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Uscire dall’ombra. La denuncia contro le molestie passa anche attraverso i social

La denuncia di una molestia fatta sui social è un segno di coraggio. La giornalista Silvia Garambois, attraverso un'attenta analisi, ci spiega il perchè

Uscire dall’ombra. La denuncia contro le molestie passa anche attraverso i social
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1 Aprile 2022 - 16.53


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di Marialaura Baldino

“Siena, datti una regolata”. Inizia così la denuncia di una studentessa universitaria che lo scorso venerdì ha subito una molestia all’ingresso di un locale del centro. Stava rientrando nel bar dove aveva deciso di trascorrere una tranquilla serata con gli amici, quando un uomo le si è avvicinato e le ha dato una forte stretta al fianco. La ragazza lo ha allontanato, dicendogli di non voler essere più toccata. La risposta dell’uomo al rifiuto è stata: “Sono il proprietario, tu non entri”, indicandola al buttafuori con l’imperativo di non permetterle di rientrare. Nonostante la studentessa abbia chiesto di poter riprendere i suoi effetti personali. È intervenuta quindi una sua amica, che le ha potuto recuperare il cappotto. Nell’attesa però, la ragazza vittima di tale atto, ha dovuto subire frasi svillaneggianti che le sono state rivolte dallo stesso uomo. Che vuoi che sia una stretta al fianco, deve aver pensato l’ uomo non rendendosi conto del gesto compiuto.

Quante volte abbiamo sentito questa frase: che sarà mai?

È una cosa grave, cioe una molestia. È di questo che si tratta. E non perché, come alcuni credono, si vuole “gridare allo scandalo”, o utilizzare questa parola per esasperare la situazione, o magari per attirare l’attenzione; ma perché i fatti sono tali e vanno chiamati con il loro nome.

Il punto di vista di una donna non è ininfluente. E nemmeno il suo “no, non toccarmi”. Eppure, c’è chi crede ancora che la risposta giusta a quella stretta sarebbe stata: “grazie per esserti accorto di me”. Come se dovessimo sentirci lusingate da tali dimostrazioni di attenzione.

Di casi in cui le donne sono state oggetto di attenzioni indesiderate o di vere e proprie molestie a Siena, ne sono già accaduti. Ed è qualcosa che scatena tanta rabbia. Ma anche tante domande.

Parte delle risposte che cercavamo le ho trovate conversando con la giornalista Silvia Garambois, presidentessa di GiULiA Giornaliste, da sempre impegnata per i diritti delle donne e delle giornaliste. A parer suo, la denuncia dell’accaduto fatta sui social è già di per se un grande passo, e che la“scelta di comunicarlo alla sua bolla social, dimostra il coraggio che la ragazza ha avuto in quel momento”. Coraggio, che forse, e purtroppo, non tutte avremmo avuto.

Con i dati alla mano, Silvia Garambois inizia col fare chiarezza. Spiega che l’ultima indagine dell’Istat sulle molestie, risalente al 2015-2016, riporta che 8milioni e 816mila donne italiane tra i 14 e i 64 anni (43,6%) hanno subito molestie nel corso della propria vita (pedinamenti, stalking, molestie verbali e fisiche, molestie sui social) e che 1milione 404mila donne tra i 15 e 65 anni hanno subito molestie fisiche sul luogo di lavoro o da parte di un collega o del datore di lavoro. Solo negli ultimi tre anni le molestie dichiarate riguardano oltre 425mila donne. “Per non parlare delle giornaliste”, aggiunge. In questo settore la percentuale di donne che hanno subito violenza o che sono state vittime di molestie sale all’85%.  Sono numeri che sconcertano.

Ci troviamo quindi di fronte ad una serie crescente di atti di molestie, palpeggiamenti, violenze, stalking che continuano ad essere perpetrati. Ma c’è anche e sempre un pensiero comune distorto secondo il quale atti come quello successo alla studentessa valgano meno di un peccato veniale. E dove la risposa ad una molestia è ancora: “Cosa vuoi che sia?”. “L’equivoco di fondo è pensare che le donne siano cambiate. Che non vogliano essere più toccate, né sfiorate, né corteggiate. E invece no. Le donne vogliono essere corteggiate, e vogliono corteggiare. Ma il passaggio fondamentale dal corteggiamento ad una molestia sta nel dire “no, basta”. Perché nessuna insistenza ha il diritto di prevalere su quel no”.

E perché allora continuiamo ad assistere ad episodi simili? Silvia Garambois risponde: “Perché è un fatto culturale”.

