di Caterina Abate
Dopo quattro anni di longevo governo Meloni, pare che l’Italia sia variamente percorsa da voci di protesta: il caro gasolio è un tema che preme soprattutto da Napoli in giù, dove i beni si muovono prevalentemente su gomma, portando autotrasportatori e agricoltori a bloccare (ancora) autostrade e porti, lo svuotamento degli scaffali dei supermercati. Ci sono i lavoratori ex Ilva a Genova che chiedono risposte sul futuro dello stabilimento. Gli armatori siciliani e calabresi, che per il 22 ottobre avevano previsto una manifestazione contro il caro gasolio nel mare dello Stretto, al momento sospesa per le avverse condizioni meteo delle prossime ore.
Poi ci sono stati lo scorso fine settimana gli scontri di piazza, le vetrine sfondate dei negozi di brand di lusso e multinazionali a Milano, Torino, Bologna. Sono accaduti a margine di cortei e manifestazioni pacifiche di ragazzi giovani e molto giovani contro il carovita, per il ripristino di un welfarestate che garantisca a tutti il diritto allo studio e in seguito l’entrata in un mercato del lavoro a loro misura.
Eppure l’agito violento di una parte del movimento ha trovato più spazio nei media e nel dibattito pubblico, che si è subito sperticato nella condanna cieca di quelle azioni, a destra e sinistra.
Quando la destra ha tra le fila chi negli anni ’70 avallava ben altra violenza. Mentre la sinistra risente ancora il trauma del G8 di Genova del 2001.
Torniamo a noi. Dicevo, pochissimi hanno pensato di chiedersi cosa ci sia dietro questa violenza. Il ministro Crosetto, sbagliando bersaglio, ha adombrato una qualche regia occulta che sobilla la piazza al fine di destabilizzare lo status quo. Se così fosse, però, c’era un malcontento sociale da intercettare, soprattutto nei gruppi marginalizzati, spesso provenite dalle periferie.
Ma il longevissimo governo del presidente Meloni, cavalcando l’onda della paura e delle tensioni sociali risponde bene con l’ottavo decreto sicurezza da quando è in carica: per comunicarne l’attuazione non una conferenza stampa (in cui sarebbe potuto attuarsi un dialogo con i giornalisti, sia mai!), ma un videomessaggio alla nazione. Detta così sembra una distopia, e vorrei ne fossimo invece il più lontani possibile. Giorgia Meloni, donna, madre e cristiana, nel video mellifluo che ha prodotto, da nuovi nomi a reati già esistenti e decanta pene certe per i minori di sedici anni.
Mi pare che non le piacciano proprio i pre adolescenti e gli adolescenti.
Io, che ovviamente non ho il suo potere decisionale, non ho risposte, ma molte domande, incertezze e qualche riflessione. Voglio credere nelle nuove generazioni, ancora figlie della pandemia, private dei luoghi veri e reali di incontro e socializzazione, privati del futuro, che vedono i propri genitori arrancare per arrivare alla fine del mese.
Parafrasando male Bauman, in un mondo dei consumi che ci ha ormai reso meno cittadini e più consumatori, vedere assaltare le vetrine delle multinazionali mi pone molti interrogativi: si tratta di vandalismo? Di un rigurgito anticapitalista che sfocia nell’esproprio proletario, una qualche sorta di redistribuzione della ricchezza? Mera voglia adolescenziale di spaccare tutto perché gli è stato tolto tutto? Di moti violenti sommessamente pilotati non si sa da chi non si sa da cosa? Del risultato concreto delle infiltrazioni nei movimenti, atte a far virare la natura altrimenti non violenta?
Resto sospesa e attonita, di fronte al dilagare della crisi sociale. In mente La crisi dei Bluvertigo, stranamente più opportuna del solito (“Sto vivendo una crisi, una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va. Sto vivendo una crisi e una crisi è nell’aria ogni volta che mi sento solo. Quando inizia una crisi è un po’ tutto concesso, quasi come a Carnevale…”).