“Cancel culture”? Senza dissenso è tirannide, ma ricordiamo razzismi e diritti negati

Il documento integrale dei 150 intellettuali come Atwood, Rushdie, Rowling, Chomsky contro le censure del politicamente corretto: cosa implica

J. K. Rowling, Margaret Atwood, Salman Rushdie: tre dei 150 intellettuali del documento di Harper's Magazine

J. K. Rowling, Margaret Atwood, Salman Rushdie: tre dei 150 intellettuali del documento di Harper's Magazine

redazione 15 luglio 2020
di Giuseppe Costigliola

L’omicidio di George Floyd, cittadino statunitense di colore, perpetrato da un agente di polizia ha originato un gigantesco movimento di protesta che sta scuotendo il mondo democratico. La storia americana pullula di simili atti criminosi, e in passato si sono prodotte reazioni altrettanto violente (se non più) da parte della comunità afroamericana, che porta incisi sul suo corpo secoli di violenze morali e fisiche.
Stavolta, però, l’evento sanguinoso sembra aver prodotto una sorta di tsunami culturale, un’enorme onda lunga che, ingigantita e arrossata dal sangue di secoli di sfruttamento, umiliazioni e sopraffazioni, sta travolgendo e svellendo le radici più profonde della cultura occidentale, bianca, maschia e cristiana, mettendone con radicalità in luce i numerosi “peccati” che hanno caratterizzato la sua storia, a cominciare da quello mortale del razzismo. Il fenomeno delle statue abbattute è solo la punta dell’iceberg di questo fenomeno che, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, coinvolge non solo il mondo intellettuale (scuole e università, televisioni e redazioni di giornali, case editrici, musei), ma anche i cittadini i quali con i social network fanno sentire la loro voce.
In questo rovente contesto, la rivista culturale americana Harper’s Magazine ha pubblicato un documento firmato da 150 artisti e intellettuali, tra cui figurano nomi di spicco (tra gli altri, Noam Chomsky, Francis Fukuyama, Gloria Steinem, Anne Applebaum, Margaret Atwood, Salman Rushdie, J. K. Rawling, Jeffrey Eugenides, Martin Amis, lo scacchista Gary Kasparov, il musicista Wynton Marsalis). Vale la pena riportarlo per intero.

Il documento integrale dei 150 intellettuali su Harper’s Magazine
“Le nostre istituzioni culturali stanno affrontando un momento difficile. Le imponenti proteste per la giustizia razziale e sociale stanno portando a sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme ad appelli più generali per una maggiore uguaglianza e inclusione nella nostra società, anche e soprattutto nell’istruzione superiore, nel giornalismo, nella filantropia e nelle arti. Ma queste necessarie richieste hanno avuto anche l’effetto di intensificare un insieme di atteggiamenti morali e impegni politici che tendono a indebolire le nostre norme di dibattito aperto e tolleranza delle differenze e a favorire il conformismo ideologico. Se da un lato elogiamo l’inizio di questo processo, dall’altro leviamo le nostre voci contro i suoi sviluppi. In tutto il mondo le forze illiberali si stanno rafforzando e hanno un potente alleato in Donald Trump, che rappresenta un pericolo reale per la democrazia. Ma la resistenza non deve irrigidirsi fino ad abbracciare dogmatismo e coercizione ¬– che i demagoghi della destra stanno già sfruttando. L’inclusione democratica che vogliamo può essere raggiunta solo se leviamo alta la nostra voce contro il clima di intolleranza che sta montando in entrambi gli schieramenti.
Il libero scambio di informazioni e di idee, la linfa vitale di una società liberale, incontra sempre più limitazioni. Questo dalla destra radicale possiamo aspettarcelo, ma l’atteggiamento censorio si sta diffondendo ad ampio raggio anche nella nostra cultura: un’intolleranza verso le opinioni contrarie, la moda della gogna pubblica e dell’ostracismo e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in una certezza morale accecante. Noi affermiamo l’importanza delle opinioni contrarie, espresse con forza e anche in modo tagliente, da qualunque parte provengano. Ma oggi è fin troppo comune sentire appelli a immediate e severe ritorsioni in risposta a quelle che vengono percepite come trasgressioni della parola e del pensiero. Cosa ancora più inquietante, esponenti istituzionali, in uno spirito di controllo dei danni figlio del panico, stanno comminando punizioni frettolose e sproporzionate invece di procedere a riforme meditate: capiredattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati dal commercio per presunte falsità, giornalisti diffidati dallo scrivere su determinati argomenti, professori indagati per aver citato in classe opere letterarie, un ricercatore licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione inter pares, leader di organizzazioni cacciati per quelli che a volte sono solo errori maldestri.
A prescindere dalle argomentazioni specifiche di ognuno di questi episodi, il risultato è un costante restringimento dei confini di quello che si può dire senza timore di incorrere in ritorsioni. Stiamo già pagandone il prezzo, sotto forma di una maggiore avversione al rischio fra scrittori, artisti e giornalisti, che temono di perdere il lavoro se si discostano dal consenso generale, o addirittura se non esprimono il loro assenso con sufficiente entusiasmo. Questa atmosfera soffocante finirà per nuocere alle cause più importanti della nostra epoca. La limitazione del dibattito, non importa se a opera di un governo repressivo o di una società intollerante, danneggia invariabilmente quelli che non hanno potere e restringe la possibilità di partecipazione democratica di tutti.
La strada per sconfiggere le idee cattive è smascherarle, argomentare e persuadere, non cercare di metterle a tacere o sperare che scompaiano. Rifiutiamo qualsiasi falsa scelta fra giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra. Come scrittori, abbiamo bisogno di una cultura che ci lasci spazio per sperimentare, assumerci dei rischi e anche commettere errori. Dobbiamo preservare la possibilità di esprimere un dissenso in buonafede senza subire conseguenze drammatiche sul piano professionale. Se non difenderemo noi il fondamento stesso del nostro lavoro, non dobbiamo aspettarci che siano i cittadini o lo Stato a farlo per noi”.

