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Francesca De Sanctis ci narra il dramma dell’Unità e una generazione di precari

“Una storia al contrario” è un libro vitale e prezioso: la giornalista intreccia con sapienza gli ultimi anni del quotidiano fino alla chiusura ultima con vicende collettive e intime

Francesca De Sanctis ci narra il dramma dell’Unità e una generazione di precari
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3 Ottobre 2020 - 16.06


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di Francesca Fradelloni

La fine di un giornale ci riguarda tutti, l’informazione fa parte di tutti. Buona e cattiva. Rappresenta tanti e diversi punti di vista culturali e politici. La fine di un giornale quindi non solo è un problema perché ha ripercussioni assai gravi sul fronte dell’occupazione, ma anche perché vengono meno gli spazi di democrazia. Solo Beppe Grillo, da sempre nemico della stampa, aveva gioito all’epoca quando nel lontano 2012, la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) aveva lanciato l’ultimo grido disperato annunciando la chiusura di una settantina di giornali e quattromila posti di lavoro a rischio. «Hip, hip, hurrà! Bye, bye giornali – aveva commentato sul blog – è stato bello, anche grazie a voi, arrivare 61esimi al mondo per la libertà di informazione». Ora, è a tutti evidente che essere in fondo alle classifiche mondiali per la libertà d’informazione non c’entra nulla con il numero dei giornali. Anzi, dovrebbe essere che più giornali ci sono, più idee vengono espresse. Giusto?

All’interno di questo discorso è preziosissimo il libro di Francesca De Sanctis, classe 1976, “Una storia al contrario” edito da Giulio Perrone editore (pp. 167, euro 17), appena uscito in libreria. La De Sanctis, giornalista professionista dal 2002, vicecapo dello sfoglio di Cultura e Spettacoli de l’Unità, racconta in queste pagine la fine del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. «Mi ricordo ancora quel 29 luglio del 2014, ero incinta di quattro mesi della mia seconda figlia, stavo scrivendo un pezzo sul Teatro Valle occupato, ma quel pezzo non uscì mai. Per la prima volta nella mia vita avevo lasciato un articolo a metà», racconta la giornalista. Un anno dopo il giornale riaprì e lei venne riassunta, ma l’esperienza durerà poco: a giugno del 2017 l’Unità sparisce di nuovo dalle edicole. Per sempre. Un pezzo di memoria italiana spazzata via dalla negligenza e dal disinteresse politico. Un pezzo di storia davvero, se si pensa come all’Unità anche molti giovani, poeti e scrittori, delle nuove generazioni hanno firmato i loro primi pezzi: Silvia Ballestra, Chiara Valerio, Paolo Di Paolo, Gaia Manzini, Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Giacomo Verri, fino a Stefano Piedimonte, a Giorgio Ghiotti. L’Unità era una meravigliosa palestra letteraria, che puntava sui giovani talenti lasciando loro la libertà di scrivere e di ragionare. «Le pagine culturali, d’altra parte, erano sempre state un punto di forza del giornale», basta ricordare Italo Calvino e Gianni Rodari. E questo è l’altro elemento che rende necessario questo libro. L’Unità e il Novecento: ne ha fatto parte attivamente con le sue opinioni e i suoi commenti, con il dibattito politico e la sua ideologia.

E poi c’è un’altra questione: l’umanità e la vita intorno al giornale. L’Unità era una famiglia. «Eravamo parte di un giornale storico, con un’identità molto forte mai dimentica del suo passato nonostante le tante trasformazioni nel corso degli anni. Lavorare tutti insieme per un giornale che crede in certi valori, ognuno con le proprie prospettive, è qualcosa che ti fortifica e ti allena al confronto, al dialogo, ad affinare il punto di vista, in una parola a vivere. Eravamo una comunità e quel senso di appartenenza così forte che ci portavamo dietro, assieme alla Storia forse un po’ ingombrante ma gloriosa de l’Unità, è diventato un fardello difficile da sopportare quando ci siamo accorti che attorno c’era solo indifferenza, silenzio. E allora ti senti spaesato e non sai più quale direzione prendere. Qualche titolo sui giornali per annunciare l’ennesima chiusura de l’Unità e poi più niente. Solo noi».

Però questa di Francesca De Sanctis non è solo la storia sua e del suo giornale, ma è la storia di tanti giornalisti, giornalisti della vecchia guardia. Quelli che hanno iniziato con la macchina per scrivere, dopo tanta gavetta, pezzi stracciati, ribattute notturne, l’articolo 1 (è l’assunzione), desk in redazione, titoli in un minuto, e che oggi con le competenze, non in saldo, non ce la fanno a fare i fabbricatori di post e lanci social. È la storia di una generazione di giornalisti, cresciuti con la fissa della notizia e con il diritto di cronaca nel sangue. Un “saper fare” che difficilmente trova una via nell’informazione di oggi. Oggi c’è di certo che l’informazione ci arriva dappertutto. E non più solo da chi ci informa per professione. Blogger, insider, brand: tutti sono editori, tutti sono giornalisti.

