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L'Italia scende in piazza per uno sciopero in cui la protesta supera la paura degli scontri

In oltre cinquanta città lavoratori e studenti in corteo. Una mobilitazione di massa che restituisce un'immagine molto diversa dalle violenze che avevano segnato Milano nelle giornate delle vetrine rotte. Intanto l'Istat comunica che a ottobre l'inflazione è salita al 5.4%.

L'Italia scende in piazza per uno sciopero in cui la protesta supera la paura degli scontri
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Marcello Cecconi Modifica articolo

30 Ottobre 2026 - 18.00


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L’Italia si è fermata per una giornata di protesta che ha assunto dimensioni difficili da ignorare. Lo sciopero generale del 30 ottobre ha portato manifestanti nelle piazze di oltre cinquanta città. Da Milano a Roma, da Torino a Genova, passando per Bologna, Napoli, Palermo, Pisa e Firenze, la partecipazione ha superato le aspettative della vigilia.

Non esiste ancora un conteggio ufficiale e verificato delle presenze. Le stime diffuse dagli organizzatori e dai movimenti parlano di una partecipazione complessiva molto ampia, con cifre che superano i due milioni. Ma la geografia della mobilitazione restituisce già la portata della giornata: non una protesta circoscritta a una singola categoria o a un territorio, bensì una manifestazione diffusa, capace di coinvolgere lavoratori, studenti e cittadini.

Il denominatore comune è il disagio sociale che ha trovato nella giornata di sciopero una possibilità di espressione collettiva. Carovita, salari insufficienti, precarietà, condizioni della scuola e dell’università, difesa della sanità pubblica e opposizione al riarmo sono stati alcuni dei temi ricorrenti. “Abbassiamo le armi e alziamo i salari” uno degli slogan della giornata. Una piattaforma composita, nella quale si sono incontrate sensibilità differenti, accomunate dalla contestazione delle priorità economiche e politiche del governo.

È soprattutto Milano a offrire una chiave di lettura interessante. Nelle giornate del 17 e 18 ottobre, la città era stata teatro di devastazioni, vetrine infrante, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine. Immagini che avevano finito per sovrapporsi, nel racconto mediatico, alle ragioni della protesta. Questa volta lo scenario è stato differente. La Tangenziale Est è stata attraversata da una folla imponente, in una manifestazione che ha scelto un luogo simbolico per rendere visibile il proprio dissenso e incidere sulla quotidianità della città. Ci sono stati momenti di tensione, ma la partecipazione di massa non si è tradotta in una replica delle devastazioni di ottobre.

A Roma, però, la giornata ha assunto anche un significato ulteriore. Concluso il corteo organizzato dal sindacato di base Usb, una parte dei manifestanti ha iniziato a sistemare decine di tende in via dei Fori Imperiali. Non si tratta soltanto di prolungare simbolicamente la manifestazione, ma di provare a trasformare lo spazio pubblico in un luogo di aggregazione, discussione e organizzazione. È un passaggio significativo, anche sul piano della comunicazione politica. La protesta non si esaurisce nel momento della rivendicazione, ma prova a costruire una continuità, a occupare simbolicamente e fisicamente uno spazio, a trasformare la partecipazione in relazione.

In alcune città si sono verificati scontri, contatti con le forze dell’ordine, lanci di oggetti e momenti di tensione. Gli episodi non vanno minimizzati ma rapportati alla diffusione geografica della mobilitazione e alla quantità di persone coinvolte, non rappresentano il tratto dominante della giornata. Ed è proprio qui che si trova il dato politico e sociale più significativo del 30 ottobre. Una protesta di grandi dimensioni, capace di coinvolgere generazioni e categorie differenti, non può essere ridotta alle immagini degli scontri o alle azioni di gruppi minoritari come per le giornate milanesi del 17 e 18 ottobre. Oggi la sproporzione tra la partecipazione e gli episodi di disordine merita di essere sottolineata.

Nel giorno in cui l’Istat comunica che l’inflazione a ottobre è salita al 5,4% su base annua e il Pil dell’ultimo trimestre è rimasto piatto, lo sciopero generale lascia dunque un messaggio che va oltre il risultato immediato della manifestazione e i disagi nei trasporti. Racconta un Paese nel quale il malessere sociale continua a cercare forme di rappresentazione pubblica e collettiva. E a Roma, con le tende piantate lungo via dei Fori Imperiali, questa ricerca sembra voler andare persino oltre la durata di un corteo.

P.S.: Sotto, in “I media e le proteste degli studenti”, potrete leggere le nostre analisi di come i maggiori quotidiani italiani hanno rappresentato le proteste del 17 e 18 ottobre.

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