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Telegram e la "spinta verso il collasso del sistema"

I neonazisti, gli anarchici e la sinistra radicale hanno tre matrici politiche molto diverse, ma una sola certezza condivisa. Il sistema va abbattuto, e una piattaforma spiega come farlo

Telegram e la "spinta verso il collasso del sistema"
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29 Aprile 2026 - 13.22


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di Lorenzo Lazzeri

I minori indagati per terrorismo in Italia sono passati da 12 a 48 in ventiquattro mesi. Il dato include sia la cellula neonazista che i collettivi anarchici e in quasi ogni fascicolo compare Telegram. L’elemento che ricorre è quella convinzione che distruggere il presente sia l’unico modo per cambiarlo.

Il termine tecnico è accelerazionismo. La genealogia filosofica parte da alcune derive del marxismo critico e arriva fino al pensiero reazionario di Nick Land. Nella versione che circola sui canali Telegram, però, tutto si riduce, con una parafrasi, a un’istruzione operativa: “dobbiamo spingere il sistema verso il collasso, perché solo dalle macerie nasce qualcosa di nuovo”. La destra identitaria ci legge la purificazione etnica, la sinistra insurrezionale la fine del capitalismo di Stato, gli anarchici la tabula rasa. Direzioni divergenti, punto di partenza identico.

Il 30 marzo 2026 il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri) ha fermato a Perugia un diciassettenne con manuali per esplosivi e una strage scolastica pianificata; un mese prima, in febbraio, tre linee ferroviarie erano state messe fuori servizio da ordigni incendiari artigianali riconducibili alla Federazione Anarchica Informale (FAI), con rivendicazione pubblica su blog clandestini contro le Olimpiadi di Milano-Cortina. I media hanno trattato le due notizie come fatti separati, ma il fenomeno è in realtà lo stesso.

La FAI opera in Italia da oltre un decennio con una struttura deliberatamente acefala, composta da cellule autonome. Senza una testa, non esiste una gerarchia da colpire. Nel 2012 una cellula del FAI gambizzò il CEO di Ansaldo Nucleare. Nel 2022, lo sciopero della fame di Alfredo Cospito al 41-bis mobilitò cellule in tutta Europa, attacchi alle ambasciate italiane di Berlino, Barcellona, Atene. Nel settembre 2025, perquisizioni a Padova e Pisa avevano già individuato giovani anarchici universitari responsabili di istigazione a delinquere e pianificazione di sabotaggi ferroviari. Profili sovrapponibili, per estrazione sociale e percorso formativo, a quelli della Werwolf Division neonazista.

Il punto è che i protagonisti si assomigliano molto. Studenti universitari, nessuna storia criminale, accesso a tecnologia, cultura, strumenti e competenze. Cambia la direzione dell’odio, non l’intensità né il metodo di costruzione. La sempre maggiore polarizzazione orienta i ragazzi verso l’identitarismo di destra, le ragazze verso la sinistra radicale militante. Il motore comune è il disagio amplificato da piattaforme che non hanno interesse a moderare contenuti fintanto che generano traffico.

Il report Europol 2024 conferma la simmetria: 24 attacchi jihadisti nell’Unione Europea, 21 di matrice anarchica o sinistra radicale e solo 1 di estrema destra. Il jihadismo produce ancora più vittime, ma la differenza si sta assottigliando. La Sezione Cyberterrorismo della Polizia Postale ha inserito tra le priorità operative 2025-2026 la sorveglianza delle frange ambientaliste e dei collettivi universitari radicali accanto ai gruppi suprematisti.

La risposta dello Stato è cresciuta in intensità. Le perquisizioni informatiche sono più che quadruplicate in due anni. I gruppi Telegram monitorati dall’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna italiana) sono passati da 45 a 190. Ma il dubbio non è la capacità repressiva, che funziona quando la rete investigativa arriva in tempo. Il problema è la velocità con cui l’adolescente si forma, quel ciclo che lo porta da un’esposizione a contenuti estremi fino alla pianificazione di un’azione concreta. Secondo le stime dell’intelligence italiana, questo percorso si è ridotto da alcuni mesi a poche settimane. Intercettare un ragazzo già in fase operativa è un buon risultato investigativo, ma ci dice anche che la prevenzione ha già fallito. Non è colpa né delle leggi, né delle forze dell’ordine. Servono educatori dentro le piattaforme, programmi di digital streetwork (interventi socioeducativi e di lavoro sociale che trasferiscono nello spazio digitale una parte della tradizionale educativa di strada n.d.r.) come quelli già attivi in Svizzera e Olanda, che portano operatori sociali nelle stesse chat dove avviene il reclutamento. Serve una media literacy scolastica che raggiunga i ragazzi prima che qualcuno vengano raggiunti da questi “reclutatori”. Serve una regolamentazione europea di Telegram che non lasci alla discrezionalità di una società privata la scelta di cosa moderare in materia di incitamento alla violenza.

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