Doveva essere un’onda blu, si è trasformata in uno tsunami. Le elezioni di midterm si chiudono con una pesantissima sconfitta per Donald Trump e il Partito repubblicano. I democratici conquistano il controllo di entrambe le Camere, ribaltando gli equilibri a Washington e infliggendo alla Casa Bianca una delle più significative battute d’arresto politiche degli ultimi anni. Ma il terremoto elettorale non si ferma alla capitale: a cadere sono anche alcune delle roccaforti storiche dei conservatori.
Il risultato consegna all’opposizione uno strumento decisivo per contrastare l’agenda presidenziale. I democratici potranno ostacolare le leggi promosse dall’amministrazione, condizionare le nomine e avviare indagini sull’operato della Casa Bianca. Per il presidente si prospetta una seconda parte del mandato segnata da un confronto parlamentare particolarmente difficile.
La portata della sconfitta emerge soprattutto dai risultati degli Stati. Il dato più clamoroso arriva dal Texas, dove per la prima volta una donna ispanica, la democratica Gina Hinojosa batte il governatore repubblicano uscente Greg Abbott, conquistando uno degli Stati simbolo del conservatorismo americano. Una vittoria storica che interrompe una lunga stagione di predominio repubblicano. Nello stesso Stato, James Talarico conquista anche un seggio al Senato.
Altra affermazione destinata a entrare nella storia è quella della Georgia, dove Keisha Lance Bottoms conquista la guida dello Stato, diventando la prima donna afroamericana a ricoprire l’incarico. Anche qui il successo democratico interrompe una lunga egemonia repubblicana. La riscossa attraversa inoltre il Midwest e la Rust Belt: in Ohio Amy Acton supera il repubblicano Vivek Ramaswamy, mentre in Iowa Rob Sand mette a segno un’altra vittoria significativa. In Michigan Abdul El-Sayed conquista un seggio al Senato.
I repubblicani riescono a conservare alcune posizioni importanti, a partire dalla Florida, dove Byron Donalds conquista il governatorato, e dall’Arkansas, dove Sarah Huckabee Sanders viene confermata. Ma sono risultati che non bastano a compensare le perdite e le sconfitte in territori considerati fino a poco tempo fa difficilmente contendibili.
Al centro della lettura politica del voto c’è soprattutto la questione economica. Il costo della vita, l’inflazione e le difficoltà quotidiane delle famiglie hanno alimentato una crescente irritazione nei confronti dell’amministrazione. A questo si aggiunge il malcontento per la guerra in Iran, diventata uno dei temi più controversi della politica americana. Una parte dell’elettorato sembra aver voluto mandare un messaggio chiaro: le priorità sono il potere d’acquisto, la sicurezza economica e la pace.
Un segnale raccolto anche a Teheran. “Gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA, e noi sosteniamo questo messaggio”, ha scritto su X Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e figura centrale nei negoziati con Washington. Una dichiarazione che conferma come il risultato elettorale possa avere ripercussioni anche sullo scenario internazionale.
Il presidente ha riconosciuto la vittoria degli avversari, congratulandosi con i democratici, ma ha respinto l’idea che il risultato rappresenti una bocciatura personale. Sui social ha rilanciato la provocazione del cappellino in stile Maga con la scritta “Veto”, sostenendo che, se il suo nome fosse comparso sulla scheda elettorale, l’esito sarebbe stato diverso. Una risposta che fotografa il tentativo di ridimensionare la sconfitta e non concedere agli avversari una vittoria anche sul piano simbolico.
Ma il messaggio delle urne appare difficile da archiviare. I democratici ritrovano slancio e capacità di iniziativa, mentre i repubblicani sono chiamati a fare i conti con una sconfitta che mette in discussione la tenuta della coalizione trumpiana. Per la Casa Bianca si apre una stagione di equilibri più fragili e di negoziati obbligati con l’opposizione.