Spiega che sono ancora in vigore alcune norme giuridiche che la Corte di Cassazione non ha mai abrogato. Una di queste risale al 1967, la quale riporta tale concetto: “Vis Grata Puellae” – la violenza è gradita alla fanciulla. Di certo è una dottrina giuridica alla quale non si ricorre più. Ma è comunque li. E “quella roba lì ce l’abbiamo ancora dentro la testa”.
Continua affermando che solo negli anni Settanta si sono mossi i primi fondamentali passi verso un cambiamento radicale del ruolo della donna e del riconoscimento dei suoi diritti. Sull’onda della crescita sociale e del Femminismo, vennero approvate leggi fondamentali per tutte le donne italiane. Leggi come quella sul divorzio, o sull’aborto. O anche come la Riforma del diritto di famiglia italiano del 1975, la quale permetteva alle donne, in caso di morte del coniuge, di poter ereditate il cinquanta per cento dei beni posseduti (prima l’eredità veniva attribuita solo agli eredi). Inoltre, prima del 1981 – anno dell’abrogazione del vecchio Codice Rocco – se un uomo uccideva una donna perché ne era geloso, allora otteneva uno sconto di pena. In caso di stupro, tutto si poteva risolvere con un matrimonio riparatore per salvare il buon nome della famiglia e l’onore del padre. La giornalista chiarisce però che anche dopo il 1981 non cambiò il sentire comune, ma solo il pensiero di una piccola élite, che di certo non rifletteva la coscienza dell’intero paese. Basti pensare al fatto che nel 1996 la molestia o la violenza contro una donna veniva ancora considerata una violenza contro la morale e non contro la persona, e che ancora oggi, in Italia, non esiste una categoria giuridica specifica che comprenda il femminicidio.  La nostra società ha quindi ereditato questo bagaglio culturale caratterizzato, come lo ha definito la giornalista, da “un sentire comune da bar dello sport”, dove non c’è uguaglianza, non ci sono parità, dove vale sempre il “cosa vuoi che sia”, e dove la tutela da parte delle leggi non è pienamente garantita.

Ritornando all’accaduto di venerdì scorso, una cosa che ha suscitato particolare attenzione è stata la scelta del canale attraverso il quale la ragazza ha fatto partire il suo appello. Una piattaforma social. Alcuni si sono chiesti il perché di questa scelta, domandandosi se non fosse stato meglio denunciarlo alle autorità.

“Decidere di rendere pubblicol’accaduto-dice Silvia Garambois- di spiegare cosa le fosse successo agli amici reali e virtuali, scegliere di uscire dall’ombra, anche se solo attraverso i social equivale a una denuncia. Questo gesto rompe con gli schemi comportamentali del passato che facevano preferire alle donne il silenzio. E la differenza sta proprio nella sua scelta coraggiosa di parlare, discutere e denunciare.Utilizzare il mezzo social le ha permesso di andare oltre, di portare l’attenzione sul fatto e sulle sue parole, di trasmettere il messaggio al di là della sua bolla sociale, fino ad arrivare a buona parte della comunità studentesca presente sul territorio senese. Sapendo che paradossalmente, rischierebbe, non solo di divenire bersaglio di Hate Speech, della gogna mediatica, ma che questo suo atto di denuncia potrebbe essere oggetto di una querela”.

Come chiarisce Silvia Garambois, infatti, il problema di una molestia simile, avvenuta in un luogo pubblico e alla presenza di testimoni, è sì un atto denunciabile, ma è sempre uno contro uno, dove le parole di uno valgono tanto quanto quelle dell’altro, e dove probabilmente il buttafuori, intimato di non far rientrare la ragazza, non testimonierebbe contro il datore di lavoro.

Se si volesse analizzare l’accaduto da un punto di vista prettamente giuridico, di seguito alla denuncia-querela sporta dalla ragazza, verrebbe applicato l’art. 660 del C.P., il quale recita: “Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a Euro 516,00”. La nostra interlocutrice però riporta anche l’interpretazione di tale testo legge fatta da una legale, la quale spiegherebbe che “pur trattandosi di un’offesa a un interesse privato, si tiene in considerazione l’ordine pubblico, onde il privato riceve una tutela meramente riflessa”. Ma ciò che è accaduto non riguarda di certo l’ordine pubblico. Riguarda un’offesa commessa ai danni di una donna. E ormai non bastano più solo le tutele fornite dalla legge.

La denuncia sociale fatta dalla ragazza ha quindi evitato che questo fatto venisse derubricato come è successo a tanti altri, e di tenere alta l’attenzione su un tema così importante, ma anche così controverso. Le ha permesso di mettere in atto un cambiamento. Perché se è vero che siamo ancora avvolti da un humus culturale fatto di continui vizi di prevaricazione, di potere e di stereotipi, e che i criteri di parità non valgono per la donna tanto quanto per l’uomo, è anche vero che, seppur a passo di formica, le cose cambiano. Perché prima, in passato, di tutte le questioni di cui abbiamo parlato finora non se ne faceva nemmeno cenno. E se per denunciare una molestia venissero utilizzati i social, con le parole e i modi giusti, allora questo sarebbe un grande contributo a quel cambiamento che la nostra cultura tanto necessita.

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