Paradossi italiani: in biblioteca libri in quarantena, in libreria no

Alla Biblioteca Nazionale di Firenze molti lettori hanno protestato per una misura anti-Covid. Gli studiosi Arnaldo Bruni e Adriano Prosperi: bisogna investire in biblioteche

La Biblioteca nazionale centrale di Firenze

La Biblioteca nazionale centrale di Firenze

redazione 12 agosto 2020
di Stefano Miliani

Un classico paradosso italiano: in libreria i libri si possono, ragionevolmente, sfogliare, poi rimettere al loro posto e quelle pagine di carta non finiscono in “quarantena” lontano dai potenziali lettori-clienti. Alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze, l’istituto per il quale accorsero tanti “angeli del fango” dopo l’alluvione del 1966, come nelle altre biblioteche statali le misure di sicurezza anti-Covid ministeriali hanno imposto una quarantena non solo ai volumi prestati e restituiti (il che si può comprendere) ma anche ai volumi nei cosiddetti “scaffali aperti” disponibili a venir consultatati dai lettori. Se qualcuno li toccava finivano in quarantena. Per i frequentatori della biblioteca era un grosso limite. Il regime finisce lunedì 17 agosto, con la riapertura dopo due settimane di chiusura agostana e “con grande soddisfazione di tutti noi bibliotecari”, ha scritto il direttore Luca Bellingeri in una lettera al Corriere Fiorentino in risposta a un articolo del cronista culturale Edoardo Semmola. L’istituto affacciato sull’Arno come altre biblioteche ha sofferto duramente le limitazioni per le misure anti-contagio. Riprenderà l’orario di 11 ore al giorno dal 31 agosto “portando il numero complessivo di utenti ammessi quotidianamente dagli attuali 33 a 108”, informa sempre Bellingeri. Il che conforterà lettori e studiosi.

Ne parliamo perché questa estate particolare è stata particolare anche per la Nazionale fiorentina. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera dell’8 agosto registrava un dato di fatto rivelatore: “Vi pare normale? Cinque chilometri e 956 metri: ecco la lunghezza degli scaffali di libri sulla groppa di ciascuno dei 23 bibliotecari superstiti, dopo anni di tagli, alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Forse la più importante d’Italia e tra le più importanti d’Europa. Ma è solo la punta d’un iceberg: sono tutte le nostre biblioteche a soffrire di una crisi epocale. Aggravata dalla pandemia. Con nuvoloni nerissimi sulla cultura italiana”.

Osserva Arnaldo Bruni, professore di letteratura italiana all’università cittadina e ora in pensione, tra i fondatori dell’Associazione dei lettori della Nazionale: “Detto che il personale si è dimostrato gentile e disponibile, l’impressione è che la biblioteca non abbia un progetto vero per sviluppare agilità. Certe indicazioni date dall’Istituto nazionale del libro erano abbastanza singolari, come la quarantena per i libri consultati. Un’assurdità. Ma chiedo: le mani dei bibliotecari che ne consegnano uno sono asettiche? Con le limitazioni di ingressi per il Covid c’è chi non ha potuto accedere proprio alla Biblioteca: penso a un mio amico, Raul Bruni, che insegna all’università di Varsavia ed è qua per tutto agosto ma gli appuntamenti sono pieni”. Arnaldo Bruni ritiene l’istituto fiorentino “uno strumento di lavoro formidabile formidabile per lo studio cartaceo, ha documenti straordinari come autografi di Machiavelli, Galileo e Foscolo, però serve un progetto forte e più esteso sul digitale che ora è fondamentale e si può fare con personale capace e ridotto senza fondi sterminati. Le biblioteche sono universi meravigliosi e devono riuscire a trainare l’interesse del lettore, per esempio inviando una newsletter agli iscritti”. Per lo studioso che ha studiato Petrarca come Pirandello, l’Ariosto come Foscolo, l’emergenza Covid in città d’arte in crisi per assenza di turisti apre un’altra possibilità: “Come ha scritto Franco Camarlinghi sempre sul Corriere Fiorentino, se si uniscono in una rete unica anche biblioteche come la Marucelliana, la Riccardiana, la Laurenziana o quella della Crusca, si può attirare molto di più un turismo forte di studiosi ed esperti, altrimenti restiamo al turista che sta qua per un giorno con il pezzetto di pizza e la bottiglietta acqua e poi se ne va”.

“Come concepire libri che in biblioteca sono veicoli di pandemie mentre non lo sono nelle librerie? Nessuno lo ha dimostrato”. Se lo domanda Adriano Prosperi, storico, professore emerito della Normale di Pisa, che dietro una concezione simile sospetta “un’antica e pericolosa diffidenza verso il libro”. Quanto alle conseguenze del virus, “può essere un’occasione per ripensare alle carenze italiane. Abbiamo visto quando siano vitali le carenze nella sanità pubblica, potremmo affrontarle anche per le nostre istituzioni di memoria e storia”.
Lo studioso allarga lo sguardo e riprende un’osservazione di un “leader della storiografia italiana come Franco Venturi quando denunciava come l’Italia non abbia mai concepito una vera biblioteca nazionale che raccolga tutto quanto pubblicato sul Paese”. In istituzioni culturali come biblioteche e archivi si investe molto meno rispetto, ad esempio, ai musei. Prosperi lo ritiene frutto di un clima culturale e politico dalle conseguenze pesanti: “Creiamo intellettuali di alta qualità, studenti dalla preparazione straordinaria che poi buttiamo via, è come fabbricare auto di lusso e gettarle da un dirupo. Se non si riparte da questa presa di coscienza, se non nasce un diverso orientamento verso la cultura, che non è solo festival – conclude - allora non so se oggi vedremmo un movimento simile a quello degli angeli del fango nel 1966 quando, dopo l’alluvione, dimostrarono un grande attaccamento alla biblioteca fiorentina e al libro”.

Il sito della Biblioteca nazionale centrale di Firenze