Terremoto: la dura lotta di Norcia per riprendersi la vita

Sconforto e rabbia tra gli abitanti. L’assessora Perla con ufficio nei moduli: «Non ci arrendiamo». La soprintendente Mercalli: ecco come stanno le chiese

Piazza San Benedetto a Norcia. Foto: Stefano Miliani

Piazza San Benedetto a Norcia. Foto: Stefano Miliani

redazione 14 maggio 2018

Stefano Miliani


Guardando la facciata della Basilica di San Benedetto a Norcia il fianco destro è sventrato. Di fronte un negozio di prelibatezze ha la porta-finestra chiusa: sul pavimento, giace qualche oggetto rotto. La ricevitoria del lotto nell’edificio affacciato ad angolo sulla piazza, di un giallo pallido, ha il bandone a rete serrato. La facciata medioevale della chiesa regge grazie a un reticolo di tubi innocenti e ponteggi. Il terremoto del 2016, soprattutto la scossa della mattina del 30 ottobre, non se n’è andato, è ancora qui. La piazza è quasi deserta. Pietro Loretucci, operatore ecologico, sta energicamente raccogliendo scatole e scatoloni dopo una mattinata di mercato: «A che punto siamo con la ricostruzione? La maggior parte dei palazzi e delle case è inagibile. Norcia va ricostruita con criteri antisismici. Veri. Altrimenti il turista non viene più». E il suo simbolo, la chiesa? «Va ricostruita identica e, insisto, con criteri antisismici». In questo borgo che non ha contato morti né feriti anche Loretucci ha casa. Ma inagibile. «Tanti sono andati via per paura. Mi lega il lavoro, se no dovevo andare via anche io. La nostra città è stata spianata e ricostruita più volte, nel passato, per i terremoti. Deve riaprire e in sicurezza». Il tono è convinto, mentre parla lavora, il dolore rimane.
Le case di Norcia sono basse, compatte: anche per questo hanno almeno resistito al «mostro», come qualcuno descrive la botta del 30 ottobre. «Se ci penso tornano i brividi», ricorda Loretucci. Corso Sartorio, che imbocca la piazza, taglia Norcia, è la via del passaggio, dell’incontro. L’elegante pasticceria-caffetteria Dolcezze fa pastarelle squisite e un buon caffè. Non è sufficiente? «Tranne che a Pasquetta e il 25 aprile non vediamo molti turisti», ammette sconsolata la titolare.



L’assessora nel modulo
Cosa diranno in Comune? Il palazzo, nella piazza vicino alla basilica, è sigillato. Gli uffici sono fuori le mura, in moduli prefabbricati. «Come amministrazione abbiamo cercato di non interrompere mai il flusso di vita, nonostante lo sconquasso, e abbiamo lavorato affinché le persone potessero restare in sicurezza – racconta a Globalist l’assessora alla cultura e servizi sociali Giuseppina Perla – Il 75% delle case è inagibile, 17-18 chiese sono lesionate o semicrollate. Il primo passo è stato allestire le scuole in container sicuri, i ragazzi non hanno perso un giorno di scuola, abbiamo frenato l’esodo della popolazione, i più sono tornati». I più alloggiano nelle Sae, le Soluzioni abitative d’emergenza. Parallelamente molti negozi sono allineati in casette fuori dal nucleo storico, vicino alla Porta Ascolana. Chi ha potuto ha riaperto la propria vendita di salumi e formaggi, il bar, il negozio di vestiti entro le mura medioevali che hanno saputo resistere a sismi violenti nel 1328, nel 1567, nel 1703 e nel 1730. «Avevamo circa quattromila posti letto, adesso sono circa 350», calcola l’assessore.


Tra Seneca e la Castellina


Curioso come risalti un’eccellenza quale il Relais Seneca, eletto migliore hotel al mondo nel 2017 a Los Angeles da “Virtuoso Travel”, «il network mondiale più importante per professionisti del turismo di lusso», come recitava l’Ansa il 19 agosto scorso. D’altronde l’albergo è in un robusto edificio del XVI secolo e allora sapevano costruire bene. Eppure conosce una sorte meno felice il Museo della Castellina, dirimpetto al Comune in piazza San Benedetto. È una piccola rocca con bastioni, l’ha progettata un vero maestro dell’architettura quale Jacopo Barozzi da Vignola nel ‘500, sembra possente, pare aver resistito. L’esterno inganna: dentro l’edificio ha ferite profonde e non si entra. Ha in catalogo ha sculture stupende del medioevo e rinascimento umbro. Una commovente, quasi imbronciata, ritrosa Vergine annunciata in legno policromo è ospite gradita e riverita della Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia. «La Castellina era un luogo vitale di cultura. Avevamo un progetto di riallestimento e rinnovamento tecnologico e anche il finanziamento. Andrà rifatto tutto. Vorremmo affidare un progetto nuovo, se un finanziatore lo paga, entro dicembre 2018», informa l’assessora di Norcia.
Il terremoto sconvolge il passato, il presente e incrina anche il futuro. Una torre lungo le mura accanto ai moduli prefabbricati degli uffici comunali è sorretta da una gabbia.
L’emergenza per gli abitanti è finita? «L’emergenza non finisce finché non abbiamo tutti nelle Sae finora abbiamo 600 Sae – ribatte Giuseppina Perla nella saletta-ufficio che è luminoso ma in spazi limitati – Abbiamo riaperto il centro storico appena possibile». Il rischio è un graduale spopolamento di Norcia: «È esattamente quanto cerchiamo di evitare».



