Sorrentino sul caso Tik Tok: “Vietare non educa, invece serve più controllo sulle attività digitali”

Il sociologo e professore universitario ci parla di social e dell'importanza di una corretta educazione digitale a partire dalla vicenda di Antonella Sicomero, la bambina morta dopo una sfida tramite Tik Tok

La generazione Z e l'uso dei social media

La generazione Z e l'uso dei social media

redazione 27 gennaio 2021

di Vittoria Maggini


Quello che è successo la scorsa settimana ad Antonella Sicomero, bambina siciliana di 10 anni morta per asfissia dopo aver partecipato ad una sfida tramite Tik Tok, purtroppo non è un fatto isolato, ma esemplifica una situazione generale che oramai riguarda tutti, soprattutto i più fragili, e il rapporto con i mezzi di comunicazione. Ma sono davvero i social media gli unici colpevoli di tali tragedie?


Argomenti trattati dal sociologo Carlo Sorrentino, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali all’Università di Firenze.


Professore, se le dico “Blackout Challenge”, “Knocking out challenge”, “Eyeballing”, sa di cosa sto parlando?
Sì, certo. Sono alcune delle sfide più popolari sui social, tutte molto pericolose. La prima è proprio quella che è stata fatale per la giovane Sicomero. 


 Ho letto che secondo quanto emerso da un sondaggio di Skuola.net che ha coinvolto 1.500 ragazzi di scuole medie e superiori, un ragazzo su sei conosce la "Blackout challenge" e quasi 1 su 5 degli intervistati afferma di aver anche partecipato al gioco. Cosa ne pensa di questi numeri?
A mio parere, questi dati vanno sempre presi con molta cautela. Personalmente non mi convincono più di tanto. Faccio una premessa. Da che mondo è mondo, nei processi di socializzazione dei ragazzi adolescenti c’è sempre stato l’elemento della “sfida vietata”, fa parte di un modo molto distorto di concepire la socializzazione stessa, ma che è appartenuto a tutti noi. Faccio un esempio. Quando ero piccolo, io e i miei amici giocavamo nel cortile del mio palazzo. Una volta un ragazzo andò di corsa verso strada, senza nessuna accortezza, fu investito da una macchina e rimase ingessato per nove mesi. Potrei fare una lista di giochi più o meno estremi fatti a quell’età. I social allargano a dismisura le potenzialità. Prima giocavamo con gli amichetti del palazzo, ora possiamo giocare con “il mondo”, da giochi innocenti a sfide, come in questo caso, più gravi, in cui si sfida l’ignoto: ciò vuol dire che non sappiamo né che sfide affrontare né chi stiamo sfidando.


 Si tratta di fenomeni virali ormai presenti nel web da molti anni, i ragazzi appartenenti alla così detta “società liquida” appaiono più fragili. Pensa che questo tipo di sfide online diventino più popolari in momenti specifici, per esempio il periodo storico che stiamo vivendo?
Penso di sì. Questo lockdown e le restrizioni dell’ultimo anno stanno sfiancando tutti, figuriamoci i ragazzi in età preadolescente e gli adolescenti. L’altro giorno ho fatto una lezione a dei ragazzi di prima superiore, e non mi ero reso conto che tra loro non si conoscevano per niente, perché hanno avuto molte ore di didattica a distanza ed erano a casa. La fase socializzativa fondamentale tipica della scuola in presenza la stanno perdendo. È indubbiamente qualcosa di paragonabile a quello che i miei genitori mi hanno raccontato di cosa era la guerra, che oltre ai bombardamenti e alle battaglie, portava con sè l’angoscia di essere chiusi, di non poter vedere le persone. Non mi meraviglia scoprire che questi eventi di alienazione aumentino situazioni di disagio psicologico nei ragazzi.


 Cresce la diffusione di questi riti di iniziazione per dimostrare il proprio coraggio a degli sconosciuti, perché?
Lucignolo, il Gatto e la Volpe e le tentazioni ci sono sempre state, belle proprio perchè vietate. In quella fascia in cui capiamo che fuori dalla porta di casa c’è un’incredibile libertà, sono ancora più invitanti. È qui che nasce il disagio adolescenziale, dove i ragazzi devono imparare a gestire questa libertà senza fare troppi danni. Oggi cambiano soltanto le grandezze. Si può inciampare in rete in luoghi che propongono sfide pericolose, a volte casualmente a volte invogliati da amici. È vero che c’è un panorama più ampio di pericoli, ma anche di possibili soluzioni. I rischi ci sono sempre stati, non è vietando l’esistente che si educa, perché così viene ancora più voglia di infrangere le regole, con un’ingenuità ancora più disarmante.  La piazza non è più quella fisica ma quella digitale, bisogna quindi attrezzarci per interagirvi. Tutto ciò che facciamo, anche le cose belle, ha un aspetto negativo, dunque servono delle contromosse, per il bene di tutti, soprattutto per i più fragili: i giovani. 


