta, timbri, passaggi burocratici in una società improvvisamente cashless e senza più la necessità di stampare e timbrare qualsiasi cosa. Alcuni aspetti che ci sembrano futuristici sono già una realtà in Cina. Il riconoscimento facciale è una realtà quotidiana nelle città cinesi: viene utilizzato tanto per i pagamenti nei ristoranti, quanto per entrare in edifici pubblici, banche, scuole, università. È un processo che parte da lontano. Durante gli anni ’70, da piccolo porto Shenzhen era diventato uno dei centri della manifattura mondiale. Negli anni ’90 comincia a diventare incubatrice di aziende tecnologiche. Oggi è considerata la Silicon Valley cinese (a Shenzhen ha i propri uffici anche la Huawei, azienda leader sia nella produzione di smartphone, sia nelle infrastrutture di rete). Nel 2012 è arrivato al potere Xi Jinping, leader carismatico che ha deciso di investire il futuro del paese nell’Intelligenza artificiale e nella volontà di vedere la Cina, entro il 2030, affermarsi come lo Stato più avanzato al mondo dal punto di vista tecnologico.

Nel 2018, WeChat è stata accusata di consegnare al governo enormi quantità di dati: l’applicazione permetterebbe al governo di osservare in tempo reale i dati circa la quantità di persone presente nello stesso posto. In questo modo la polizia può valutare se alcuni assembramenti possono risultare «particolari» e dunque potenzialmente pericolosi per la stabilità sociale. Tutto questo ha a che fare con il lato più oscuro di WeChat e dei nostri social network e con un discorso generale sull’importanza che oggi hanno nella nostra società i Big Data, la vera linfa dell’attuale «capitalismo delle piattaforme». Cina e Occidente da qualche tempo sono arrivati alla medesima conclusione: i dati costituiscono la vera ricchezza della nostra epoca. Con i dati si alimentano algoritmi e Intelligenza artificiale, si predicono comportamenti grazie alle reti neurali e, se in Cina utilizzando i dati lo Stato ritiene di controllare al meglio la popolazione, in Occidente le aziende e i partiti ritengono di poter controllare le scadenze elettorali, mettendo in grave crisi il concetto stesso di democrazia.

Gli esperti segnalano che il 5G avrà una velocità massima di download fino a 20 gigabit al secondo, abbastanza veloce da scaricare un film hd a lunghezza intera in pochi secondi. Avrà una minore latenza e una maggiore connettività, il che significa tempi di attesa inferiori nell’invio di dati e più dispositivi in grado di connettersi alla rete contemporaneamente. Il miglioramento in questi campi sarà necessario per inaugurare – sottolinea Pieranni - l’IoT: «auto a guida autonoma, sensori, città intelligenti, realtà virtuale e persino chirurgia a distanza. Il primo paese che distribuirà e commercializzerà le reti mobili ultraveloci 5G avrà un enorme vantaggio economico: le stime viaggiano sui 500 miliardi di Pil e milioni di posti di lavoro (stimati a 3 per gli Usa, ad esempio). In tutto questo, naturalmente, la Cina non manca di programmazione: il suo piano quinquennale mira a un ampio lancio commerciale di 5G entro il 2020 e tutti i principali fornitori di servizi wireless (come Huawei e Zte) hanno condotto numerosi studi 5G. Quello cinese sarà, forse, il più grande mercato per il 5G entro il 2022. Si tratta di qualcosa di molto importante, considerando che proprio la velocità di propagazione del 5G cinese è al centro di importanti trame geopolitiche».

Non tutti i cittadini americani ed europei sanno che dando il proprio assenso alla geolocalizzazione di alcune app (del traffico, del meteo, per la misurazione delle proprie attività fisiche) i loro dati sono analizzati e rivenduti a chi è interessato a «profilare» futuri clienti. La tendenza in atto è straordinariamente impressionante, perché il cosiddetto «capitalismo di sorveglianza» sta avvicinando in modo clamoroso le due principali potenze mondiali. Cina e Usa stanno indicando una strada che sarà bene o male seguita dal resto dei paesi. La differenza tra il modello cinese e quello americano/occidentale è la seguente: nel nostro mondo i dati sono gestiti da aziende che li utilizzano per fini privati, mentre in Cina è lo Stato a disporre delle informazioni dei propri cittadini.

Ad esempio il riconoscimento facciale è una realtà quotidiana nelle città cinesi: viene utilizzato tanto per i pagamenti nei ristoranti, quanto per entrare in edifici pubblici, banche, scuole, università. Di recente a Shenzhen è stata lanciata una massiccia campagna per l’utilizzo del riconoscimento facciale in ogni ambito della vita quotidiana. Si tratta di attività che «consentono di fare incetta del novello petrolio della nostra epoca, i dati. I Big Data raccolti finiscono in un unico grande database: le aziende cinesi, infatti, devono sottostare allo stretto legame con il governo, non solo in termini di finanziamenti, ma anche di condivisione dei dati raccolti con i funzionari del partito comunista. Il sistema di sorveglianza cinese al momento è uno dei più avanzati».

Tutto ciò può apparire alla nostra sensibilità inquietante. In realtà, Pieranni sostiene che se chiediamo qualche opinione ai giovanissimi cinesi in coda per un caffè, sembra persistere un’idea comune: «la tecnologia potrebbe facilitare la vita, dicono, rendendo le città cinesi più sicure. E il sogno di vivere in una città così ordinata, pulita, organizzata – e con molti meno abitanti delle attuali megalopoli cinesi – sembra mettere d’accordo programmatori, ingegneri e partito comunista». Alle domande sull’attuale sfida tecnologica con gli Stati Uniti, la risposta è quasi sempre la stessa: «Non pensiamo agli Usa, è la Cina che ha bisogno di questo processo».
Temi grandi ed importanti da tenere d’occhio. Ci riguarderanno. Anzi, già ci riguardano.