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La crisi dei giovani e una rabbia difficile da capire

Attraversa le città europee e assume forme diverse. Quanto nasce da un disagio reale e quanto, invece, si trasforma in uno sfogo che perde di vista le proprie ragioni? Comprendere le cause significa interrogarsi su ciò che accade quando il malessere non trova ascolto.

La crisi dei giovani e una rabbia difficile da capire
Foto tratta dall' Ansa
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21 Ottobre 2026 - 18.01


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di Manuela Ballo

Ci sono immagini che si somigliano anche quando arrivano da città diverse e raccontano storie lontane tra loro. A Parigi la scuola diventa terreno di protesta, a Barcellona si scende in piazza per il diritto alla casa, mentre a Milano le manifestazioni si accompagnano a episodi di saccheggio e distruzione di spazi privati e pubblici. Cambiano le ragioni ed i contesti, ma in tutti questi casi emerge qualcosa che merita di essere osservato con attenzione. Cosa c’è dietro la rabbia che porta tante persone in piazza? E soprattutto, siamo sicuri di sapere che cosa voglia dire?

Quando si parla di disagio sociale, il rischio è quello di trovare subito una spiegazione, magari buona per tutte le occasioni. Da una parte c’è chi riconduce tutto alla crisi economica e alle disuguaglianze; dall’altra chi vede soltanto maleducazione e mancanza di rispetto. La realtà è più complicata. Una protesta può nascere da una condizione concreta di difficoltà, dalla sensazione di non essere ascoltati o dalla perdita di fiducia in un futuro che sembra diventare sempre meno accessibile. Pensiamo alla casa, per esempio. Se anche avere un lavoro non basta a sostenere il costo di un affitto, non è difficile comprendere perché il malessere possa trasformarsi in una domanda collettiva di cambiamento, quando studiare non garantisce di essere ascoltati e nemmeno il lavoro permette di sostenere il costo di una casa, il malessere non è inventato. Negarlo significa non voler vedere una parte della realtà.

Ma comprendere non significa giustificare tutto. Quando una protesta porta con sé saccheggi e danneggiamenti, che cosa rimane delle ragioni da cui è partita? Un negozio distrutto non può esser visto necessariamente come simbolo del capitalismo, così come una piazza devastata non diventa, per questo, il luogo di una rivoluzione. A volte a pagare sono persone che vivono le stesse difficoltà di chi protesta. Così facendo il gesto, invece di mettere in evidenza un’ingiustizia, finisce per produrne altre.

Mi chiedo se dietro alcuni di questi episodi ci sia davvero una coscienza politica, una critica al modello economico e sociale in cui viviamo, oppure se in certi casi prevalga una rabbia più confusa, che trova nella manifestazione solo l’occasione per manifestarsi. Esiste anche la probabilità che qualcuno all’ interno delle masse agisca trascinato dal gruppo o dalla soddisfazione immediata di un gesto che, proprio perché estremo, attira l’attenzione.

Questo non significa che si debba liquidare il disagio dei giovani parlando soltanto di educazione. Sarebbe una risposta troppo semplice. Ma forse dovremmo interrogarci anche su che cosa intendiamo oggi per educazione alla convivenza, per senso del limite, per rispetto degli spazi che appartengono a tutti. Non basta invocare le buone maniere se poi una parte della società si sente esclusa, ma non basta neppure sentirsi esclusi per considerare legittimo qualsiasi comportamento.

C’ è poi un altro aspetto. Nell’epoca in cui ogni avvenimento viene ripreso e rilanciato attraverso la rete, la violenza ha una visibilità immediata. Le immagini dei disordini fanno il giro del mondo, mentre le ragioni che hanno portato le persone in strada rischiano di restare sullo sfondo. Ci indigniamo per una vetrina infranta e magari dimentichiamo di chiederci perché, in quella stessa città, tante persone non riescano a trovare una casa. Oppure accade il contrario: si parla delle cause del malessere come se queste potessero rendere secondarie le conseguenze della violenza.

Forse il punto è proprio questo. Non credo che ogni manifestazione di rabbia debba essere letta come una lotta contro il capitalismo né basta condannare per comprendere ciò che sta accadendo.
La rabbia è un sentimento umano: si manifesta nelle forme più strane a volte come espressione di una condizione di disagio, altre volte è pilotata da strategie propagandistiche. Ma la rabbia, da sola non ci dice quasi mai da che parte ci porti né quali siano gli approdi. Può indicare una ferita o diventare una manifestazione di egoismo, di persone o movimenti che se ne fregano di tutto e tutti al di fuori di sé stessi. E forse la domanda che dovremmo porci non è soltanto perché le piazze si riempiano di rabbia , ma cosa accade quando questa non trova ascolto.

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