La libertà sfrenata concessa dai media di oggi sembra portare ad una quantità enorme di pericoli presenti online. Servirebbe più controllo per sanificarli?
Assolutamente. Il primo elemento su cui bisognerebbe porre l’attenzione è quella di un controllo di queste attività digitali. Penserei a veri tipi di controllo: un autocontrollo da esercitare fin da piccoli, spiegando ai ragazzi che internet è pieno di cose belle ma potenti e quindi pericolose. Quindi anche un controllo ed un’educazione da parte dei genitori e scuola, ma soprattutto punterei ad un controllo degli spazi virtuali stessi: il problema più grave a livello strutturale è che non ci sono controlli livello statale e sovrastatale. Non devono essere solo le aziende private che possiedono i social a decidere chi può parlare o meno su una piattaforma. Questi social sarebbero teoricamente vietati ai minori, ma in realtà ci entra chiunque. Non c’è un effettivo controllo dall’alto. La decisione di chiudere fino al 15 febbraio Tik Tok non basta, servirebbe un controllo pervasivo e continuato sulle credenziali di chi vi accede. Servirebbe un controllo macro sulle piattaforme e nelle piattaforme, in primis da parte dello Stato, solo così le piattaforme saranno più propense ad effettuare esse stesse dei controlli sugli utenti.
Mi ha colpito l’ingenuità del padre di questa bambina, che ha detto: “i social erano il suo mondo”: non va bene che i social siano il mondo di una bambina di 10 anni, e il motivo potrebbe essere che non le era stata data un’alfabetizzazione digitale adeguata.


I genitori e la scuola hanno un ruolo nell’insegnare un corretto uso dei media?
Senza demonizzarli, ma sì. Il problema non è il social in sé, ma l’uso distorto di questo. Per esempio, se dei bambini giocano con la palla in una piazza e rompono accidentalmente il vetro di una macchina, non si può dire che è colpa della piazza, ma di come si è fatto uso del gioco a palla.
Il processo educativo è sempre meno dipendente solo dal genitore. Un tempo, se succedeva qualcosa ai ragazzi la responsabilità era dei genitori. Progressivamente abbiamo costruito dei sistemi di fiducia con ambienti come scolastici, sportivi e con una serie di agenzie che controllano i giovani, oggi una di queste sono i social. Il problema è trovare agenzie in grado di tutelare i giovani.


 Uno dei problemi però sembra essere il fatto che spesso insegnanti e genitori non conoscono i social.
Il pericolo è quando ci sono le faglie generazionali, cioè quando tra una generazione e un’altra c’è una rottura così forte che si verifica incomunicabilità, come avvenne alla generazione degli anni ’70. Ora, le sfere digitali hanno pochi punti di incontro tra generazioni, che invece dovrebbero essere incrementate. Far passare il messaggio che il mondo sia controllato da qualche agenzia privata come Facebook, Amazon e Instagram non va bene. Cominciamo a far capire alle persone che se qualcosa è gratis, come l’utilizzo di questi social, è perché il prodotto siamo noi, che forniamo loro i nostri dati. A quel punto ognuno saprà cosa comporta l’utilizzo e potrà decidere se usare comunque certe piattaforme, in modo consapevole.
Mi preoccupa la scuola più delle famiglie. Basti pensare a quanti ragazzi sono rimasti indietro perché hanno famiglie più fragili, non in grado di aiutarli nella didattica online. Una cosa è se hai un genitore consapevole, altra cosa è se hai genitori disinformati. L’importanza della scuola in questo processo di formazione è permettere che la Media Education arrivi anche ai ragazzi più fragili, che per motivi culturali o economici sono svantaggiati. 


Se i social sono uno “specchio sociale” di valori come competizione, individualismo, esibizionismo, che ne è dell’antico concetto comunità? La situazione covid potrebbe far riemergere valori di coesione, di rispetto e cooperazione?
Io non userei come paragone le società del passato, anche lì forse non c’era tutta questa coesione.
Non è corretto pensare che dentro ad un mondo più complesso e in una società liquida, ognuno può fare quello che vuole, ma l’opposto. Proprio perché tutto è un divenire, dobbiamo imparare che siamo tutti interdipendenti tra noi. Se io devo insegnare a mio figlio come arrivare a scuola attraversando correttamente al semaforo, non basta il mio intervento genitoriale, devo anche accertarmi che lui sia protetto anche dalle istituzioni mentre percorre le strade. Io posso insegnare a mio figlio ad attraversare con il verde, ma se qualcuno passa con il rosso lo investirà comunque. Se c’è una cosa che la pandemia ci ha reso evidente, è che noi dipendiamo dai respiri degli altri, letteralmente. Prima ci abbracciavamo, ci baciavamo, andavamo in discoteca e ai concerti. Ma non ci rendevamo conto che ogni respiro che facciamo, ogni particella che esce dal nostro corpo, fisica o in termini di azioni e comportamenti, può influenzare gli altri.