Il futuro di San Benedetto
Anche il futuro della chiesa di San Benedetto inciderà, in un modo o nell’altro, nell’evoluzione del paese. Sui social circola il timore la paura che un architetto la trasformi dopo che monsignor Renato Boccardo, arcivescovo dell’Archidiocesi di Spoleto e Norcia, ha dichiarato di accarezzare interventi contemporanei. «Lo so, molti parlano di progetti avveniristici ma non dicono il vero. A capo della commissione per ricostruire la chiesa c’è il professor Antonio Paolucci, già ministro dei beni culturali e soprintendente, che ha diretto i lavori alla Basilica di San Francesco ad Assisi dopo il terremoto del 1997. È una garanzia», rassicura Giuseppina Perla. Tuttavia osa e prova a rovesciare l’impianto del discorso: «Nell’estate scorsa abbiamo già accolto ragazzi di varie nazionalità europee di 16-17 anni per un mese in un programma dell’Erasmus di volontariato. L’esperienza è stata meravigliosa. Vorremmo fare di Norcia la capitale europea della solidarietà europea. Dopo quel 30 ottobre la nostra vita è cambiata, ma abbiamo dato prova di essere resilienti e attaccati alla nostra terra. Non ci arrendiamo».
Lo sconforto e la rabbia
Per le vie molte case hanno le finestre sbarrate. Dietro, il silenzio. In una discreta quiete, qualcuno esce dalla porta. Arnaldo Verucci è tornato a Norcia sei anni fa dopo aver vissuto a Roma. Prende una sedia nella piazzetta e constata un po’ sfiduciato: «La ricostruzione procede lenta. Non abbiamo persone che sappiano imporsi nella politica. Che è tutta un blocco unico. Ci sono i finanziamenti per le chiese, ma per la gente? Anche io ho casa inagibile. E dove porto la roba?». Verucci ha i capelli bianco-grigi, ha fatto più lavori, ha lavorato nell’edilizia, lamenta come il sisma abbia corroso la vita sociale: «Abbiamo le Sae a 500 metri o due chilometri e mezzo dalle mura, i servizi sono tutti fuori. Molti anziani hanno avuto un crollo. Non c’è più l’aggregazione nel vicinato. Manca un luogo vero. Manca, dentro le mura, la biblioteca».


Inagibile sì, inagibile no
Qualche portone reca il cartello «inagibile», altri no. In un pomeriggio assolato una famiglia tedesca guarda e non scatta foto alle macerie. Varcata una delle porte urbiche la norcineria dei fratelli Ansuini offre tavoli, salumi, un pecorino da leccarsi i baffi. Una giovane coppia si rifocilla. Quanti clienti entrano? «Mica tanti. Non c’è molto turismo», risponde la negoziante. «Rispetto a paesi distrutti come Amatrice siamo avanti anni luce – esclama il presidente del Centro anziani Mario Catavere, intorno a un gruppo di amici impegnato a carte nel centro sociale all’interno del Museo del tartufo e della civiltà contadina – Ma la burocrazia blocca tutto, i lavori vengono rallentati, le pratiche non vengono sveltite. Oltre tutto trovo assurdo che i giudici abbiano mandato due avvisi di garanzia (li ha spediti la Procura di Spoleto al sindaco Nicola Alemanno e all’architetto Stefano Boeri per il Centro polivalente tirato su dopo il sisma, ndr) e chiuso un punto di ritrovo attrezzato. Hanno aumentato le difficoltà di una popolazione in difficoltà. Non ci hanno pensato, quei giudici? E parliamo di un edificio smontabile, provvisorio. Non credo affatto che sia stato commesso qualche abuso, non ci crediamo». Stavolta il tono di voce tradisce irritazione, a dire poco.



Il cammino lungo le chiese
Le piazze mostrano chiese sventrate. Sant’Agostino ha l’intera facciata puntellata, ponteggi e un tetto montati dall’Unità di crisi regionale del Mibact in Umbria con la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria. Santa Maria Argentea (è la cattedrale) al lato destro della Castellina è ingabbiata dai tubi. San Francesco, in piazza Garibaldi, è puntellata e protetta. Tutti i dipinti, le sculture, le suppellettili sono ricoverate nel deposito e laboratorio di restauro (cui collabora l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze) nella località industriale del Santo Chiodo presso Spoleto. Le chiese significano rituali, sono luoghi per l’identità delle persone, sono storia, e valgono anche per visitatori laici, per turisti. «A San Benedetto entro la fine di maggio speriamo di partire con la terza fase della messa in sicurezza, di completare il ponteggio fino ai piedi della controfacciata e di iniziare lo sgombero delle altre macerie – interviene Marica Mercalli, soprintendente che è di continuo con il casco d’ordinanza nei cantieri nei luoghi terremotati – Anche se dopo la scossa del 10 aprile scorso c’è qualche motivo di allarme, le messe in sicurezza hanno tenuto e sono state completate a Santa Maria Argentea, a San Francesco, a San’Agostino». Nessuno però azzarda i tempi per ricostruire le chiese: troppe, le incognite. La ricostruzione passa però di mano alla Soprintendenza speciale per le aree colpite dal sisma del 2016 diretta da Paolo Iannelli, ingegnere.
Nel frattempo, lungo Corso Sartorio, oltre a tre poliziotti nel tardo pomeriggio passeggiano diversi ragazzi: controllano il telefonino e scherzano come in ogni strada italiana. Conforta, vederli. Per chi alloggia nelle Sae una semplice passeggiata tra le mura antiche equivale pur sempre a riprendere un pezzo di abitudini mai dimenticate.


 


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