I regimi dittatoriali dimostrano quanto le università abbiano bisogno di libertà

Il caso Zaki e il rettore dell'ateneo di Kabul nominato dai talebani che teorizza la necessità di giustiziare i giornalisti responsabili di propalare false notizie. E le donne a cui si impedisce di studiare...

Studentesse universitarie a Kabul

Studentesse universitarie a Kabul

Marcello Flores 1 ottobre 2021

Di università, in Italia, non si parla da tempo, anche se i segnali di un necessario e radicale cambiamento per adeguarla alle necessità della sfida globale, che si combatte anche e soprattutto nell’istruzione e nella formazione, dovrebbero porla a uno dei primi posti dell’agenda pubblica.
Dove l’università appare invece all’ordine del giorno, purtroppo, è nei regimi autoritari e dittatoriali che in questo ultimo decennio sono purtroppo aumentati e si sono rafforzati. Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna, dopo una nuova seduta del processo contro di lui – durata la bellezza di due minuti – sarà costretto ad attendere fino al 7 dicembre che il tribunale, formato da giudici di obbedienza politica molto marcata, decida sulle accuse false e incredibili montate contro di lui. Alla imputazione di «diffusione di notizie false» sembra aggiungersi adesso quella di terrorismo, che porterebbe a un numero assai alto di anni la condanna che il regime di al-Sisi intende comminargli come monito a tutti gli studenti egiziani all’estero.

Di altro tenore la notizia della nomina del nuovo rettore dell’università di Kabul, Mohammad Ashraf Ghairat, per rimpiazzare quello deposto dalle autorità del nuovo stato islamico talebano. Ghairat si era distinto qualche giorno fa per difendere la «necessità» di giustiziare i giornalisti responsabili di propalare false notizie sul nuovo governo afgano, e per avere difeso il divieto di ingresso alle donne nell’università fino a quando non venga creato un «vero ambiente islamico». La notizia è stata ripresa dai giornali di tutto il mondo, ma più per sottolineare l’ignoranza del nuovo rettore «guerrigliero» che per evidenziare la terribile situazione in cui si trovano soprattutto le giovani cresciute in Afghanistan in questi ultimi vent’anni e pronte a entrare in quell’università dove coltivavano di poter raggiungere il proprio scopo e realizzare i loro sogni.
Le università italiane, se avessero uno sguardo più consapevole e rivolto al mondo, dovrebbero costruire insieme a quelle dell’Europa intera, una battaglia analoga a quella che l’Università di Siena iniziò nei primi anni ’90 per ripristinare la Biblioteca di Sarajevo distrutta dalla ferocia degli attacchi serbi: una battaglia per garantire al maggior numero di ragazze afgane di poter proseguire i loro studi, libere e senza condizionamenti.