Diventano più labili su Twitter i "cinguettii "della politica

Era la piattaforma più usata dall'ultima generazione di leader politici. Com'è stata usata da Renzi e da Trump. Una delicata fase di transizione per Twitter

Twitter

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Redazione 28 ottobre 2021

di Lucia Mora

 

Tra tutti i social network, Twitter è sempre stato l’habitat naturale della politica. Sfogliando il report annuale proposto dalla piattaforma nel 2018 si scopre che tra gli account più menzionati in Italia figurano Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi, insieme a quello ufficiale del Partito Democratico. Renzi, in particolare, rappresenta un vero e proprio caso studio, in quanto è stato il primo politico italiano a sfruttare Twitter come strumento di costruzione del consenso.

Lontano dai vecchi metodi ai quali gli elettori del PD erano abituati («il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione», diceva Pier Luigi Bersani), il modus operandi del “rottamatore” Renzi s'è imposto in modo massiccio sui social network, con una predilezione per i cinguettii. Twitter è stato, all'inizio della sua esperienza politica, il ponte ideale con i suoi elettori, consentendo interazioni personali (soprattutto botta e risposta in prima persona) inedite fino a quel momento per una figura politica di spicco.

Un altro caso emblematico è quello dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Leggendo i tweet di Trump si aveva un quadro ben definito della comunicazione presidenziale americana, troppo spesso fatta di abuso di caps lock e di toni alterati. In un articolo del 2018, Conor Friedersdorf, giornalista dell’Atlantic, aveva commentato un tweet in cui Trump minacciava il dittatore nordcoreano Kim Jong-un di avere «un pulsante nucleare più grande del suo», definendolo il «tweet più irresponsabile della storia». Non a caso, l’atteggiamento adottato da Trump nel corso delle ultime elezioni è valso una sospensione permanente dalla società di San Francisco, secondo cui «le dichiarazioni del presidente possono essere mobilitate da diversi pubblici, anche per incitare alla violenza». Di recente, per porre rimedio “all’esilio”, Trump ha fondato Truth Social, ovvero (secondo il suo intento) il “social della verità”, anche se pareri esperti hanno già escluso un potenziale boom della piattaforma.

 

Lo stesso Twitter in realtà è in crisi da diverso tempo. Osservando le classifiche di Sensemakers emergono due dati rilevanti: per prima cosa, le interazioni che si contano su Twitter (centinaia di migliaia) sono significativamente minori di quelle ottenute su Instagram o su Facebook (milioni); dunque, per chi volesse investire nella comunicazione, Twitter non è il social più redditizio. In secondo luogo, è interessante notare come i principali leader politici abbiano importanti riscontri solo su Facebook: Giorgia Meloni, Giuseppe Conte e Matteo Salvini si aggirano attorno a quattro milioni di interazioni al mese sul social di Mark Zuckerberg. Al contrario, l’unico politico che sembra voler perseguire la strada dei cinguettii è Carlo Calenda, che conta circa trecentomila interazioni al mese.

 

Non è chiaro il motivo per cui Twitter abbia perso il proprio ruolo di “piattaforma politica”. Si tratta probabilmente di una naturale conseguenza del cambiamento nell’utilizzo dei social da parte degli utenti. Se fino a qualche anno fa Twitter rappresentava un punto di riferimento – anche e soprattutto per chi operava nel mondo del giornalismo, che lo consultava come una sorta di agenzia stampa – oggi Facebook e Instagram ne hanno preso il posto in termini di popolarità.