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L’ultima stagione della “Regina del sud” e la serie “Hannibal” incentrata sul famoso serial killer Hannibal Lecter

L’action thriller sul narcotraffico con l’attrice Alice Braga è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte. “Hannibal” è tratto dai libri di Thomas Harris

L’ultima stagione della “Regina del sud” e la serie “Hannibal” incentrata sul famoso serial killer Hannibal Lecter
Il Fast food delle serie tv

Vittoria Maggini

9 Aprile 2022 - 18.53


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“Regina del Sud”, prime stagioni interessanti, per poi andare a peggiorare

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Locandina “Regina del Sud” con Alice Braga

Tra le numerosissime serie sul narcotraffico, la versione americana della “Regina del Sud” distribuita da Netflix sembrava promettere davvero bene. La serie è un adattamento della telenovela sudamericana “La reina del sur”, a sua volta adattamento del romanzo omonimo dello scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte. Per scriverlo, l’autore si è liberamente ispirato alla storia di Sandra Ávila Beltrán, nota come la ‘Regina del Pacifico’, che gestiva un grosso cartello di cocaina tra il Messico e gli Stati Uniti. Sandra è nipote del noto Miguel Angel Felix Gallardo, che ha ispirato la serie “Narcos: Messico”.

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“Regina del Sud” racconta la vita di Teresa Mendoza, una giovane donna che, da semplice cambiavalute per le strade di Culiacàn (Messico), diventa il boss di uno dei principali cartelli occidentali del narcotraffico. Questa serie è iniziata col botto, fin da subito apprezzatissima da pubblico e critica, grazie al mix tra azione e thriller che si alternano armonicamente fin dai primi episodi. 

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Una storia su un boss donna, raccontata da una donna. E alla fine è lei il perno stesso della serie: Teresa Mendoza, interpretata da una convincente Alice Braga che crea empatia e fa dimenticare i crimini di cui si macchia. 

Purtroppo, nell’attesissima stagione finale, che ha dovuto attendere due anni prima di uscire causa pandemia, non ho ritrovato né l’empatia e l’umanità di Teresa, né il ritmo serrato di narrazione. Trama poco interessante, superficiale e poco umanizzata. I protagonisti passano da una sparatoria all’altra senza tregua. Forse questo è più realistico, i veri boss della droga non si fanno i problemi che si fa Teresa a uccidere qualcuno, ma questo era il suo bello. 

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Il remake su Hannibal Lecter poteva essere un degno omaggio al genio Thomas Harris, invece un fiasco 

Mads Mikkelsen in “Hannibal”

A Thomas Harris va il merito di aver ideato uno dei più apprezzati serial killer dell’universo letterario poliziesco dagli anni Settanta ad oggi, ovvero il dottor Hannibal Lecter, medico psichiatra dall’intelligenza sopraffina, spesso chiamato dall’FBI come profiler nei casi più intricati, ma che in realtà nasconde di essere egli stesso un sociopatico, che uccide le sue vittime e le mangia.

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Sui romanzi di Harris sono basati “Il silenzio degli innocenti” (1991) e “Red Dragon” (2002), che vedono uno straordinario Anthony Hopkins nei panni del dottor Lecter. 

Immaginavo che fosse solo questione di tempo affinché qualcuno proponesse un remake di questi prodotti cinematografici cult. E così è stato per la serie “Hannibal”, creazione dello sceneggiatore televisivo Bryan Fuller, giunta al termine anticipatamente a causa della cancellazione da parte della NBC.  Fuller è conosciuto nell’ambiente per essere geniale finché si tratta di sci-fi: a partire da “Star Trek”: “Deep Space Nine” e “Voyager”, fino a “Wonderfalls”, “Pushing Daisies”, “Dead Like Me”. 

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Ma la sua radicalità espressiva decisamente non ci serviva per raccontare una serie thriller su Lecter. A poco è servito il buonissimo cast con Mads Mikkelsen (Hannibal Lecter), Hugh Dancy (Will Graham) e Lawrence Fishburne (Jack Crawford).  La fiction è incentrata sulla contrapposizione tra l’affascinante psichiatra Hannibal Lecter e il profiler dell’FBI Will Graham, in grado di entrare letteralmente nella mente degli assassini.

Due menti affini e simili, ma in contrapposizione morale. Nel corso della serie, questo rapporto diventa una co-dipendenza al limite del confine amicizia-amore, assolutamente lontano dalle pagine di Harris.  La sceneggiatura è intrisa in discorsi metafisici, probabilmente con l’idea di elevare un discorso che spesso non ha senso. Peccato, una rispolverata a Thomas Harris da parte delle moderne piattaforme ci voleva, ma non così. 

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