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Questo Giro d’Italia non funziona

La Corsa Rosa quest’anno ha pochi tratti distintivi, pressoché tutti negativi

Questo Giro d’Italia non funziona

redazione

12 Maggio 2022 - 15.33


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di Lucia Mora

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Lo scorso venerdì 6 maggio è iniziato uno dei Giri d’Italia più discussi della storia. I motivi sono diversi, ma potremmo riassumerli in tre punti: la partenza, il percorso e la startlist. Può capitare che in un grande giro nazionale ci siano una o più tappe all’estero, ma scegliere l’Ungheria per le prime tre tappe del Giro 2022 è una decisione che, per ragioni politiche, non è comprensibilmente piaciuta a tutti. Sport e politica sono due mondi che spesso e volentieri si intrecciano e si influenzano a vicenda: la Storia di ogni disciplina è lastricata di esempi e non accorgersene sarebbe piuttosto ingenuo. Per questo motivo la scelta degli organizzatori restituisce una pessima immagine del Giro d’Italia, che sembra prestare più attenzione alle questioni meramente economiche che non a quelle etico-sociali.

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Ha fatto parecchio discutere anche il percorso disegnato per la Corsa Rosa, a partire dalla presenza di numerose tappe di montagna (non un grande incentivo per i velocisti, che infatti abbandoneranno la nave dopo poche tappe) e, soprattutto, la pressoché totale assenza di cronometro. Sommando la seconda tappa in Ungheria e l’ultima il 29 maggio a Verona, si ottiene un totale di 26,2 km di crono. Praticamente una barzelletta, a maggior ragione nel Paese che può vantare sotto la propria bandiera il campione del mondo nella disciplina, ovvero Filippo Ganna – che infatti ha giustamente preferito ambire alla maglia gialla del Tour de France, dove avrà più spazio. Con lui anche tutti i più importanti nomi del ciclismo mondiale: dal vincitore in carica Tadej Pogačar al suo arcirivale (e connazionale) Primož Roglič, da Remco Evenepoel a Wout Van Aert, tutte le grandi stelle hanno abbandonato la maglia rosa.

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Il che è piuttosto ironico, considerando gli sforzi compiuti dall’organizzazione per accrescere l’appeal mediatico della competizione. Eppure, benché il direttore Mauro Vegni la descriva come “una delle edizioni più dure degli ultimi anni”, la verità è che le tappe finora si sono dimostrate abbastanza noiose – persino quella sull’Etna –, anche per via di un parterre poco accattivante, che toglie prestigio all’evento. Dei primi dieci ciclisti del ranking UCI (l’Unione ciclistica internazionale), solo due sono al Giro: Richard Carapaz, grande favorito per la vittoria finale, e Mathieu van der Poel, il crossista olandese che punterà a qualche vittoria di tappa e magari alla maglia ciclamino, riservata ai velocisti.

L’Équipe e Le Monde lo hanno definito «un Giro più aperto che mai»: è vero, ma solo perché il livello generale punta al ribasso. Senza grandi campioni a dare spettacolo, il “Trofeo Senza Fine” potrebbe essere sollevato da chiunque. Il fatto che il Giro sia “più aperto” però pare più che altro un tentativo consolatorio, per cercare di salvare il buon nome di una corsa che ha sempre detto la sua a livello internazionale ma che quest’anno, invece, ha fatto un buco nell’acqua, rischiando di allontanare anche i più appassionati.

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