Chimamanda Ngozi Adichie, la scrittrice che vuole donne consapevoli e tutti "femministi"

L’intellettuale e narratrice di origine nigeriana ospitata da BookCity di Milano: qualche buon motivo per conoscerla meglio

Chimamanda Ngozi Adichie

Chimamanda Ngozi Adichie

redazione 16 novembre 2019
C’è un’intellettuale partita dall’Africa che sta influenzando la coscienza femminista (e non solo la coscienza femminista) dell’occidente: Chimamanda Ngozi Adichie. Per accogliere tutte e tutti coloro che vogliono ascoltare la scrittrice di origine nigeriana “BookCity” di Milano (in corso fino a domenica 17) ha dovuto spostare l’appuntamento di oggi, sabato 16 novembre, al Teatro d’arte della Triennale: il Salone d’onore era evidentemente troppo piccolo.

Che ci sia stata una simile risposta per Chimamanda Ngozi Adichie è elemento incoraggiante e confortante, come è positivo che Bookcity l'abbia invitata. Perché con le parole sa spingere a riflessioni e pensieri anche inaspettati. Un titolo del New York Times Style Magazine di due anni fa riassume probabilmente con efficacia chi è questa romanziera, saggista, autrice teatrale nata nel 1977 nonché conferenziera molto apprezzata: «A Humanist On and Off the Page», un’umanista sulla pagina e fuori. Ovvero nella scrittura e nel discorso pubblico. Un’umanista quindi che viene dall’Africa, vive da anni negli Stati Uniti, ha scritto romanzi importanti (pubblicati in Italia da Einaudi) come L'ibisco viola, Metà di un sole giallo (con la guerra del Biafra come tema e sfondo), Americanah, i racconti Quella cosa intorno al collo.

Sono pagine in cui la scrittrice parla della Nigeria, dell’Africa, di razzismo, di difficoltà e di relazioni umane, non ultimo di femminismo. Ed è il suo sguardo da femminista che le ha conquistato anche il favore di una popstar globale come Beyoncé che nel brano Flawless ha campionato un estratto dalla Ted conferenza (marchio di prestigiose conferenze statunitensi organizzate dalla Sapling Foundation) “Dovremmo essere tutti femministi” del 2013 tradotto ed edito da Einaudi nel 2015: in quella conferenza esorta le donne a essere indipendenti, avere ambizioni professionali e soddisfarle. E il video della cantante ha raggiunto gli 84 milioni di visualizzazioni.

Peraltro il romanzo Americanah, che racconta di una studentessa nigeriana costretta dalla dittatura del Paese a emigrare negli Usa, da più lettori è stato giudicato magnifico, acclamato, vincitore del National Book Critics Circle Award per la narrativa, e anche il romanzo prende la via dello spettacolo: la Hbo ne produce una serie tv con l’attrice Premio Oscar Lupita Nyong’o e in uscita nel 2020

Ma come concepisce il femminismo Chimamanda Ngozi Adichie? Lo si può intendere dalle informazioni in un Cara Iljeawele pubblicata in Italia nel 2017 dal titolo in inglese Dear Iljeawele: or a Feminist Manifesto in Fifteen Suggestion. La scrittrice ha scritto il libro come risposta a un’amica d’infanzia diventata madre che le chiedeva come far crescere una figlia affinché diventi una femminista. La scrittrice le dice di guardarsi innanzi tutto da ciò che definisce “Feminism Lite”. Di cosa si tratta? “È l’idea di una eguaglianza femminile condizionata. Va totalmente respinta. È un’idea vuota, appagante e disastrosa. Essere femminista è come essere incinta. Lo sei o non lo sei”. Quanto l’autrice contesta con forza è che l’uomo deve essere “il capo” ed è “naturalmente superiore” e deve “trattare bene le donne”. “No. No. No. C’è più della benevolenza maschile come base per il benessere delle donne”.

Per essere ancora più chiara Chimamanda Ngozi Adichie prende a esempio come un giornale britannico progressista descrisse il marito della ex premier Theresa May: “Phillip May è noto in politica come un uomo che ha fatto un passo indietro e ha permesso a sua moglie, Theresa, di brillare. Ha permesso. Ora rovesciamolo. Theresa May ha permesso al marito di brillare. Ha senso? Se Phillip May fosse primo ministro, forse potremmo sentire che sua moglie lo ha ‘sostenuto’ dalle retrovie, che lei era ‘dietro’ di lui o che è ‘stata al suo fianco’, ma non sentiremmo mai dire che lei gli ha ‘permesso’ di brillare”. L’esempio chiarisce bene il concetto.

La conferenza “Dovremmo essere tutti femministi” in lingua originale con sottotitoli