La denuncia contro l’intolleranza culturale e il pensiero unico
L’obiettivo di questa accorata denuncia è dunque l’intolleranza culturale, il pensiero unico, la cosiddetta “cancel culture”: espressione che indica la tendenza – evidentissima sui social network, soprattutto nelle persone che si ritengono progressiste, nei giovani e tra gli attivisti che lottano contro il razzismo e per la difesa delle minoranze – ad attaccare virulentemente persone in qualche modo celebri, i cui comportamenti, idee o dichiarazioni sono ritenuti discriminatori e offensivi (metro di giudizio applicato anche a personaggi del passato), e per i quali si invocano punizioni immediate (licenziamenti, boicottaggi, rimozioni). In breve, la dittatura del politicamente corretto.

Un problema di democrazia
In Italia questo problema ci giunge sfumato, il dibattito – anche acceso – si esaurisce con uno scambio di punti di vista (in taluni, deprecabili casi, di ingiurie), ma negli Stati Uniti la situazione è ben diversa. Lì, un docente universitario che osi manifestare un pensiero difforme dalla vulgata vincente rischia l’ostracismo dei suoi studenti, dunque la marginalizzazione, se non il posto, e lo stesso vale per uno scrittore, un giornalista, un saggista che si esprima in maniera controversa su temi sensibili (in particolare il razzismo e i diritti delle comunità emarginate): messo alla gogna, nessuno lo leggerà. E poiché di intellettuali che, in forza del prestigio acquisito, hanno la forza di dissentire su materie così incandescenti senza temere ritorsioni non ve ne sono molti, è chiaro che ciò pone un problema di libertà di pensiero, dunque di democrazia. (In verità, sono numerosi i casi di personaggi notissimi “cancellati” dalla gogna mediatica: valga per tutti la vicenda di Woody Allen, che per infamanti accuse mai dimostrate ha visto rescindere i contratti in essere con le case editrici ed è nell’impossibilità di trovare produttori e distributori per i suoi film, dunque di svolgere la sua attività di artista).

Molte minoranze tra i 150 firmatari
Com’era prevedibile, l’appello pubblicato da Harper’s è stato duramente attaccato, a tal punto che il suo ideatore, Thomas Chatterton Williams, ha dovuto chiarire: “Non volevamo che la lettera venisse considerata una reazione alle proteste contro gli abusi della polizia”, specificando che tra i firmatari ci sono intellettuali di colore, musulmani, ebrei, trans, gay, anziani, giovani, pensatori di destra e di sinistra – un chiarimento che suona come una conferma dell’esistenza del problema sollevato dalla petizione.
L’obiezione principale mossa ai firmatari è che essi si ergano a difensori della libertà di espressione quando in realtà vogliono mantenere una posizione di privilegio, che sentono minacciata. Obiezione forse poco pertinente, visto che tra i firmatari compaiono numerosi individui che a qualche titolo appartengono alle cosiddette minoranze.
Un’altra obiezione è che chi ha finora potuto sostenere liberamente le proprie opinioni ora non tollera che ci sia chi le critica pubblicamente. A ciò ha risposto Malcolm Gladwell, giornalista del New Yorker, il quale ha fatto notare che tra quei 150 ce ne sono molti con cui è in disaccordo, ma è proprio questo il senso della lettera.

No alle gogne pubbliche, ma i diritti negati e razzismo non passano avanti?
Il dibattito, dunque, è più che mai acceso, ma si potrebbe tentare una chiosa. I firmatari sostengono argomenti legittimi e condivisibili: se c’è una cosa che la cultura insegna, è l’inalienabile importanza del confronto, del rispetto per le opinioni altrui, il pericolo sociale e politico del dogmatismo cieco. È davvero intollerabile la tendenza a reagire con gogne pubbliche contro chiunque dissenta dalle proprie convinzioni – il pensiero unico è l’anticamera della tirannide. Tuttavia, di fronte al razzismo sistemico, al sessismo esacerbato, all’omofobia e alla transfobia radicate, cioè davanti ai problemi concreti dei diritti negati, delle democrazie inapplicate, la minaccia rappresentata dalla “cancel culture” appare secondaria. Oppure no?