Quando poi ti rimetti in gioco da freelance ti senti schiacciata, sopraffatta da chi mette in discussione la tua esperienza e il tuo percorso. E poi da un lato i vecchi con i loro privilegi, arroccati nelle loro posizioni, dall’altro i giovanissimi pronti a tutto, perfino ad accettare di essere pagati dieci euro a pezzo, tronfi di tecnologia, ma pur sempre precari. Precaria, sì, ma con una convinzione: non si può tornare indietro, accettare umiliazioni, far finta che 20 anni di esperienza non ci siano stati.

La storia che racconta Francesca De Sanctis coinvolge tanti. Soprattutto se si pensa che l’industria delle news è una di quelle che ha perso più posti di lavoro negli ultimi anni. E perché racconta un mondo che è cambiato, un mestiere che si è trasformato. Come è cambiato il concetto di notizia. Compravamo un solo giornale, distribuire quelle notizie era costoso. La regola obbligava quindi a fare una selezione di ciò che poteva essere importante. Era l’idea del giornale, era quello che funzionava, si chiamava qualità. Scelta, riflessione sulla cronaca. La vita di redazione era una e indimenticabile. «In redazione, tutto andava veloce: le notizie, le e-mail, gli squilli dei telefoni, le pagine da disegnare, da scrivere, da chiudere», scrive Francesca. «Dovevo correre anch’io, questo mi era stato insegnato. Un buon giornalista, soprattutto in un quotidiano, si misura anche dal tempo che impiega a scrivere un pezzo». Ma quando si perde il lavoro, il lavoro sognato e amato, non si perdono solo le telefonate, se ne va un pezzo importante di te, quello che avevi costruito col tempo e che d’un tratto è stato bombardato, sventrato. L’investimento di una vita. Ed è una balla grande e grossa che ne guadagna la famiglia. Perché se stai male, vivi male. «E se vivi male – racconta la De Sanctis – le tue figlie se ne accorgono, anche se vai a prenderle tutti i giorni a scuola o se, al contrario di prima, ceni con loro tutte le sere. Basta uno sguardo assente, un rimprovero di troppo, un tono polemico su una sciocchezza. Si dice che sia importante la qualità del tempo che passi con i tuoi figli, non la quantità. E ora che trascorro più tempo in casa, non lo so se ho migliorato la qualità del tempo che passo con loro. Dicono che ho sempre la testa da un’altra parte. Io non lo so se sono felice. Eppure non mi manca molto per esserlo, solo il lavoro».

Quello di Francesca De Sanctis non è un diario perché ci riguarda tutti. Non solo i giornalisti diventati di colpo precari, ma sempre “con carta e penna in mano”, come Francesca che ha sempre scritto anche del corpo che cambiava mentre faceva spazio a una malattia, a una bambina, poi ancora a una bambina. Perché nella storia dell’Unità che chiude, si infila anche la vicenda della malattia dell’autrice diagnosticata a 26 anni. Una malattia autoimmune che si chiama miastenia gravis. Una patologia insidiosa e che le ha tolto il sorriso. «La vista si sdoppiava e le palpebre si abbassavano. I miei occhi erano di nuovo delle piccole fessure e io ero costretta a spostare la testa all’indietro per far sì che attraverso quelle piccole fessure riuscissi almeno a vedere qualcosa. Mi stavo trasformando in un mostro. L’anarchia dei miei organi stava generando una creatura acefala. Gli angoli della bocca se ne andavano all’ingiù, come punte di foglie appassite», racconta nel libro.
Una storia al contrario” è un racconto anche di famiglia, di padri e madri. Di mariti speciali e di figlie stupende, a volte distanti come isole, a volte continenti. È un libro vitale perché parla della vita che scorre, che si intreccia con le storie di oggi e di ieri. Perché in fondo tutto questo annota una cronista.

Un anno dopo il ritorno in edicola, il 15 settembre del 2016, si insediò il nuovo direttore, Sergio Staino, affiancato come condirettore da Andrea Romano, deputato del Pd. Ma le cose non andarono come dovevano andare neanche quella volta. E i rapporti tra i due si incrinarono presto. «Lo scontro tra Staino e Romano raggiunse il suo culmine quando morì Fidel Castro. L’Unità titolò: “Fidel Castro, la fine del secolo delle illusioni”. Peccato che il titolo originale, fosse diverso: “Fidel Castro, l’ultimo del secolo dei sogni”. Staino fu resistente, ma nessun aumento di capitale. Nessun impegno del Pd nella promozione, nessun piano industriale né editoriale che rilanciasse sia il giornale di carta che quello online. E a un certo punto pure nessuno stipendio per i lavoratori.

La vicenda dell’Unità è poi scivolata via nel dimenticatoio. Gli scioperi a oltranza, gli incontri con Pietro Grasso (allora Presidente del Senato) e Laura Boldrini (al tempo Presidente della Camera), gli appelli a Renzi, la conferenza stampa alla Camera e neppure, non servirono a niente. L’Unità il 31 maggio 2017 non uscì. L’ultimo numero de l’Unità uscirà solo in formato digitale, il 3 giugno del 2017, con un editoriale firmato dai giornalisti. L’ultimo titolo fu: “Così si calpesta una storia”, a corredo una foto in bianco e nero, l’Unità impugnata da tante mani per celebrare la vittoria della Repubblica sulla Monarchia nel referendum del 1946.

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